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Le scorie dimenticate: come l’incidente di Chernobyl ha segnato il destino dell’energia nucleare in Europa orientale

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Quarant’anni dopo l’incidente di Chernobyl, la Bulgaria resta il Paese più segnato dal disastro. Unico Paese del blocco socialista a non adottare alcuna misura di protezione, Sofia pagò un prezzo altissimo che mise a nudo il cinismo del regime comunista

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del network tematico di PULSE, un’iniziativa europea a sostegno delle collaborazioni giornalistiche transnazionali.

Di: Andrea Braschayko (Italia), Daniel Harper (Spagna), Hugo Dos Santos (Bulgaria), Martin Vrba (Repubblica Ceca).


Quarant’anni dopo l’incidente nucleare di Chernobyl, avvenuto il 26 aprile 1986 sul confine tra le repubbliche sovietiche di Ucraina e Bielorussia, la Bulgaria resta il Paese più segnato dal disastro. Unico Paese del blocco socialista a non adottare alcuna misura di protezione, Sofia pagò un prezzo sanitario e politico altissimo che mise a nudo il cinismo del regime comunista e contribuì a plasmare l’attivismo ambientale e un risveglio democratico nello Stato.

«Mi sono interessato alle conseguenze dell’incidente di Chernobyl in Bulgaria per una questione personale. All’inizio di maggio 1986 avevo quindici anni ed ero studente in un liceo di Sofia. Subito dopo le piogge radioattive, il Komsomol mandò la mia classe a lavorare nei campi. Ogni mattina un autobus ci portava a raccogliere spinaci ed erba cipollina. Quattro miei compagni sono poi morti di cancro», racconta Dimitar Vatsov all’inizio della nostra conversazione.

Professore alla New Bulgarian University di Sofia, il filosofo coordina un seminario dedicato alle conseguenze di Chernobyl in Bulgaria, che riunisce storici, giornalisti e fisici nucleari.

Vatsov chiarisce così le radici del suo impegno: «La Bulgaria fu l’unico Paese del blocco socialista a non adottare misure dopo il disastro. Per questo, sebbene un rapporto Onu la classifichi all’ottavo posto tra gli Stati più colpiti dalle radiazioni, registra il più alto tasso di tumori alla tiroide tra i bambini al di fuori dell’ex Urss. Da filosofo, questa particolarità mi ha portato a riflettere sulla verità, sull’etica del discorso politico e, più in generale, sul cinismo del regime comunista dell’epoca».

All’1:23 del 26 aprile 1986, il nocciolo del reattore numero quattro della centrale nucleare di Chernobyl si fuse ed esplose, distruggendo parte dell’impianto. Il cuore del reattore rimase esposto, liberando nell’atmosfera enormi quantità di sostanze radioattive. Nei mesi successivi oltre 200.000 persone furono evacuate dalle aree circostanti.

Trasportata dal vento, la nube radioattiva contaminò vaste zone d’Europa, con le ricadute più pesanti in Ucraina, Bielorussia e Russia. Le emissioni continuarono fino al 5 maggio, creando nubi di cesio-137 e altri isotopi, la cui concentrazione diminuiva con la distanza ma colpiva territori vastissimi. Nelle popolazioni esposte si registrarono aumenti di malattie tiroidee e di altri tumori. Altri effetti sanitari a lungo termine restano difficili da quantificare.

La nube radioattiva raggiunse i Balcani già il 1 maggio. Fino al 7 maggio, tuttavia, le autorità bulgare non fecero alcun annuncio pubblico. Le successive comunicazioni ufficiali sostennero che la contaminazione ambientale era minima e non richiedeva misure speciali.

Il “blackout” bulgaro

«Per fare un confronto, Ceaușescu, spesso considerato uno dei dittatori più autoritari dell’epoca, avvertì i romeni già il 2 maggio del rischio di contaminazione. Lo stesso accadde in Jugoslavia, dove alle donne incinte e ai bambini fu chiesto di restare in casa e furono raccomandate precauzioni di base, come lavare il cibo fresco. In Bulgaria, invece, si verificò un blackout informativo totale», commenta Vatsov.

Nel 1986 il fisico nucleare Georgi Kaschiev lavorava alla centrale di Kozloduy, nel nord-ovest della Bulgaria, tuttora l’unico impianto nucleare del Paese. Ricorda bene quel giorno: «L’unico comunicato che ricevemmo diceva che c’era stato un incendio a Chernobyl, ma era stato spento». Grazie a un’antenna installata al nono piano del suo palazzo, però, Kaschiev riceveva la televisione jugoslava: «I servizi provenienti da Svezia e Finlandia suggerivano che l’incidente era molto più grave di quanto venisse comunicato. I media occidentali mostravano immagini satellitari del reattore distrutto, mappe della nube radioattiva e notizie sul fatto che la Jugoslavia avesse inviato aerei per evacuare i propri studenti da Kyiv».

