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Nell’Amazzonia ecuadoriana, dove il petrolio regna sovrano

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Il bacino amazzonico attraversa otto paesi. Uno di questi è l’Ecuador, che ospita il parco nazionale del Yasuní (Ynp), designato come patrimonio Unesco nel 1989. Una delle aree più ricche di biodiversità al mondo, nonché la casa di diversi gruppi di popolazioni indigene, sfruttato per le sue riserve di petrolio

Da più di mezzo secolo, nell’Amazzonia ecuadoriana le aziende petrolifere bruciano il gas naturale prodotto dall’attività estrattiva. All’interno del parco nazionale del Yasuní ci sono sette blocchi petroliferi, tra cui il blocco 43, rimasto intatto almeno fino al 2013. Questo, noto anche come Itt, comprende i giacimenti di Ishpingo, Tambococha e Tiputini ed era stato oggetto dell’iniziativa Yasuní-Itt: una proposta lanciata nel 2007 dal governo di Rafael Correa per evitare lo sfruttamento petrolifero nella zona più remota e meglio conservata del Ynp e proteggerla in modo permanente. Come compensazione per il blocco delle attività estrattive il Paese andino chiese alla comunità internazionale 3,6 miliardi di dollari ma nel 2013, quando era stato raccolto nemmeno lo 0,5 per cento di quanto previsto, l’iniziativa fallì e nella zona iniziò l’estrazione. Molti gruppi di giovani attivisti si unirono per difendere le riserve di petrolio dell’Itt, dando vita al collettivo YASunidos. Il gruppo si attivò per raccogliere firme e promuovere una consultazione popolare, ma le frodi e le diffamazioni subìte permisero di indire un referendum abrogativo solo dieci anni dopo. Nell’agosto 2023, il 60 per cento degli ecuadoriani ha votato a favore del mantenimento a tempo indeterminato delle riserve petrolifere nel sottosuolo e dunque del blocco delle attività estrattive, in un referendum che è passato alla storia.

Oggi, però, a due anni di distanza quella consultazione è lettera morta. «Il governo continua con lo sfruttamento illegale del giacimento petrolifero. In questo momento stanno estraendo circa 40mila barili di petrolio da questo blocco. Questo è illegale», ci spiega Pedro Bermeo Guarderas, coordinatore legale e portavoce del collettivo YASunidos, nonché uno tra i promotori ufficiali del referendum del 2023.

Le sostanze emesse dai processi di estrazione sono altamente tossiche e dannose per l’ambiente e la salute. Per anni le aziende hanno violato le norme ambientali, riversando nei fiumi più di 16 miliardi di tonnellate di acque reflue. «Ancora oggi ci sono più di due fuoriuscite di petrolio a settimana in Ecuador: molte di queste sono state nella regione di Yasuní», continua Bermeo. 

Questo sta accadendo perché nel 2024, quando l’aumento di sequestri e rivolte carcerarie hanno portato l’Ecuador in uno stato di caos, il governo di Daniel Noboa ha risposto con misure che gli consentissero di riprendere il controllo del Paese, promuovendo attività minerarie su larga scala e una moratoria sul risultato del referendum di Yasuní per almeno un altro anno. Tutto ciò nonostante «lo scorso marzo la Corte Interamericana, che è la corte più alta della regione, ha emesso una sentenza che obbliga il governo a rispettare il referendum e ha stabilito di mantenere il petrolio nel sottosuolo come strategia per proteggere i popoli indigeni isolati».

Bermeo coglie l’occasione per denunciare anche altre misure adottate da Noboa contro i diritti della natura e i diritti dei popoli indigeni dell’Ecuador. Il 2 luglio 2025 è stato discusso, come questione d’urgenza in materia economica, il progetto di Legge organica per il rafforzamento delle aree protette. Per Bermeo, con questo disegno di legge il governo sta «cercando di privatizzare le aree protette. Questo ha un enorme impatto non solo sulla natura, ma anche sulle comunità indigene, ed è incostituzionale».

L’attuale costituzione dell’Ecuador è rivoluzionaria, in quanto la prima al mondo a riconoscere la natura come soggetto di diritto e a garantire ai popoli indigeni la consultazione preventiva sui piani di sfruttamento nei loro territori. «Stanno trasformando la natura in un prodotto: non la stanno solo privatizzando. Questi sono processi di mercantilizzazione, un nuovo colonialismo verde».

In questo modo, le comunità indigene sono sempre più abbandonate dal governo. Per Bermeo, infatti, «la discussione dovrebbe essere su come il governo sostituirà i lavori che hanno in relazione con l’estrazione petrolifera, gli unici che sono stati loro proposti per tanto tempo». Delle alternative sono ancora possibili: basti pensare al turismo comunitario, ecologico e gestito dalle stesse comunità indigene che è «un modo per fare turismo senza danneggiare la natura, ma allo stesso tempo promuovendo diverse alternative per la comunità che vive in questi territori»

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