Una celebre pubblicità del 1888 della fotocamera Eastman Kodak recitava: «Tu premi un bottone, noi facciamo il resto». La fotografia così come la intendiamo nasceva con quello slogan. La fotocamera, prima di allora, era un oggetto usato da tecnici specializzati e richiedeva una specifica maestria non solo nella gestione di lenti, luci e tutto ciò che riguarda lo scatto in sé, ma anche nella scelta e nello sviluppo delle pellicole.
Questo non fece solo la fortuna dell’azienda. Grazie a questo oggetto nacquero i fotoamatori, con un paradigma che sarebbe rimasto quasi immutato fino alla diffusione delle fotocamere digitali più di cento anni dopo: la fotocamera di massa è un oggetto semplice e automatico, mentre lo sviluppo è un processo da fotografi professionisti. Con la Eastman nacquero le foto istantanee e quelle “a sgamo”, aprendo un nuovo capitolo della storia della fotografia: le foto non erano più semplici ritratti impostati e ufficiali e, mentre i professionisti del dagherrotipo sgomitavano per reclamare uno spazio tra le belle arti, gli amatori potevano liberarsi di ogni vincolo imposto dai canoni classici.
Lo sviluppo di uno scatto era un’arte oscura riservata a pochi e nessuno si sarebbe scandalizzato per qualche licenza da parte dei fotografi: il ritocco era dato per scontato. Non è un caso che ne se ne trovi traccia anche nella nostra lingua: prima che la parola “photoshoppare” prendesse il sopravvento, l’italiano già disponeva delle parole “fotoritocco” e “fotomontaggio”, segno del fatto che si tratta di una pratica tutt’altro che recente.
Il confine tra montaggio e ritocco, in realtà, non è sempre nettissimo. Nei casi più semplici si trattava di disegnare sul negativo di una foto in bianco e nero, per eliminare le imperferzioni o modificare qualche forma. Nelle fototessere era una norma non scritta e ben accetta: da un lato, vedersi un po’ più belli non è mai dispiaciuto a nessuno; dall’altro, se la fotografia distorce la realtà per profondità di campo o aberrazioni varie, correggerla risulta legittimo.
Qual è il rapporto tra fotografia e pittura?
La nascita della fotografia ha svincolato i pittori dall’onere di dover rappresentare il reale, influenzandoli anche nella forma. Secondo molti storici dell’arte, l’impressionismo e tutto ciò che è venuto dopo sono una diretta conseguenza della scomparsa di questo fardello rappresentativo. Possiamo notarne le influenze in pittori impressionisti come Edgar Degas, che per primo iniziò a usare inquadrature fotografiche in dei dipinti, gettando lo spettatore nella scena con un linguaggio inedito per un dipinto.
Entrambe le forme di modifica sono state un importante strumento di propaganda per i totalitarismi: particolarmente note sono le pratiche di Stalin di cancellare i suoi nemici dalle foto, o i pesanti ritocchi nelle sue foto di gioventù. L’efficacia di questo strumento propagandistico risiede nel fatto che una foto è una testimonianza di un evento realmente accaduto: vale come documento, come prova forense e come sostanziale verità. Certo, si possono fare scatti artefatti o montaggi come quelli dadaisti, ma sono casi rari e difficili da scoprire (o meglio, lo erano ai tempi).
Con il tempo, la fotografia è diventata sempre più accessibile a livello economico: la fotocamera è diventata un oggetto di massa, presente in ogni casa, ma è con la fotografia digitale che si compie una vera e propria rivoluzione. Nei primi anni Duemila, infatti, le fotocamere digitali diventarono economiche e in grado di produrre risultati comparabili a quelle analogiche anche nei modelli meno avanzati, risparmiando al grande pubblico la spesa maggiore: le pellicole e il loro sviluppo. Oltre a mandare a un passo dal fallimento la Kodak, questo ha comportato un cambio di paradigma.