A fine aprile 1986, Kaschiev e i suoi colleghi capirono che la nube si stava dirigendo verso la Bulgaria: tra il 1 e il 6 maggio i livelli di radiazione salirono fino a dieci volte il fondo naturale. Mentre il silenzio ufficiale continuava, il panico si diffuse in privato: gli ingegneri avvertivano i loro parenti di prendere precauzioni di base, spesso senza essere creduti. Analisi successive confermarono livelli estremi di contaminazione, con alcuni campioni alimentari fino a diecimila volte sopra la norma.

I documenti d’archivio oggi accessibili mostrano che il governo bulgaro monitorava con attenzione l’evoluzione del disastro e la contaminazione in Europa e nel Paese. Ciò avvenne attraverso l’analisi della stampa estera, dei rapporti di intelligence e delle misurazioni quotidiane delle radiazioni. «L’unica spiegazione plausibile e verificabile è che il Politburo sapeva che gli annunci ufficiali in Polonia avevano provocato manifestazioni pubbliche. Le autorità bulgare temevano che rivelare la reale portata della contaminazione avrebbe causato panico e possibili disordini politici. Oltre a questo, posso solo parlare di una forma di debolezza morale delle élite al potere, che mostrarono disprezzo per il resto della popolazione», spiega Vatsov.

Nel 1986 l’attivista ambientale Petko Kovachev stava svolgendo il servizio militare obbligatorio. Ricorda che l’esercito reagì con rapidità: «All’improvviso smettemmo di mangiare cibo fresco e in mensa ci servirono solo scatolette. Le attività all’aperto furono cancellate e ci ordinarono di misurare i livelli di radiazione attorno alla base. Non ci spiegarono mai cosa stesse succedendo, dovevamo solo obbedire. Solo anni dopo ho capito la portata del disastro. Da studente ricordo anche una mostra organizzata dai fisici all’Università di Sofia, ma era subito dopo la caduta del regime. Alcuni miei professori facevano già parte di reti ambientali informali che sarebbero poi diventate Ecoglasnost».

Il ruolo degli scienziati e l’attivismo ambientale nei Paesi a est della Cortina di Ferro

Ecoglasnost nacque nel 1989 come movimento civico bulgaro per la tutela dell’ambiente, in un contesto di crisi ecologica e apertura politica ispirata alla glasnost sovietica. Organizzò petizioni e manifestazioni, tra cui un raduno a Sofia, considerato una delle prime mobilitazioni civiche aperte contro il regime comunista. Il movimento ampliò presto le proprie richieste alle libertà civili e alle riforme democratiche. Ecoglasnost giocò poi un ruolo chiave nell’organizzazione dell’opposizione democratica. Avviò inoltre le prime ispezioni alla centrale nucleare di Kozloduy.

Il coinvolgimento della comunità scientifica nelle lotte ambientali fu uno dei tratti distintivi degli ultimi anni del regime. Si era già manifestato a Ruse, nel nord del Paese, dove l’inquinamento provocato da un impianto chimico oltre il confine romeno aveva scatenato proteste diffuse. Da quel movimento nacque il Comitato pubblico per la protezione dell’ambiente di Ruse, la prima organizzazione informale tollerata sotto il comunismo, che ebbe un ruolo decisivo nelle prime mobilitazioni nazionali e nella transizione democratica.

La scoperta di “particelle calde” in Bulgaria già nel 1986 – prova della catastrofe di Chernobyl – spinse diversi fisici a monitorare la crisi e a studiarne le conseguenze. Nel 1989, alcuni di loro, con il sostegno di Ecoglasnost, organizzarono una mostra intitolata sulla contaminazione radioattiva in Bulgaria.

La fisica Liliana Prodanova seppe della situazione solo a metà maggio 1986, al lavoro, all’Istituto di fisica dello stato solido. «Mio marito era prorettore dell’Università tecnica di Sofia. Anch’io ero fisica, specializzata nel silicio, quindi capivamo alla perfezione le implicazioni di una simile contaminazione. Prendemmo precauzioni in silenzio, come lavare il cibo. Rimuovemmo anche il terreno contaminato attorno alla nostra casa di campagna. Quell’anno non piantammo nulla».

