Il silenzio. Poi un rumore breve e assordante, come un’esplosione. E in seguito le urla della folla. Per capire le proteste in Serbia degli ultimi mesi, è da lì che bisogna partire: dal crollo della pensilina della stazione di Novi Sad -la seconda città del Paese, 70 chilometri a nord di Belgrado- il primo novembre scorso. Quella mattina, perdono la vita 16 persone.
Successivamente, iniziano le proteste degli studenti. Un movimento che cresce fino al culmine del 15 marzo scorso, quando a Belgrado sono scese in strada circa 500.000 persone. Ma si tratta di un fenomeno “carsico”, in un certo senso: da quando il presidente della Repubblica Aleksandar Vučić è arrivato al potere, ci sono già stati quattro grandi movimenti di protesta. Prima di questo, l’ultimo è stato “cittadini contro la violenza”, anche quello partito da un evento tragico: due sparatorie in una scuola elementare, figlie del poco controllo da parte del Governo delle armi ereditate dalle guerre balcaniche.
«La differenza fra le proteste del 2023 e quelle di oggi è che il momento è maturo per permettere a una nuova generazione per farsi avanti: nel 2017, i ragazzi che protestano oggi erano adolescenti; nel 2023 iniziavano a chiedere ai cittadini contro la violenza alcune domande. Ma non era ancora il loro momento», ci dice Slobodan Cvejić, professore di sociologia e parlamentare del partito centrista Srce, che è nato proprio da quelle proteste. «Adesso ci siamo. Ma anche noi siamo rimasti sorpresi dalla rapidità con cui gli studenti si sono organizzati e da quello che hanno ottenuto. Sicuramente un ruolo lo giocato avuto i social network, ma sono anche maturi i tempi».

Gli inizi della protesta degli studenti in Serbia
Torniamo a Novi Sad. Il crollo scuote fin da subito la Serbia: la stazione era stata restaurata e inaugurata dal Governo nel 2023, in occasione delle elezioni. «C’è stata una doppia cerimonia: una ufficiale con tutto il Governo, e un’altra con il premier ungherese Viktor Orbàn, per celebrare l’amicizia fra i due Paesi», dice Massimo Moratti, giornalista dell’Osservatorio Balcani-Caucaso. Viene richiesta la desecretazione dei documenti dell’appalto cinese per la ricostruzione, oltre che giustizia per le vittime. Ma il Governo decide di restare in silenzio: i documenti sono segreti. E comunque, il restauro coinvolgeva tutta la stazione, tranne la tettoria.
Una spiegazione che non convince gli studenti serbi: iniziano le proteste a Novi Sad e nel resto del Paese. Ma serve ancora un’altra scintilla, e questa volta è a Belgrado: durante un blocco stradale, alcuni sostenitori del Governo attaccano gli studenti della facoltà di arti drammatiche. La misura è colma, iniziano le prime occupazioni delle università. Da allora è una crescita continua: blocchi del traffico ovunque contro il “regime”, le dimissioni del sindaco di Novi Sad e del primo ministro Vukćević -a cui però non seguono elezioni-, fino al 15 marzo, con la più grande marcia della storia serba. Molti osservatori non si sarebbero mai aspettati l’enorme partecipazione da parte degli “adulti”, che Cvejić rivendica: «I cittadini e i professori sono stati fondamentali: hanno sostenuto gli studenti fin da subito, sia a livello organizzativo che economico».
Il dopo 15 marzo per gli studenti in Serbia
Dopo il 15 marzo, però, inizia una nuova fase, di confronto più “muscolare”: Vučić, fino a quel momento piuttosto “dialogante” con gli studenti nei toni, ha iniziato a etichettarli come «agenti stranieri e terroristi», pronti ad avviare una rivoluzione colorata sul modello ucraino. Viene creato un campo paramilitare di fronte al Parlamento, chiamato dai locali Ćacilend o anche “lo zoo” (per via della “fauna” particolare che si è concentrata lì); la Polizia ricomincia a usare il pugno duro contro i manifestanti e non vengono aperte indagini rispetto all’uso di un cannone sonoro contro la folla del 15 marzo.

