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Neom: l’utopia saudita

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Sotto la guida di Mohammed bin Salman, l’Arabia Saudita sta investendo 500 miliardi di dollari nel progetto per creare una città avanzata che simboleggi innovazione e sostenibilità. Questa iniziativa ambiziosa affronta, però, sfide finanziarie e ambientali

Il soft power di Mohammed bin Salman: sport, riforme sociali e turismo

Nelle relazioni internazionali non contano solo potere militare e finanziario, quello che chiamano hard power, ma anche la capacità di un Paese di saper plasmare l’immagine di sé agli occhi degli altri attraverso la diffusione della propria cultura e attirando turisti. Se negli ultimi anni c’è un Paese che è stato molto più abile di altri a sviluppare il proprio “potere morbido”, questo è senz’altro stato il Regno dell’Arabia Saudita. Il rebranding architettato dal principe ereditario Mohammed bin Salman ha almeno tre leve: sport, riforme sociali e turismo. Il regno ha ospitato in questi anni il Rally Dakar, la Supercoppa italiana di calcio e la rivincita della finale di boxe dei pesi massimi  Joshua vs. Ruiz Jr., per citare alcuni eventi sportivi. Senza dimenticare l’acquisto del Newcastle United Football Club a opera del fondo sovrano Public investment fund (Pif) e la sponsorizzazione della Roma, per non lasciare al Qatar (che vanta la proprietà del Paris Saint-Germain e il titolo di Official Global Airline Partner dell’Inter tramite la compagnia di Stato Qatar Airways) il ruolo di protagonista nella sfera calcistica. Sul fronte delle riforme sociali, pur restando il Paese piuttosto restrittivo nei confronti delle minoranze, bin Salman ha puntato sull’abolizione del divieto di guida per le donne e la restrizione dei poteri della polizia religiosa. Dulcis in fundo, il turismo gioca un ruolo strategico a partire dal 2019, quando è stato rilasciato un nuovo regime di visti per visitatori da 49 Paesi, aprendo al mondo le opulente attrazioni storiche, culturali e naturali saudite. Nonostante la spinta “laica” che bin Salman vuol dare al regno, la religione rimane un fattore di influenza notevole nella terra dei due Haram (la Mecca e la moschea del Profeta a Medina).

Il piano Vision

Le iniziative fanno parte di Vision 2030, un piano strategico avviato nel 2016 da Mohammed bin Salman che mira a ridurre la dipendenza dell’Arabia Saudita dall’industria petrolifera e a diversificare l’economia. Tuttavia, vi è un certo scetticismo sulla fattibilità di questa transizione, data la storica predominanza del petrolio nell’economia del Paese e le sfide che comporta cambiare un modello economico così consolidato, in cui al controllo delle materie prime non è mai seguito un vero sviluppo industriale.

Il progetto Neom, con un budget di 500 miliardi di dollari dal Pif, è al centro di questa strategia, e punta a creare una mega-città avanzata che simboleggi innovazione e sostenibilità, estesa per 26.500 chilometri quadrati nel nord-ovest del Paese, lungo il mar Rosso. Sebbene Neom ambisca a diventare un hub globale per innovazione, tecnologia e turismo, emergono dubbi sulla sua capacità di allontanarsi completamente dall’economia petrolifera. Con una struttura amministrativa e legale autonoma, che include un sistema giudiziario indipendente e leggi del lavoro proprie, Neom si propone come simbolo di un nuovo orientamento più laico e aperto per il Regno. 

La mega-città del progetto Neom

Le parti più ambiziose del progetto riguardano la costruzione di The Line, Trojena, Neom Bay e Oxagon. La prima sarà una città lineare lunga 170 chilometri, senza auto e senza emissioni di CO₂. I tempi di realizzazione sono incerti (2024-2045), ma bin Salman vorrebbe cominciare a popolare la città entro il 2030. La seconda sarà la prima pista da sci nella penisola arabica. La terza è l’aeroporto della città, inaugurato con il primo volo nel 2019. Nel luglio 2020, le società Neom, Acwa Power e Air Products hanno formato una joint venture per produrre idrogeno verde utilizzando energia eolica e solare. Nel 2021 è stato annunciato il piano per la costruzione dell’area portuale Oxagon, destinata a diventare un polo industriale e uno snodo commerciale. Nel corso del 2024, infine, dovrebbe essere aperta ai primi turisti l’isola del lusso Sindalah.

Neom mira ad affermarsi come un hub dell’innovazione tecnologica, sfruttando l’intelligenza artificiale e la rete 5G per creare un ambiente di vita sostenibile e interconnesso. L’obiettivo a dir poco audace è alimentare al cento per cento la mega-città con energie rinnovabili e mantenere intatto il 95 per cento dell’ambiente naturale. È prevista la costruzione del più grande giardino corallino al mondo e il ripristino di 1,5 milioni di ettari di habitat naturale attraverso la riforestazione di cento milioni di alberi. Nonostante gli eco-propositi, secondo Philip Oldfield, a capo della Unsw School of Built Environment di Sidney, l’impatto ambientale della messa in opera supererà qualsiasi beneficio futuro, data la necessità di un enorme dispendio energetico e dell’utilizzo di materiali da costruzione ad alta intensità di CO₂ nella realizzazione dal nulla di infrastrutture su larga scala, come intere aree urbane e industriali. La costruzione di strutture imponenti, la produzione di cemento, acciaio e l’impiego di altre risorse non rinnovabili porterebbero a un significativo rilascio di gas serra.

Le ombre sui piani di bin Salman

La realizzazione del progetto Neom ha incontrato resistenze locali significative, in particolare dalla tribù Huwaitat, una comunità nomade che popola la regione da secoli. Questa si oppone agli espropri dei terreni necessari per la costruzione delle nuove infrastrutture di Neom. Le tensioni si sono manifestate in gravi episodi di violenza, incluse denunce di uccisioni e condanne a morte tra i membri della tribù che hanno resistito agli sfratti. Mohammed bin Salman mira a rinnovare l’immagine dell’Arabia Saudita, superando la tradizionale associazione del regno con i luoghi sacri della Mecca e Medina. Neom, finanziata dalle entrate petrolifere, è guidata da Nadhmi Al-Nasr, ex dirigente di Aramco, la società petrolifera di Stato considerata la cassaforte dei sogni sauditi. Il giornalista Federico Rampini, nella sua newsletter Global, ha osservato che le finanze del Pif si sono ridotte, costringendo il Paese ad aumentare il rapporto debito/Pil dall’1,5 al 26 per cento in un decennio e a vendere alcune quote di minoranza in Aramco. Un aspetto cruciale è rappresentato dai tempi di completamento dei lavori, soprattutto in considerazione delle stime dell’International Energy Agency che indicano una riduzione della domanda globale di petrolio nei decenni a venire. Questa dinamica mette a rischio la capacità di investimento del regno, che potrebbe esaurire le proprie risorse finanziarie prima di realizzare i ritorni economici e geopolitici sperati, che potrebbero rivelarsi utopici.

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