Secondo Dimitar Vatsov, «prima dell’incidente di Chernobyl non c’erano veri dissidenti in Bulgaria. La consapevolezza di essere stati ingannati dalle autorità e di essere stati esposti a gravi rischi sanitari ha plasmato l’impegno politico di un’intera generazione, soprattutto all’interno della comunità scientifica».

In Ungheria, l’impegno degli scienziati nell’attivismo ambientale assunse una forma più indiretta rispetto ai Paesi vicini. Piuttosto che concentrarsi sul rischio nucleare, la mobilitazione guidata dagli esperti si coagulò inizialmente attorno all’inquinamento industriale e ai grandi progetti infrastrutturali, in particolare l’opposizione alla diga di Gabčíkovo-Nagymaros sul Danubio. Dalla metà degli anni Ottanta, idrologi, ecologi e ingegneri produssero valutazioni critiche sugli impatti ambientali e sociali del progetto, facendo circolare rapporti attraverso canali semi-ufficiali e informali. Come dimostrarono in seguito ricerche condotte sotto l’egida dell’Accademia ungherese delle scienze, questi interventi contribuirono a rendere la critica ambientale una forma legittima – seppur attentamente delimitata – di partecipazione pubblica nel tardo socialismo.

In Polonia, la catastrofe nucleare divenne invece un catalizzatore di mobilitazione politica e della nascita di un movimento antinucleare di massa. Quella che iniziò come ansia per il reattore sovietico si trasformò presto in opposizione alle ambizioni nucleari polacche, in particolare al progetto della centrale di Żarnowiec, destinata a diventare il primo impianto nucleare del Paese e prevista in funzione nel 1990. Dopo il 1986, però, gruppi ecologisti, attivisti locali e movimenti nazionali organizzarono manifestazioni, campagne di informazione, blocchi stradali e persino scioperi della fame, coinvolgendo ampi settori della società e figure pubbliche di primo piano come Lech Wałęsa, futuro leader di Solidarność.

Le proteste finirono per costringere le autorità a indire un referendum, in cui oltre l’86 per cento dei votanti si espresse contro il progetto. Anche se il risultato non era giuridicamente vincolante, la pressione pubblica continuò a crescere e nel 1990 il governo annullò la costruzione dell’impianto. Come analizza il libro The Chernobyl Effect di Kacper Szulecki, professore all’Università di Oslo, quelle lotte riflettevano trasformazioni generazionali e culturali più profonde, che rimodellarono i movimenti di opposizione polacchi negli ultimi anni del socialismo di Stato. In particolare, la gestione sovietica dell’incidente nucleare delegittimò in modo definitivo il già fragile controllo di Mosca sulla Polonia, galvanizzando l’opposizione nella seconda metà degli anni Ottanta.

In Ungheria, come detto, le conseguenze politiche di Chernobyl si rivelarono in modo più silenzioso. Il disastro non diede origine a un movimento antinucleare di massa né mise in discussione il programma nucleare del Paese, che restò accettato come pilastro della stabilità economica e della sicurezza energetica. 

Eppure, Chernobyl segnò una svolta nel rapporto tra competenza, autorità e fiducia pubblica. Quando i livelli di radiazione aumentarono tra la fine di aprile e l’inizio di maggio 1986, scienziati e professionisti della sanità iniziarono a registrare la contaminazione e a scambiarsi informazioni in modo informale, mentre la comunicazione ufficiale restava limitata e rassicurante. Questo scarto tra ciò che si sapeva nei circuiti esperti e ciò che veniva comunicato al pubblico rafforzò un crescente senso di dissonanza morale tra i professionisti chiamati a servire sia la scienza sia lo Stato.

Più che produrre dissidenza aperta, Chernobyl accelerò un’erosione interna di legittimità. Per molti intellettuali e scienziati ungheresi, l’esperienza confermò che anche un regime socialista relativamente “morbido” era disposto a trattenere informazioni vitali quando la stabilità politica era in gioco. Le questioni ambientali divennero un modo per sollevare temi più ampi di responsabilità e trasparenza. Entro la fine degli anni Ottanta, queste tensioni alimentarono iniziative ambientali emergenti e reti riformiste che avrebbero poi intersecato la transizione negoziata alla democrazia. In questo senso, Chernobyl non radicalizzò visibilmente la società ungherese ma affinò la coscienza etica di una generazione la cui disillusione verso l’autorità statale avrebbe segnato la vita pubblica del Paese nel post-socialismo.

Nell’ex Cecoslovacchia, la catastrofe di Chernobyl influenzò i movimenti ecologisti locali che sarebbero poi diventati alcuni tra gli attori importanti della Rivoluzione di velluto del 1989. Il regime comunista – per altri aspetti tra i più duri del blocco orientale – non represse gli interessi ecologici con la stessa durezza riservata ai dissidenti più antisistema. 