Parallelamente si diffondevano anche i personal computer, portando nelle case strumenti di computer grafica che fino a quel momento erano riservati ai grafici di professione. Da qui in poi i fotomontaggi iniziarono a diventare credibili, ma quelli ben fatti rimasero pochi, appannaggio di professionisti che conservavano anche la capacità di distinguere una foto vera da un ritocco. La fotografia come testimonianza rimane dunque un concetto quasi sempre vero.
La rivoluzione non aveva alterato il concetto stesso di fotografia, pur cambiando radicalmente il medium e pur avendo smaterializzato l’esperienza di fruizione della fotografia domestica.
Ci sono voluti pochi anni perché fotocamere di discreta qualità arrivassero sui nostri telefoni e, quindi, nelle tasche di chiunque, talvolta diventando protagoniste del marketing di alcuni modelli. Allo stesso tempo, anche le fotocamere semiprofessionali erano arrivate a prezzi così bassi da rendere la fotografia un hobby piuttosto di moda. La filosofia del primo Instagram era: bastano un iPhone e la tua individualità per essere un fotografo. Oggi, tutti i telefoni riescono a scattare foto migliori di una vecchia fotocamera domestica analogica, portando a una produzione e circolazione di fotografie così inflazionata da averla data per scontata.
La nascita della fotografia digitale
La prima fotografia digitale risale al 1957 e il primo sensore digitale basato su semiconduttori (come quelli odierni) è del 1969, grazie al lavoro dei fisici Willard S. Boyle e George E. Smith, che per le loro scoperte vinsero il premio Nobel.
Un evento ha però rotto l’armonia: l’annuncio dei nuovi Google Pixel 9. Con la loro fotocamera migliorata dall’intelligenza artificiale (AI), questi modelli segnano la rottura del precedente paradigma, con la consapevolezza che ci vorrà molto poco perché queste feature siano presenti nella maggior parte dei telefoni. Il Pixel permette di zoomare una foto già scattata senza farla sgranare, un HDR senza precedenti (tecnologia che scatta più foto con diversi tempi di esposizione per poi creare in automatico un risultato con il meglio delle varie foto, tecnica già diffusa da una decina d’anni su tutti i telefoni)], ma non solo. La vera e inquietante novità è la possibilità di aggiungere altri soggetti con un simil-HDR che unisce i vari protagonisti da più foto, unito a un editor che permette di modificare i propri scatti attraverso comandi testuali, promettendo risultati impressionanti. In sostanza, si tratta dell’ennesima introduzione di intelligenze artificiali generative.
La risposta di moltissimi appassionati di tecnologia è stata la stessa: la fotografia come la conosciamo è ormai il passato ma, soprattutto, una foto non è più sinonimo di testimonianza del reale. Il confine tra foto e fotomontaggio non esiste più: siamo di fronte a un cambio ontologico del medium. La realtà è che questa transizione non sta arrivando adesso, ma è già in corso da diversi anni senza che ce ne accorgessimo.
Questi nuovi telefoni semplificano e rendono maggiormente accessibili strumenti che già esistono e già costituiscono problemi pratici, oltre a dilemmi etici discussi da tempo. Le prime reti neurali a generare immagini credibili sono in giro da una decina d’anni: le GAN (generative adversarial networks) risalgono al 2014 e il sito ThisPersonDoesNotExist permette di generare volti realistici dal 2019, gratuitamente e senza limiti. È già da allora che si parla dei deepfake, che nel frattempo sono diventati una realtà diffusa. Il social network Reddit li ha bannati già dal 2018, dato il loro uso nella creazione di contenuti per adulti senza il consenso dei protagonisti. Siamo oltre però il giochino proibito per nerd, basti pensare ai fake satirici di Striscia la notizia o all’emergenza per i deepfake porno in Corea del Sud.
Con i loro modelli di apprendimento automatico, le IA generative Dall-E e Midjourney hanno portato risultati più accurati e una nuova esperienza d’uso, insieme a un grandissimo hype, ma di certo non una novità in senso stretto.
Cosa sono i deepfake?