Anche l’UE non ha dato il supporto che gli studenti speravano: un’enorme marcia parte in bici da Novi Sad fino a Bruxelles. Ma, al di là delle photo opportunity, la Commissione non ha preso in considerazioni sanzioni di alcun tipo contro Vučić.
Radikalicazija
E arriviamo al vero banco di prova: il 28 giugno. Da circa un mese, la protesta sembrava sul punto di spegnersi, con una partecipazione calante e un certo “burnout” da parte degli studenti della Serbia. Il giorno di Vidovan, l’anniversario della battaglia di Kosovo Polje, tutto è in bilico.
Nella piazza di Slavija a Belgrado la risposta non è la stessa del 15 marzo, ma i numeri sono di tutto rispetto: circa 150.000 persone. Per avere un termine di paragone, le contromanifestazioni del Governo non sono mai arrivate oltre i 10.000 partecipanti. Una parola, però, si insinua fra i manifestanti: radikalicazija, radicalizzazione. Quella sera, gli studenti fanno un altro passo avanti: chiedono esplicitamente le elezioni, dichiarando contestualmente il Governo “illegittimo e decaduto” e annunciando la nascita di una lista degli studenti.
Un passo in avanti non privo di rischi, data la natura ideologicamente eterogenea della protesta e il vanto degli studenti di “non avere leaders”. Ciononostante, un passo in avanti necessario, considerando lo scarso impatto sulle decisioni parlamentari dei cortei. Una volta concluso il sit-in, gli studenti si mettono in marcia. La maggioranza di loro è pacifica, come al solito. Ma ci sono infiltrati, che causano scontri con la Polizia.

Quella sera inizia un’ondata di arresti e pestaggi da parte della Polizia: ragazze, ragazzi, minori e professori, nessuno viene risparmiato. Un ragazzo, incontrato alle proteste del 15 marzo, mi dice esplicitamente: «Non manifesterò, ora è pericoloso. Hai visto cosa ci stanno facendo? Io non voglio essere arrestato».
I blocchi continuano, con un copione vario, ma prevedibile: ogni giorno, per protestare contro gli arresti, i manifestanti creano barricate a diversi incroci nelle città. La Polizia osserva in silenzio finché c’è molta folla. Poi, a ridosso di mezzanotte, manganella chi si è accampato per restare la notte e arresta più persone possibili. Fra i manganellati c’è il giornalista del settimanale Radar Vuk Cvijić, che il tre luglio scorso viene attaccato di fronte alla Pravni, la facoltà di Giurisprudenza, malgrado si fosse presentato come giornalista. «Sapevano benissimo cosa stavano facendo, eppure non si sono fermati», ci dice.
Appuntamento a settembre
Dopo pochi giorni, la situazione torna lentamente alla normalità: entro luglio i blocchi a Belgrado – incluso quello di Zemun, il più “combattivo”- vengono sgomberati. Il centro della protesta si sposta a Uzice, una città da 70.000 abitanti a tre ore di auto dalla capitale. Lì le occupazioni proseguono, così come le violenze della Polizia, ma -complici anche le vacanze estive- il numero di partecipanti cala ovunque.
Le proteste stanno continuando ancora a fine luglio, ma per capire dove andrà questa protesta bisognerà aspettare l’autunno prossimo, quando ricomincerà l’università e i ranghi degli studenti saranno al completo. I professori sono praticamente senza stipendio da aprile, quando il Governo ha rimodulato con un decreto le loro buste paga: la quota di salario legata alle lezioni è passata dall’88 al 12 per cento. Così, la maggioranza delle facoltà ha ricominciato le lezioni, anche se solo in via telematica.
Le violenze hanno ricominciato a crescere a metà agosto: le proteste sono ripartite, così come la violenza della Polizia. Nel mezzo, il Governo sembra inflessibile: niente elezioni, niente concessioni, è arrivato il momento di restaurare l’ordine. In una lettera inviata al Guardian il 1 settembre, Vučić ha detto che il suo Paese “non può e non deve accettare proteste violente mascherate da attivismo, volte a rovesciare l’ordine democratico che abbiamo costruito con i nostri partner europei”. Un’affermazione che è solo l’antipasto per ulteriore repressione.
Ciononostante, per Cvijić questa protesta non si spegnerà tanto facilmente: «Parlando con gli studenti, ho capito che sono determinati a continuare. Conoscono i rischi, sono in una situazione spaventosa, ma non si fermeranno prima di aver ottenuto le elezioni anticipate».