Poiché quei movimenti erano in larga parte concentrati su temi come l’impatto sanitario dell’inquinamento industriale, la contaminazione dell’acqua o i danni al paesaggio causati dall’attività mineraria, la nomenklatura li considerava relativamente innocui. Inoltre, si trattava di problemi visibili, misurabili e impossibili da censurare. Dopo Chernobyl, però, anche questo cambiò: ciò che prima era una preoccupazione ecologica locale si trasformò in sfiducia sistemica, coinvolgendo perfino alcune istituzioni ufficiali formalmente fedeli al regime.

Il cinismo della nomenklatura comunista

La gestione delle conseguenze di Chernobyl in Bulgaria mise in luce disuguaglianze profonde nell’accesso alle informazioni e alla protezione sanitaria. Al vertice della gerarchia si trovava la nomenklatura, l’élite dirigente degli Stati comunisti. Durante la crisi, questa élite ebbe accesso privilegiato a pasti e rifornimenti.

Secondo Vatsov, «la fascia più alta di questa nomenklatura – circa trecento persone – non fu mai in pericolo, perché furono adottate misure speciali dagli organi responsabili della loro sicurezza e del loro benessere. Il cibo veniva importato dall’estero e testato, e i suoi membri venivano riforniti con acqua minerale da falde profonde. L’esercito applicò misure meno rigorose, ma comunque tali da ridurre l’esposizione. Il resto della popolazione fu tenuto nella totale ignoranza».

Un simbolo di questo cinismo fu la decisione di mantenere la parata del Primo maggio 1986, durante la quale molti bambini marciarono a Sofia sotto la pioggia radioattiva. Numerosi eventi sportivi di propaganda si svolsero in tutto il Paese, tra cui le cosiddette maratone della salute, oltre al lavoro forzato organizzato dalle brigate giovanili, composte da ragazzi tra i 15 e i 25 anni. Questi “volontari” erano obbligati almeno due volte l’anno a svolgere lavori fisicamente pesanti, come attività agricole o nei cantieri. Si stima che circa 365.000 giovani siano stati esposti in questo modo.

Il 10 maggio, dopo una riunione al ministero dell’Energia a Sofia, Kaschiev andò a trovare la sorella. I bambini giocavano fuori dal palazzo, mentre gli adulti chiacchieravano tranquillamente. Quando li esortò a tenere i bambini in casa e a non farli giocare nella sabbiera, il suo avvertimento fu ignorato. «Mi accusarono di creare panico», ricorda. «Qualcuno mi disse persino che probabilmente ero un agente occidentale e minacciò di denunciarmi alla milizia».

Anche in Polonia le autorità decisero di mantenere le celebrazioni del Primo maggio nonostante la ricaduta radioattiva avesse già colpito ampie zone del Paese. Giornali e media di Stato invitarono i cittadini a partecipare, insistendo sull’assenza di pericoli per la salute pubblica. Allo stesso tempo, però, il governo distribuì in silenzio milioni di dosi di iodio protettivo e limitò la vendita del latte, segno che i rischi erano ben noti: i livelli di radiazione in alcune zone erano drammaticamente superiori alla norma.

Nei giorni precedenti la parata, la televisione e le autorità politiche polacche avevano minimizzato il disastro. Il primo riferimento ufficiale all’incidente di Chernobyl comparve solo tra il 29 e il 30 aprile, quasi quattro giorni dopo l’esplosione, in un linguaggio vago e rassicurante che ricalcava la narrativa di Mosca: «C’è stato un incidente nella centrale nucleare in Ucraina. Le vittime sono state assistite. Tutto è sotto controllo». 

Come in altri Paesi comunisti, questa combinazione di segretezza, propaganda e partecipazione forzata espose la popolazione polacca a un pericolo di cui non era informata e che non poteva evitare. Dieci anni dopo, un’indagine medica rivelò che circa il 22 per cento dei giovani in Polonia soffriva di disturbi alla tiroide, con una percentuale vicina al 40 per cento nelle regioni nord-orientali.

La ricaduta radioattiva raggiunse anche l’Ungheria pochi giorni prima delle celebrazioni del Primo maggio. Come altrove, le autorità si mossero con cautela, privilegiando la calma pubblica e il rituale politico rispetto alla trasparenza. Durante la Guerra fredda, il Primo maggio in Ungheria era diventato una festa in gran parte depoliticizzata, fatta di birra, salsicce e atmosfere da sagra più che di fervore rivoluzionario. Nel 1986, nonostante le prove di contaminazione in Europa centrale, le celebrazioni si svolsero come previsto. Non furono emessi avvisi pubblici e i media ufficiali ridimensionarono la portata dell’incidente, ricalcando le rassicurazioni sovietiche.