I deepfake sono tecnologie in cui si può animare il volto di qualcuno o applicarlo sul video di qualcun altro, emulandone perfino la voce: si può così ottenere un Einstein che canta Despacito, Ariana Grande che spiega concetti di analisi matematica, Geolier che recita Sant’Anselmo… È una formula molto usata nei meme, ma queste tecnologie sono state spesso vietate dalle piattaforme per via dell’enorme generazione di contenuti porno non consenzienti realizzati aggiungendo volti di (quasi sempre) donne su video girati da attori e attrici professionisti e rubati dal web. In altri casi, i deepfake sono stati usati a scopi politici, come le foto pubblicate da Trump che vedevano Taylor Swift con il cappellino Maga. Inizialmente per crearli bisognava avere dei rudimenti di programmazione e di intelligenze artificiali; oggi si possono realizzare facilmente con apposite app.
Il cambiamento è tanto impressionante quanto già preesistente anche sul lato smartphone. Sono anni in cui il mercato della telefonia è carente di reali modifiche hardware e il reparto fotocamere non fa eccezione. Per quanto ci siano incrementali miglioramenti di anno in anno, le dimensioni ridotte delle fotocamere costituiscono un limite che nessun ispessimento localizzato dell’apparecchio può risolvere. Tuttavia, il miglioramento delle nostre foto è dovuto in larga parte a intelligenze artificiali già presenti da anni sui nostri dispositivi, il più delle volte senza la consapevolezza dell’utente. Una facile prova si può fare aprendo la galleria subito dopo aver scattato una foto per vedere come questa migliori magicamente nel giro di un paio di secondi o come in certi selfie si appaia sempre bellissimi e senza imperfezioni. A volte si tratta di un miglior bilanciamento dei colori o dell’applicazione di semplici filtri, ma basta a far sì che certi telefoni producano foto che appaiono più vivide di quelle scattate da una fotocamera reflex.
È improbabile che queste tecnologie di postproduzione automatica attecchiscano nel mondo delle fotocamere professionali e semiprofessionali, dove il controllo umano è fondamentale, ma il software di fotoritocco Photoshop di Adobe ha già implementato diverse funzioni basate su intelligenze generative per stare dietro all’ossessione tecnologica del momento tramite Adobe Firefly.
Il cambiamento si applica principalmente al mondo domestico e social, ma ha ripercussioni sul concetto stesso di fotografia. Le foto saranno sempre più simili alle rielaborazioni che il nostro cervello fa dei nostri ricordi che non a una reale documentazione del momento. Come ha commentato il designer Enrico Tartarotti, questo potrebbe anche avere un impatto su come ricordiamo certi eventi: di quella foto in cui siamo felici e sorridenti in gruppo non ricorderemo chi l’ha scattata ma l’esperienza condivisa con tutti quelli che nella foto sono presenti, anche se inseriti artificialmente.
Se non possiamo più fidarci né delle nostre memorie né di fotografie o video, ci sono ambiti in cui queste nuove superfoto pongono delle sfide inedite. Per esempio nei tribunali, dove si dovrà tornare a fidarsi soprattutto di testimonianze verbali, o nella propaganda politica, dove i contenuti falsi già influenzano le elezioni di ogni democrazia. La degenerazione di Facebook e la spazzatura da intelligenza artificiale che lo infesta dimostrano che siamo in ritardo sul problema e che molti utenti, soprattutto tra gli over 45, non sono in grado di distinguere contenuti reali da quelli finti: ma è solo una questione di tempo perché il problema si estenda a pressoché chiunque. Basta vedere come i primi deepfake mandati in onda su Striscia la notizia, benché evidentemente satirici, abbiano ingannato una fetta non trascurabile dei suoi spettatori.
Per quanto discutere sul piano filosofico sia interessante, ogni ragionamento arriva più tardi di un avanzamento tecnologico, che non sta ad aspettare analisi critiche o divulgazione per le masse. Dobbiamo quindi attrezzarci adesso al mutamento del concetto di fotografia: oltre al progresso tecnico, la carenza dolente è negli strumenti culturali, un vuoto che non sappiamo come colmare




