Alla soglia dei novant’anni, Corrado Augias è fra i più noti giornalisti, scrittori, divulgatori e conduttori televisivi italiani. Storica firma de La Repubblica, volto prima della Rai, con programmi che hanno fatto scuola come Telefono giallo, e oggi di La7 con La torre di Babele, ha scritto decine di libri che affrontano temi chiave della società, dalla storia alla religione. Una vita vissuta a pieno: con vitalità e lucidità proprie della generazione che ha ricostruito questo Paese, Augias non sembra intenzionato a fermarsi. Intanto, il combinato disposto tra anni vissuti ed esperienze gli ha permesso di iniziare a capire qualcosa della «vita, l’universo e tutto quanto», come racconta nella sua autobiografia La vita s’impara (Einaudi).
«Quando sono tornato a vedere i luoghi dove avevo trascorso l’incerta età tra fanciullezza e adolescenza, tutto mi è sembrato piccolo e spoglio». Più avanti aggiunge: «La memoria deforma anche per autodifesa; la sostanza però resta quella». Quale aspetto del passato le causa più malinconia o amarezza?
«Ho un senso positivo degli anni che passano. Cerco di guardare avanti fino a quando sarà possibile. È un fenomeno noto e comune quello per cui quando sei fanciullo e vedi le cose grandi poi ci ritorni da adulto e ti sembrano piccole. Non solo, le vedi anche nella loro povertà, perché intanto hai conosciuto la letteratura e visto il mondo. Però ciò non causa amarezza: è quel po’ di filosofia che accompagna l’esistenza di una persona coltivata e aiuta a collocare ogni cosa al suo posto».
Ha attraversato quasi un secolo, uno tumultuoso come il ventesimo, eppure sembra che i cambiamenti sociali e culturali che la colpiscono di più siano stati quelli degli ultimi venticinque anni. Perché?
«Ultimamente il cambiamento ha avuto un’accelerazione tumultuosa: intendo negli ultimi vent’anni, ma è stato un lungo processo iniziato, per quanto riguarda noi italiani, negli anni Cinquanta. Nel Dopoguerra ci siamo ritrovati con un Paese a pezzi, antico, vecchio e pieno di superstizioni; eravamo piccoli, bassi, neri, coi baffi. Poi è arrivato un benessere che non c’era mai stato: siamo diventati più alti, belli, liberi. Questo con tutti i vantaggi e gli svantaggi che un cambiamento così profondo comporta. Sul piano sociale c’è da citare la transizione da un Paese agricolo, patriarcale, a un Paese industriale, con la poderosa, spaventosa vorrei dire, ondata migratoria interna che ha trasferito da sud a nord milioni di persone, depauperando il Sud e cambiando il volto del Nord. Ha permesso la rivoluzione industriale e ha cambiato anche la fisionomia delle città. Penso a Torino, una città alla quale sono molto legato, che attraverso le decine di migliaia di migranti andati a lavorare alla Fiat ha trasformato usi e costumi. Per non parlare della condizione delle donne, mutata radicalmente. Questo insieme di trasformazioni dagli anni Cinquanta a oggi non è la fine di un processo, ma un buon tratto di percorso verso una condizione di maggiore libertà, di maggiore capacità. È questa somma di cambiamenti che stupisce».
Dice che un titolo alternativo alla sua autobiografia poteva essere L’educazione di un italiano. Cosa non riconosce più dell’Italia che l’ha educata?
«Abbiamo perso la cortesia. Nell’Italia della mia infanzia c’era una cortesia naturale, soprattutto delle classi popolari e umili: “Venga, si accomodi, favorisca”. Ricordo quando stavamo in campagna, sfollati, e non si poteva entrare in una casa che non ti dicessero: “Condivida il pane con noi”. Poi, devo dire la verità, mi colpisce molto la cattiveria dei più giovani. Il fenomeno delle baby gang è inedito. I ragazzini di 14 o 15 anni erano smarriti, magari impauriti, anche arroganti, però non pronti a sfoderare un coltello e a lanciarsi contro un coetaneo o un adulto. Questi sono cambiamenti in peggio che la civiltà industriale ha portato con sé».
Nel descrivere la gioventù contemporanea alterna ammirazione per una libertà e una determinazione che avrebbe voluto avere anche il giovane Augias con l’assenza di valori e prospettive. Qual è il punto d’incontro fra generazioni così lontane?
«Francamente è difficile, perché sono cambiate troppe cose. Come dicevamo, siamo in un periodo in cui i cambiamenti continuano a succedersi in maniera tumultuosa. Pensiamo a quello che sta facendo quel matto scatenato di Elon Musk negli Stati Uniti. Ormai ogni traguardo sembra possibile. La civiltà elettronica e digitale sembra non avere confini; la civiltà della carta nella quale io sono cresciuto è in netto declino e questo è un cambiamento tremendo. Quei telefonini che ogni giovane ha in tasca sono strumenti prodigiosi che però condizionano loro la vita, anche se non lo sanno. Pensano di sfruttarli, ma non sanno che nello stesso tempo vengono utilizzati da quegli apparecchi, perché tutto quello che fanno viene registrato e da qualche parte se ne tiene conto, viene usato a fini commerciali e, qualche volta, politici. Sono cose inimmaginabili fino a vent’anni fa».
Nel raccontare della sua infanzia in Libia mostra una sua foto da bambino, mentre punta un fucile giocattolo a un uomo del posto, commentando: «Io facevo il bambino con tutte le sciocchezze proprie dei bambini, come in questa foto». Quali sono le sciocchezze proprie degli adulti?
«Le sciocchezze degli adulti in genere sono più gravi, hanno maggiori conseguenze. Quelle di un bambino, se non si trasformano in dramma, passano come le nuvole. Le sciocchezze di un adulto possono avere un peso maggiore. Sono sciocchezze di rapporti personali, amorosi, politici, sessuali. Sono gli adulti che non hanno imparato abbastanza dalla vita, per rifarsi al titolo del libro. Perché imparare dalla vita è complicato, ci vuole molto tempo, molta attenzione e sapere quello che si fa. Io stesso, lo dico a mia colpa, ho imparato molto lentamente come si sta al mondo e adesso che più o meno ho capito si è fatto così tardi che mi spiace».




