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Gli Stati Uniti stanno vincendo la guerra tecnologica 

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Dalla metà del ventesimo secolo, gli Usa hanno consolidato la loro leadership tecnologica, ma la Cina ha iniziato a sfidare questo predominio. Negli ultimi anni, tuttavia, la vera rivoluzione è arrivata dall’Occidente, con gli Stati Uniti che dominano lo sviluppo di modelli linguistici avanzati per l’intelligenza artificiale. Ne abbiamo parlato con Matteo Flora, esperto di AI

Dalla metà del ventesimo secolo, gli Stati Uniti hanno progressivamente consolidato la loro posizione di leadership nell’industria tecnologica, apparendo destinati a dominarne il mercato senza rivali. Tuttavia, verso gli anni Duemila, una nuova potenza emergente, la Cina, ha iniziato a sfidarne il predominio. Negli ultimi quindici anni, la guerra tecnologica tra queste due superpotenze si è sviluppata come un pendolo, facendo oscillare  la primazia da un contendente all’altro. La Cina ha beneficiato per anni di significativi vantaggi grazie a politiche interne che sarebbe stato impossibile implementare nei Paesi europei o negli Stati Uniti senza incorrere in pesanti sanzioni. Tra i suoi maggiori successi c’è lo sviluppo di avanzati software di riconoscimento facciale, che non trovano eguali nel mondo occidentale. Tuttavia, tali tecnologie violano le norme sulla privacy, fondamentali in Europa e negli Usa.

Ma la vera rivoluzione tecnologica degli ultimi anni non viene da Oriente, bensì da Occidente, dagli Stati Uniti. Riguarda lo sviluppo dei modelli di linguaggio, creati principalmente negli Usa e originati dall’industria dei videogiochi. Oggi detenere l’egemonia, o la supremacy, significa possedere modelli all’avanguardia. Secondo Matteo Flora, professore associato di Sicurezza delle AI e delle super intelligenze alla European School of Economics, per dominare il mercato sono necessarie due condizioni fondamentali: «Primo, avere modelli che superino quelli dei concorrenti in base a specifici parametri di valutazione; secondo, disporre della capacità di effettuare inferenze in modo efficiente». L’inferenza consiste nell’utilizzare un «modello pre-addestrato, basato su una serie di dati, per elaborare nuovi input in tempi rapidi e ripetuti. Questo richiede una grande quantità di server e tecnologie avanzate, in particolare processori specializzati per l’intelligenza artificiale. Ci sono due momenti cruciali: il training, l’addestramento dei modelli attraverso la trasformazione dei dati, e il lancio del modello, che richiede infrastrutture adeguate per gestire l’inferenza su larga scala».

Una guerra tecnologica tra pochi

In questo momento i Paesi che hanno le risorse economiche per sviluppare e addestrare queste tecnologie sofisticatissime sono pochi. Fatta eccezione per una compagnia francese, Mistral, tutte le altre sono di proprietà statunitense, cosa che spazza via la concorrenza: «Non ci sono soldi. Numeri alla mano, credo che quello che è stato investito anche solo in OpenAI sia la somma di tutto il settore dell’intelligenza artificiale in Europa, in termini di fondi disponibili», spiega Flora. 

Tutto questo ha non poche implicazioni a livello politico: i governi possono provare a limitare e contenere gli effetti di questa supremazia, ma non possono certo impedirla. «Non la si può contenere, così come non si può contenere quella della rete. Certo, si possono limitare gli eccessi che possono andare da una parte o dall’altra, ma è un tamponamento: agire a monte del problema è impossibile», continua l’esperto. I governi hanno due compiti: cercare di vincere questa battaglia e, al contempo, normare per evitare che si trasformi in una guerra tecnologica distruttiva. «La normativa in questo momento è una lotta di retrovia, l’European AI Act stesso lo è. Ci sono nodi cruciali, come la responsabilità delle azioni delle macchine e le questioni legate al copyright, che ancora nessuno vuole affrontare».

«Quello che è certo, e che trova d’accordo la totalità degli studiosi e degli scienziati che si occupano del tema, è che ci troviamo ancora lontani dall’intelligenza artificiale generale, ma nel momento in cui questa arriverà sarà l’ultimo programma che gli umani scriveranno. Da quel momento in poi, l’umano non servirà più. E arrivati a quel punto la distanza tra primo e secondo classificato sarà abissale». E se l’umano non serve più allora subentra un altro problema: cosa si fa con tutte le persone il cui lavoro viene spazzato via dall’intelligenza artificiale? Le si può ricollocare? Secondo Flora sarà impossibile farlo per tutti: certo, bisognerà supervisionare i lavori delle macchine, ma non si possono tramutare centinaia di migliaia di operai in manager. Se non si trova una soluzione, la disoccupazione mondiale sarà un problema per quasi tutti, ma non per gli Stati Uniti, che non hanno intenzione di perdere questa corsa e non staranno di certo a guardare. Quello del lavoro per loro sarà un non problema perché verrà risolto internamente. «Del resto, la corsa all’egemonia, in ogni settore», conclude Flora, «è un mors tua vita mea».

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