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Checkpoint Usa: i nuovi rigidi confini del turismo statunitense

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Controlli sempre più rigidi alla frontiera, perquisizioni ai dispositivi digitali e casi di detenzione stanno alimentando un clima di incertezza che scoraggia i viaggiatori internazionali, con effetti già visibili sul settore turistico

L’inizio della stagione estiva porta, di norma, un aumento dei flussi turistici, segnando un periodo cruciale per il settore dei viaggi e dell’accoglienza. Gli Usa, da sempre uno dei principali poli di attrazione per il turismo da tutto il mondo, offrono destinazioni allettanti per ogni tipo di viaggiatore: dalle spiagge della California ai parchi nazionali del Nord Ovest, passando per le grandi metropoli. Eppure, quest’anno la situazione  è cambiata e gli Stati Uniti non sembrano più una scelta prioritaria per i viaggiatori internazionali. Un fenomeno dietro il quale non si cela soltanto un cambiamento nei gusti o nelle rotte turistiche globali, ma piuttosto la crescente percezione di incertezza generata da una rigidità sempre più marcata nei controlli alle frontiere. Le testimonianze di cittadini provenienti da Canada, Germania, Regno Unito e molti altri Paesi, trattenuti per giorni in strutture detentive, sono scoraggianti e rafforzano l’immagine degli Stati Uniti come una meta sempre più incerta e problematica.

Atterrando con un volo internazionale in territorio americano, alla frontiera si viene sottoposti a controlli da parte di agenti della Customs and Border Protection (Cbp) e, in alcuni casi anche da agenti della Homeland Security Investigations (Hsi). La Hsi, nello specifico, è una divisione dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), l’agenzia per l’immigrazione e le dogane degli Stati Uniti. Creata nel 2003 nell’ambito del Department of Homeland Security, l’Ice ha assunto un ruolo crescente nell’enforcement delle politiche migratorie, non solo nei confronti di migranti irregolari ma anche in contesti che riguardano visitatori con documentazione apparentemente in regola. La stessa agenzia federale, già al centro di proteste e mobilitazioni contro le deportazioni arbitrarie, è stata protagonista di una nuova ondata di tensioni all’inizio di giugno a Los Angeles, culminate in scontri che hanno richiesto l’intervento della Guardia Nazionale. 

Le priorità dell’Ice hanno subìto un cambiamento netto, modellato dall’approccio securitario promosso dall’amministrazione Trump. Se in passato l’applicazione delle leggi sull’immigrazione negli Stati Uniti era gestita principalmente dall’Immigration and Naturalization Service (Ins), che faceva parte del Dipartimento di Giustizia, oggi l’Ice ha assunto la maggior parte delle responsabilità nel campo. Questo corpo di sicurezza è cresciuto anche nei numeri. Attualmente, impiega oltre 20mila persone dislocate in più di 400 sedi, sia sul territorio statunitense che all’estero. Secondo il rapporto per l’anno fiscale 2024, il budget annuale dell’agenzia ammonta a circa 9 miliardi di dollari. L’Ice si suddivide in quattro rami principali: la Homeland Security Investigations  precedentemente citata, l’Enforcement and Removal Operations (Ero), l’Office of the Principal Legal Advisor (Opla) e il Management and Administration. 

Fino a pochi anni fa, per garantirsi l’accesso negli States bastava seguire una procedura per ottenere un visto B-2 oppure, per i cittadini dei Paesi aderenti al Visa Waiver Program, compilare una semplice richiesta online per l’autorizzazione Esta (Electronic System for Travel Authorization). Tuttavia, negli ultimi mesi è emerso come gli agenti di frontiera conservino comunque la facoltà di negare l’accesso al Paese anche a viaggiatori in possesso di documentazione valida. Di fatto, l’Esta non è più una garanzia di accesso sicuro al Paese e molti turisti lo stanno sperimentando in prima persona. L’ultimo caso noto è quello di Mads Mikkelsen, un cittadino norvegese di 21 anni, fermato all’aeroporto di Newark dagli agenti della Cbp. Secondo quanto riportato dai media norvegesi, il fermo sarebbe stato motivato dalla presenza, sul telefono del ragazzo, di un meme ironico sul vicepresidente J.D. Vance. Prontamente, l’Homeland Security ha condiviso un post su Facebook rettificando che a Mikkelsen è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti per aver ammesso un consumo di stupefacenti (risalente a molto tempo prima e in Paesi dove era legale), precisando che solo chi rispetta le leggi sarebbe stato accolto nel Paese. Mikkelsen ha definito la versione degli agenti di frontiera un’evidente falsificazione della realtà.

«Un’esperienza da film horror». È così che una turista tedesca, la tatuatrice Jessica Brösche, ha descritto la permanenza in un centro di detenzione dell’Ice a San Diego. A gennaio 2025, dopo essere entrata negli Stati Uniti da Tijuana in compagnia di un’amica americana, è stata fermata e condotta in detenzione, dove ha trascorso un mese – di cui, secondo alcune fonti, otto giorni in isolamento. Secondo la testimonianza dell’amica, Brösche aveva presentato un visto regolare e una copia del suo biglietto di ritorno per Berlino. Nonostante ciò, la Cbp l’ha accusata di voler violare i termini del visto esercitando la propria professione all’interno del Paese senza autorizzazione.

Un’esperienza simile è capitata a Nikki Saroukos, una ragazza australiana atterrata a Honolulu, dove è stata portata in una cella di sicurezza per il controllo degli effetti personali, incluso il suo telefono. Un fermo è stato giustificato con la stessa accusa di Jessica Brösche: il sospetto che la cittadina australiana volesse restare negli Stati Uniti oltre il periodo dichiarato.  

Altri casi simili si aggiungono a queste testimonianze, sollevando interrogativi sull’accesso da parte delle autorità statunitensi ai dispositivi digitali personali dei viaggiatori internazionali. In molti si stanno chiedendo se sia lecito che le autorità di frontiera perquisiscano i materiali contenuti negli smartphone, tablet o computer  senza mandato né fondato sospetto.

Per rispondere a questi dubbi, sul sito della Cbp è riportato che «queste perquisizioni sono state utilizzate per identificare e contrastare attività terroristiche, pornografia infantile, traffico di droga, traffico di esseri umani, contrabbando di denaro contante, tratta di persone, violazioni dei controlli all’esportazione, infrazioni ai diritti di proprietà intellettuale e frodi sui visti, tra le altre violazioni».

Questa imprevedibilità ha alimentato l’ansia dei viaggiatori internazionali. La possibilità di essere fermati, perquisiti o respinti nonostante documenti in regola ha convinto molti a preferire mete percepite come più sicure e accoglienti. Una proiezione dell’Oxford Economics, Tourism Economics prevede un calo dell’8,7 per cento nei viaggi verso gli Usa: un segnale d’allarme per il suo settore turistico. È l’effetto collaterale di politiche sempre più rigide di cui gli Stati Uniti potrebbero non aver ancora pienamente compreso le conseguenze.

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