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Binarismo imperfetto: lo sport e la questione di genere

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Lo sport è organizzato seguendo il binarismo di genere, così come avviene in tutti gli ambiti della società: categoria maschile e categoria femmiinile. Che ne è di chi rimane fuori? Forse è giunto il momento di ripensare il modello, ma le opinioni sono spesso divergenti

«”Detesto che una ragazza si dedichi a certe cose”, disse lentamente, “ma tira come un uomo, con tanta grazia ed energia”, sproloquiò Mademoiselle Duphot». Inizia così Il pozzo della solitudine di Marguerite Radclyffe Hall, pubblicato nel 1928 e oggetto di censure per oscenità. Per secoli le donne sono state escluse dalla pratica sportiva, soprattutto da quella d’élite. Proprio nel 1928, in occasione dei Giochi olimpici di Amsterdam, vengono ammesse ufficialmente per la prima volta alle gare di atletica leggera. Per avere una partecipazione femminile a tutte le discipline olimpiche bisogna aspettare, però, Londra 2012, quando le donne iniziano a competere anche nel pugilato, dopo circa un secolo di divieti, combattimenti giocati a  scopo dimostrativo e indignazione. 

Proprio dal pugilato arriva l’urgenza di una riflessione. L’indagine sullo spettro sessuale è tuttora aperta. Le categorie sessuali non sono solo due, i confini tra esse sono sfumati, i criteri di appartenenza non assoluti. La società, però, è organizzata sul perfetto binarismo di genere in tutte le sue articolazioni.

Il caso più recente che ha riportato in auge la querelle è quello di Imane Khelif, pugile algerina medaglia d’oro ai Giochi di Parigi 2024 nella categoria 66kg donne, la cui sospetta iperandrogenia è diventata un caso politico e di cattiva informazione. Secondo Luca Grion, docente di Filosofia morale dell’università degli Studi di Udine «spesso, a livello di dibattito pubblico, se ne parla senza neppure conoscere con precisione i dettagli, sia dal punto di vista dei regolamenti che delle particolarità fisiche delle protagoniste». Nello spazio della discussione cooperano idee differenti per cercare di capire se le categorie maschile e femminile possono davvero rappresentare tutti gli individui.

Il vantaggio

«Nel 2023, l’American College of Sports Medicine ha pubblicato una revisione dettagliata della letteratura scientifica che evidenzia, con molti dati empirici, il netto vantaggio fisiologico maschile, giustificando l’esistenza di categorie sportive separate», spiega Grion. «Tale distinzione serve a favorire competizioni eque tra atleti con condizioni fisiologiche simili. Tuttavia, resta aperto il problema di come trattare le atlete riconosciute come donne alla nascita, ma con vantaggi fisiologici maschili». Il tema del vantaggio è centrale. Secondo la dottoressa Silvia Camporesi, bioeticista e autrice di Partire (s)vantaggiati: corpi bionici e atleti geneticamente modificati, «non c’è una risposta univoca nello sport, anche se sarebbe bello pensare che fosse così. Ci sono tante risposte a seconda dei casi». Cosa costituisca o meno vantaggio cambia con il tempo e in base agli approcci. Per esempio, oggi è considerato vantaggio iniquo presentare alti livelli di testosterone; prima che gareggiasse la mezzofondista sudafricana Caster Semenya, non lo era.

Per Grion, «godere di un certo vantaggio atletico, dunque, non è contrario allo spirito del gioco: rappresenta semplicemente un ostacolo con il quale gli avversari devono fare i conti e non è affatto detto che sia insuperabile.. In alcuni casi, però, ciò che può definirsi un vantaggio viene percepito come indebito o ingiusto. Accade non solo quando è ottenuto in modo fraudolento, come nel caso del doping, ma anche quando è talmente significativo – per quanto naturale – da rendere iniqua la gara. Anche in questo caso ci troviamo a fare i conti con dei limiti, ma questa volta non sono sfide  da affrontare con coraggio e determinazione, bensì confini che delimitano le diverse categorie. Limiti non oltrepassabili, in quanto posti a garanzia dell’equità della competizione». 

Le regole sul binarismo nello sport

Chi decide, quindi, cosa è un vantaggio iniquo? Il calcio d’inizio devono batterlo le federazioni, che però sono diverse e indipendenti. «A loro sta», commenta Camporesi, «in primis promulgare regole che valgano nel loro contesto sportivo. In seconda battuta, compete al tribunale arbitrale sportivo (Tas), che interviene quando ci sono appelli da parte degli atleti o delle atlete alle regole federali». Sempre secondo Camporesi non è nell’interesse delle federazioni sportive includere atleti e atlete transgender. «Escludono promulgando regole di facciata, come quella della World Athletics o della World Aquatics del 2023 che afferma che è permesso competere nella categoria femminile ad atlete trans che abbiano effettuato la transizione prima dei 12 anni di età o prima della pubertà (senza contare quale delle due cose venga prima)».

Il caso Caster Semenya

Caster Semenya è un’atleta sudafricana medaglia d’oro negli 800 metri femminili ai Mondiali di atletica leggera di Berlino. A seguito di quella vittoria le sue prestazioni sono state messe in discussione e le è stata mossa l’accusa di essere un uomo. Sospesa e poi riammessa, ha vinto due ori a Londra e a Rio nella sua specialità. Esclusa dopo le stringenti direttive della World Athletics per le atlete affette da Dsd (disorder of sexual development), solo nel 2023 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto la violazione dei suoi diritti.

Attualmente non esiste una soluzione universalmente condivisa, ma le proposte teoriche non mancano. Si parla per esempio della suddivisione in categorie per livelli di proprietà biologiche e genetiche connesse a vantaggi di performance. Una proposta in particolare ipotizza la creazione di una terza categoria. Per Camporesi quest’ultima complicherebbe la questione, invece di semplificarla, per via del basso numero di atleti interessati. «Stiamo parlando delle persone escluse: come si fa a creare una categoria nel giro di una decina d’anni?». Per Grion è interessante invece l’idea di un terzo genere sportivo.

In tutta la questione, come tiene a sottolineare Camporesi, seppur da protagonisti, gli atleti e le atlete sono l’anello debole del sistema e il mondo sportivo riflette quanto accade nella società: «Ci sono questioni importanti di giustizia che riguardano l’accesso al Tas. Solo atleti e atlete con mezzi economici importanti possono fare ricorso. Si pensi a Oscar Pistorius, bianco sudafricano, e Caster Semenya, nera sudafricana, al centro di due importanti controversie riguardo al loro presunto vantaggio iniquo. Solo il primo si è potuto permettere squadre di avvocati ed esperti scientifici per fare ricorso al Tribunale arbitrale sportivo; la seconda non ha fatto ricorso e ha dovuto attendere l’appello di un’altra atleta, l’indiana Dutee Chand, nel 2015, per una sentenza che riguardava anche lei».

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