«Un ultras tifa fino alla fine, non fischierà mai la squadra durante la partita, non lo vedrai mai uscire dallo stadio. Non lascerà mai da sola la squadra e la città». Il viaggio comincia dopo aver preso i contatti con uno degli esponenti di spicco della Nuova Guardia, uno degli ultimi gruppi ultras nati nella città di Trento; il più numeroso ed attivo, sia in casa che in trasferta. Il membro in questione è un vecchio amico di chi scrive; in generale, però, il rapporto delle curve con i giornalisti è travagliato.
La narrazione del mondo ultras è controversa . «Spesso si dà un’immagine negativa di noi, evidenziando solo gli episodi di violenza», racconta il tifoso. Per questo, quando quel mercoledì sera hanno visto un giornalista alla porta della loro sede, gli sguardi e le prime impressioni erano di diffidenza.
La sede del gruppo e la riunione
Diverse sono infatti le questioni irrisolte, se si possono definire così, con alcuni giornalisti dei quotidiani locali. La sede ha aperto da poco, è ancora spoglia. A mano a mano cominciano ad arrivare tutti i membri.
Dopo una pasta in compagnia e un paio di birre, comincia la riunione. Saranno presenti circa venti persone. Il primo tema trattato è di carattere legale. Da poco, infatti, alcuni membri del gruppo sono stati avvisati che è stato avviato un provvedimento di Daspo contro di loro.
Si passa poi al calcio giocato. Domenica arriva in casa l’Atalanta under 23 per la prima partita di play-off di Serie C. Si organizzano gli striscioni, il ritrovo in sede, le disposizioni in curva. «Dobbiamo far passare una certa visione della curva, anche per i tanti ragazzi più giovani che si interfacciano con questo mondo per la prima volta. La curva è il primo posto in cui un ragazzo va allo stadio, il più delle volte per questioni di prezzo: il settore del tifo caldo è spesso il più economico. Per questo è importante che ci sia un’organizzazione, che si cantino alcuni cori piuttosto che altri e che ognuno abbia il suo ruolo e il suo spazio», spiega un esponente. «Il gruppo già c’è, ora l’obiettivo è creare una curva».
La mentalità ultras
C’è poi spazio anche per la solidarietà. «È venuto a mancare il capo [ultras, ndr] del Cittadella. Sabato c’è il funerale, facciamo una macchina per fare le condoglianze alla famiglia e portiamo la nostra sciarpa da esporre». A questo punto viene chiesto a ogni componente del gruppo, uno ad uno, se abbia altri impegni per quel sabato. «Il gruppo richiede serietà, se si entra si accetta di prenderne parte al cento per cento. Questo non significa che tutti devono fare tutto, ma ognuno farà quello che si sente o ciò per cui è più portato. L’importante è fare e non tirarsi indietro».
Al termine della riunione c’è un momento per fare alcune domande. La questione che più è interessante è quella dello spazio che ognuno riserva rispettivamente al gruppo, alla maglia e alla città. «È strettamente personale. Ognuno ha la sua risposta e sa perché fa parte di questo gruppo. Chi per la maglia, chi per la città, chi ancora per il gruppo stesso, in base anche al proprio vissuto. L’importante è esserci e crederci veramente».
Il giorno della partita
La domenica pomeriggio, alcune ore prima del fischio d’inizio della partita, i presenti alla riunione di mercoledì, più altre persone intente a caricarsi per la partita, sono nella sede. «La domanda dell’altra sera mi ha scosso molto. Per me, il gruppo rappresenta la quasi totalità del mio essere qui. Posso dire, senza esagerare, che aver trovato queste persone mi abbia salvato da strade ben peggiori», si confida uno di loro. La politica in curva è un altro argomento focale, soprattutto per chi scrive. «La curva rappresenta la città, per questo qui troverai chiunque, come è giusto che sia. Il nazista, l’anarchico, il comunista e il fascista. L’unica cosa fondamentale per far parte del nostro gruppo è la fede per la maglia, la città e il gruppo». Non sempre, però, è come a Trento. In molte città, le curve sono politicamente più coese: Pisa e Livorno sono famose per un’identità politica di sinistra radicale; tifoserie organizzate come quelle di Verona e Lazio sono più legate all’estrema destra.
Circa un’ora prima della partita ci si muove in direzione dello stadio: all’ingresso della curva ci sono alcuni membri che vendono del materiale. «Per noi questa è una fonte di sostentamento importante. I soldi ci servono per calmierare i prezzi di alcune trasferte per chi non si può permettere il prezzo intero, per la realizzazione delle coreografie e per l’acquisto di bandiere e bandieroni».
La partita
Quando le squadre entrano in campo, i tre membri di spicco prendono posto in fondo alla curva, spalle ai giocatori, e con il megafono iniziano ad intonare i primi cori rivolti verso i tifosi. Subito si respira una forte coesione: circa centocinquanta persone cantano all’unisono, accomunate dalla passione per quello che sta avvenendo a pochi metri di distanza. La partita si mette subito male: il Trento va sotto di due gol. Prima della ripresa, accorcia le distanze. Ad ogni modo, nemmeno per un istante i cori si placano. Anzi, prendono via via più forza. Nel secondo tempo, il Trento spinge ma non riesce a trovare la rete del pareggio, che sarebbe valsa l’avanzare al turno successivo dei play-off. La squadra viene sotto la curva, le sciarpe si tendono con il coro storico del Trento che riecheggia. Al termine, un lungo applauso saluta la squadra, fino al prossimo anno, sempre in Serie C. In curva non si respira grande dispiacere, anzi. La squadra ha lottato: questo conta. Perché quando si lotta non esiste la sconfitta. Gli ultras, infatti, non perdono mai.



