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Il patto col diavolo Trump di Mitch McConnell

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L’evoluzione della figura di un politico di provincia ha determinato la trasformazione trumpiana del partito repubblicano, travolgendo lo stesso protagonista del takeover delle Corti federali avvenuto nel quadriennio compreso tra 2017 e 2021. Un insider ci rivela in esclusiva chi sarà il suo successore

Quando Addison Mitchell McConnell III è entrato in politica non pensava che il suo ruolo nella storia politica americana sarebbe stato così nodale. In fin dei conti era un politico come tanti altri, con qualche ambizione di cambiare le cose. Del resto, non aveva il fisico per ambire alla presidenza: salvato dalla poliomielite in tenera età, con una vista sempre debole che ha caratterizzato il suo volto con uno spesso paio di occhiali e una voce con un pesante accento dello Stato dove ha vissuto insieme alla sua famiglia, il Kentucky. Lo ha scritto in The Long Game, la sua autobiografia pubblicata nel 2014 dove, con un tono autoindulgente, parla di sé come di uno statista che non ha mai ambito alla Casa Bianca ma a diventare ciò che altri politici erano stati: il dominatore del Senato.

Ciò che dimenticava di dire, però, è che il senatore di oggi (eletto per la prima volta nel 1984 e attualmente al suo settimo mandato) non ha nulla a che vedere con il politico delle foto in bianco e nero in cui abbraccia la sua prima moglie Sherrill Redmon che lo guarda innamorata. Mitch McConnell allora era un centrista attento ai diritti civili. Una posizione controcorrente la sua, ma non troppo, come gli disse uno dei suoi maestri, il senatore John Sherman Cooper: «C’è un tempo per seguire l’umore della base e un tempo per guidarla». Il riferimento era agli anni dello smantellamento della segregazione razziale. Come giudice capo (una sorta di sindaco metropolitano) della contea di Jefferson, in Kentucky, tra il 1977 e il 1984, McConnell era un politico di questo tipo, un pragmatico e un modernizzatore. Sapeva che l’epoca del welfare pesante stava volgendo al termine, ma allo stesso ero conscio della fame di investimenti pubblici di uno degli Stati più poveri d’America. 

Mitch McConnell, però, degli insegnamenti del suo maestro aveva sentito maggiormente la prima parte. Il Partito repubblicano stava perdendo le sue caratteristiche di partito moderato a favore del business e si stava trasformando in una formazione di destra conservatrice. Questo avveniva grazie all’afflusso di ex democratici che mal digerivano un’integrazione razziale percepita come forzata dall’alto, anche in virtù di varie sentenze della Corte Suprema, non ultima la Runyon v. McCrary del 1976 che sanciva l’incostituzionalità della segregazione nelle scuole private. Per questo motivo, quando McConnell entra al Senato nel 1984 cambia insieme al suo partito, tenendo in mente un obiettivo: abolire il government by judiciary, quel percepito attivismo legale che, attraverso un massiccio uso di sentenze, avrebbe aggirato la maggioranza conservatrice del Paese. Con pazienza. Per farlo, però, bisognava rimanere al Senato come conservator sempre più influente, scalandone la leadership mentre le presidenze andavano e venivano, diventando il numero uno nel 2007, proprio quando il secondo mandato di George W. Bush volgeva al termine e la carica sembrava tutt’altro che appetibile. 

Certo non si sarebbe intimorire da un suo giovane collega come Barack Obama, eletto presidente nel 2008 dopo solo quattro anni a Capitol Hill. Un tirocinio troppo breve: Mitch McConnell riesce a rallentare le sue nomine giudiziarie, sottoponendo ogni aspirante giudice federale a un esame scrupoloso. Fino a quando nel febbraio 2016 muore il giudice della Corte Suprema Antonin Scalia. Prende allora una decisione che definirà «la più pesante della mia vita»: non calendarizzare, in qualità di leader di maggioranza del Senato a trazione repubblicana durante un governo democratico, le audizioni per il suo successore. Mette sul piatto delle presidenziali di quell’anno proprio la nomina di un successore conservatore a un’icona di quel revival giuridico. Funziona: Donald Trump è eletto presidente degli Stati Uniti e grazie a questo azzardo vengono nominati tre giudici conservatori nella Corte Suprema. L’obiettivo è centrato e al vertice del sistema giudiziario c’è una solida maggioranza originalista, dottrina che crede fermamente in una lettura restrittiva delle leggi.

Il partito repubblicano però è cambiato, troppo per i suoi gusti, e ormai i suoi obiettivi sono centrati: per Trump e i suoi accoliti, McConnell diventa un ferrovecchio del passato e non più un prezioso strumento di governo com’è stato per quattro anni. E per McConnell, ormai, bruciato da questo patto faustiano, la carriera volge al termine. Cosa resta di lui? Secondo Al Cross, storico giornalista politico del Kentucky e fondatore della scuola di giornalismo dell’università del Kentucky, McConnell «ha trasformato lo Stato a sua immagine: da Stato in bilico a bastione repubblicano, non solo seguendo i trend nazionali, ma vincendo anche importanti battaglie politiche». Anche per questo, spiega Cross, McConnell ha già in mente chi gli succederà al Senato, e lo rivela in esclusiva a Prismag. «Si tratta dell’ex procuratore generale Daniel Cameron, che probabilmente riceverà il suo endorsement nel 2026». E così, grazie a Mitch McConnell ci sarà un neo senatore afroamericano, suo collaboratore dal 2015 al 2017. Un premio per averlo aiutato a trasformare la Corte Suprema in senso conservatore: il suo lascito più pesante, per il quale però non riceverà nessun merito né amore, bruciato dal suo patto con il trumpismo che lo ha divorato.

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