Il 24 dicembre il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha sospeso il visto d’ingresso per l’ex commissario europeo Thierry Breton e altri quattro esperti europei nell’ ambito della disinformazione online. In un comunicato stampa il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che la decisione è stata presa perché «hanno guidato gli sforzi organizzati per costringere le piattaforme americane a censurare, svalutare e cancellare i punti di vista americani a cui si oppongono». Breton, ex commissario europeo per il Mercato interno dal 2019 al 2024, è stato preso di mira in quanto uno dei principali artefici politici del Digital Service Act (Dsa), il regolamento europeo che mira a costruire un mondo online più sicuro. In diverse occasioni, questa tipologia di regolamenti e di leggi adottate dalla Commissione europea ha suscitato critiche da parte degli Stati Uniti, che li accusano di rappresentare un tentativo di minare la libertà delle loro piattaforme social. Se la regolamentazione sia sufficiente per contrastare l’anarchia digitale promossa da Trump, Musk e l’estrema destra in generale, resta da vedere. Cosa può – e deve – fare l’Unione europea per avere una posizione più assertiva sul tema della sovranità digitale? Lo abbiamo chiesto a Brando Benifei (Partito democratico), eurodeputato del Gruppo dell’Alleanza progressista di socialisti e democratici (S&D), nonché relatore del regolamento Ue sull’intelligenza artificiale.
«L’Unione europea ha già gli strumenti per contrastare il far west digitale: il Digital Services Act e l’Ai Act. Lo dimostrano casi concreti come le recenti sanzioni a X o la proliferazione dei deep fake, che rendono essenziali misure come l’obbligo di etichettatura e watermarking dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale, previsto dall’Ai Act. Senza trasparenza, il nostro spazio informativo è destinato a collassare». Secondo Benifei, il problema non è tanto l’assenza di regole ma la loro applicazione: «Servono risorse, competenze e soprattutto volontà politica per farle rispettare, affinché le piattaforme siano progettate per essere conformi alle leggi europee e non si limitino a pagare multe come costo di esercizio». Aggiunge che l’applicazione delle regolamentazioni, da sola, non è sufficiente: «L’Europa oggi rischia di essere una colonia digitale, dipendente quasi del tutto da infrastrutture, piattaforme e servizi controllati da grandi aziende statunitensi, spesso allineate all’amministrazione Trump. Questa dipendenza rappresenta una leva geopolitica inaccettabile. Le sanzioni contro Thierry Breton e altre figure chiave nell’attuazione del Dsa e dell’Ai Act sono un atto politicamente gravissimo. Colpiscono chi difende il diritto dell’Europa di regolamentare il digitale e di proteggere la democrazia. La risposta non può essere tecnica o diplomatica: deve essere politica. Senza un’Europa unita, determinata e sovrana, altri scriveranno le regole al posto nostro. E non possiamo più permettercelo».
E l’Italia?
Il divieto di ingresso a Breton va letto non solo nel contesto del progressivo allontanamento politico dell’amministrazione Trump dall’Europa, ma anche nella divergenza di vedute sul mondo online tra i due attori. Da un lato, le istituzioni europee tentano di costruire un web regolamentato e sicuro; dall’altro, gli Stati Uniti sono diventati i paladini del free speech (o, almeno, della visione che ne dà l’imprenditore Elon Musk) e di social media come X, dove regna invece l’anarchia.
Mentre Unione europea, Francia e Germania hanno condannato gli Stati Uniti, il governo Meloni non si è espresso sull’accaduto, presumibilmente per non andare contro l’alleato transatlantico. L’Italia fa però parte dell’Unione europea e leggi come il Dsa sono state approvate per tutelare anche i suoi cittadini. Cosa avrebbe fatto la presidente del Consiglio se al posto di Breton il visto fosse stato negato a un ex commissario italiano? Intanto, in una nota pubblicata dall’agenzia di stampa Adnkronos, Matteo Salvini si è schierato con gli Stati Uniti, difendendo la loro sovranità decisionale sulla concessione dei visti e sostenendo di rappresentare con orgoglio «l’unico partito ad aver votato contro il Digital Services Act, voluto da un pugno di burocrati di Bruxelles, e che è l’anticamera della censura, una vera e propria legge-bavaglio europea».
Secondo Benifei, è fondamentale recuperare la sovranità digitale: «La sovranità digitale significa far rispettare le nostre leggi, ma anche investire in infrastrutture strategiche – dai semiconduttori ai data center, fino al cloud – per riprendere il controllo delle fondamenta della nostra economia digitale».




