Prendere il primo volo e partire: sembra facile, ma non lo è se dalla Sicilia o dalla Sardegna devi raggiungere lo Stivale, il resto d’Italia. «Abbiamo problemi anche ad andare in Campania», racconta Filippo Fois, presidente del Budoni, società di calcio della Sardegna che milita in Serie D. Tra orari scomodi, pochi voli e i costi di ogni servizio, andare a giocare in trasferta sulla Penisola è un’odissea che si ripropone bisettimanalmente, fotografia di un’Italia ancora poco unificata. «Addirittura, dopo settembre su Napoli non ci sono voli con la Sardegna: ecco perché vorremmo giocare in un girone composto soltanto da squadre sarde e laziali, senza campane, ma ogni volta che lo proponiamo rimaniamo inascoltati». A conti fatti, ogni turno di campionato fuori dall’isola costa intorno ai diecimila euro. «Siamo costretti a rivolgerci sempre a un’agenzia per evitare altri problemi logistici», conclude Fois.
«Abbiamo appena scritto e spedito una lettera alla Lega Nazionale Dilettanti – firmata insieme ad altre società sarde: Budoni, Latte Dolce e Olbia – per chiedere di avere nel girone meno squadre campane possibili», aggiunge Marco Carboni, numero uno del Monastir, club del Sud Sardegna. D’altronde, d’inverno gli unici collegamenti attivi con Cagliari sono Linate e Fiumicino. «Ma anche gli hotel sono un problema: per gli spareggi nazionali di calcio a undici a Maccarese (sul litorale romano) abbiamo trovato alloggio a Riano», ci racconta: le due località distano 55 chilometri. «Anche per il calcio a cinque, le trasferte non costano meno di cinquemila euro». Cifre importanti che, sommate, a fine anno arrivano a centoquarantamila euro, coprendo un’importante fetta dei bilanci di queste società al confine tra il professionismo e il dilettantismo, con entrate assai esigue. «Neanche il piccolo contributo che ci arriva dalla Regione Sardegna – variabile per il calcio a undici, sui trentamila euro annui per il calcio a cinque – è sufficiente, se non per un paio di trasferte», conclude Carboni.
Un po’ meno complicata appare la situazione per le squadre siciliane, ma solo perché la Regione ha un bacino d’utenza calcistica molto più ampio rispetto all’isola cugina. Nell’ultimo campionato di Serie D, ad esempio, erano ben dodici le squadre corregionali, quattro quelle calabresi e solo due campane. Dato che ci sono trasferte lunghe e complicate anche senza uscire dalla Sicilia, sia per le distanze che per la poca praticità di molte strade, dalla Nissa – società dilettante di Caltanissetta dalle grandi ambizioni (la proprietà punta da tre anni alla Serie B), con uno stadio da quattordicimila posti – ci hanno spiegato che è meglio pianificare la logistica delle gare fuori casa a inizio anno, non appena vengono pubblicati i calendari. Già da quel momento la società biancogiallorossa stipula un accordo di lungo termine con una compagnia di pullman (anche se l’obiettivo è acquistarne uno di proprietà quanto prima) e prenota tutti i voli necessari per la Campania.
«Con il ponte sullo Stretto sarebbe tutto più semplice, eviteremmo almeno le file ai traghetti», ammette Antonio Midolo, team manager del Siracusa, neo-promosso in Serie C. «I problemi per i voli ci sono anche con la Puglia, non solo con la Campania, e a volte siamo costretti a spezzare il viaggio in Calabria: perciò, con una notte in più in hotel i costi di una singola trasferta possono superare i diecimila euro». E con lo sbarco nei professionisti, il girone meridionale avrà meno squadre siciliane e più pugliesi.
Secondo un’analisi del sito Calcio e finanza, il risultato netto medio delle squadre di C dal 2018 al 2023 è stato in media negativo di due milioni di euro. E le spese dei club continuano ad aumentare: come registrato dalla Gazzetta dello Sport, la stagione appena conclusa ha visto salire gli stipendi di oltre tre milioni. D’altronde, dal Perugia all’Avellino al Foggia sono tante le squadre di piazze importanti, un tempo presenza fissa tra Serie A e B.
Le neopromosse dalla Serie D, invece, cercano di spendere il minimo; ottocentomila euro per i contratti dei giocatori. Nella prima serie dei Dilettanti, invece, le 162 formazioni spendono tra il mezzo milione e i settecentocinquantamila euro per stipendiare i propri atleti. Dalla stagione 2024-2025, inoltre, per spronare le società a vincere il milionario premio per chi impiega più calciatori giovani, il costo d’iscrizione al campionato di D è aumentato di cinquemila euro, passando da undici a sedicimila euro. La spesa totale, comprensiva di tassa d’iscrizione al campionato Juniores Nazionale e fideiussione bancaria, raggiunge i 52.500 euro.
C’è un calcio ben lontano da sponsor, stipendi a sei zeri e ricavi milionari, ma dai costi ugualmente esorbitanti. E se il problema degli stadi e delle strutture sportive accomuna tutte le divisioni sin dalla Serie A, man mano che si scende di categoria iscriversi al campionato successivo è una sfida di sopravvivenza. Ancor più se per farlo devi prenotare un volo perennemente non programmato.