Dietro le quinte, però, le istituzioni stavano già monitorando i livelli di radiazione. Gli scienziati registravano in silenzio valori elevati e le discussioni interne riconoscevano l’arrivo delle piogge radioattive, soprattutto dopo i rovesci di inizio maggio. Tuttavia, le misure protettive furono limitate e disomogenee. Non vi furono distribuzione di massa di iodio, indicazioni pubbliche sul consumo di alimenti né tentativi di annullare eventi all’aperto che coinvolgevano bambini. 

Il caso cecoslovacco seguì inizialmente lo stesso schema degli altri Paesi dell’Europa orientale. La copertura mediatica dell’evento fu ritardata, non tanto per la censura interna quanto per l’embargo informativo imposto da Mosca. L’Unione Sovietica non rese pubbliche informazioni sull’incidente prima che fossero trascorse 48 ore dall’esplosione – e non lo fece di sua spontanea volontà. Fu costretta dopo le pressioni diplomatiche della Svezia, che stava interrogando l’ambasciata sovietica per l’aumento dei livelli di radiazioni registrati sul proprio territorio.

Di conseguenza, le notizie arrivarono all’opinione pubblica cecoslovacca con estrema lentezza. Sui giornali dell’epoca, il 30 aprile non si trova quasi alcun riferimento all’incidente. Solo il 5 maggio si parlò per la prima volta di una «lieve» radioattività, accompagnando l’informazione con l’idea che i livelli fossero in calo a partire dall’8 maggio. In questo vuoto, le informazioni circolarono in modo informale. In alcune municipalità vicine al confine austriaco, per esempio, la popolazione riuscì a farsi un’idea più precisa dell’entità del disastro grazie ai notiziari di Vienna.

Le priorità del regime erano evitare il panico e riprendere le esportazioni verso l’Occidente, che erano state colpite dagli alti livelli di radioattività riscontrati in alcuni prodotti. Le preoccupazioni per la salute pubblica venivano dopo.

Il nucleare nell’Europa centro-orientale dopo Chernobyl: un terreno di gioco geopolitico

Benché il disastro abbia lasciato un segno profondo nella società bulgara, non produsse un movimento antinucleare su larga scala. La centrale di Kozloduy, ristrutturata e ancora operativa, è oggi percepita come una fonte di orgoglio nazionale e una garanzia di indipendenza energetica. 

La gestione catastrofica di Chernobyl mise a nudo l’indecenza del regime comunista, oltre all’irrazionalità della sua ideologia. È questa, del resto, anche la motivazione principale del documentario del regista Kaloyan Nikolov, Cronache della verità scomoda: «Ancora oggi, alcuni giovani credono che un regime del genere potrebbe essere praticabile. Spero che questo film li aiuti a capire che cosa sia stata davvero la Bulgaria comunista e come continui a plasmare molti dei problemi del Paese di oggi».

Nel dicembre 1991, dopo la caduta del regime, la Corte suprema di Sofia condannò l’ex ministro della Sanità Lyubomir Shindarov e l’ex vice primo ministro Grigor Stoichkov per negligenza criminale, per aver ingannato l’opinione pubblica. Dopo l’appello, le pene furono ridotte. Furono gli unici alti funzionari del regime a essere processati e condannati a pene detentive.

Né il regista né il fisico nucleare Atanas Krastanov – all’epoca giovane ricercatore e testimone della gestione del disastro – sono contrari all’energia nucleare. Krastanov sottolinea che «l’incidente di Chernobyl fu principalmente il risultato di un errore umano» e precisa che «non fu un’esplosione nucleare, ma un’esplosione termica causata dall’aumento di pressione». Entrambi sperano che le discussioni successive alle proiezioni del film, in uscita a novembre, aiutino a sensibilizzare il pubblico più giovane.

Questa lettura è contestata dall’attivista ambientale Petko Kovachev, vicino all’Ong Za Zemiata e alle reti antinucleari. «L’argomento dell’errore umano non regge», sostiene. «L’errore umano è alla base della maggior parte degli incidenti industriali e nucleari. Questo non significa che l’energia nucleare sia sicura». Kovachev aggiunge che il sostegno popolare al nucleare in Bulgaria è trainato dalle preoccupazioni per l’indipendenza energetica e per il basso costo dell’elettricità, più che da valutazioni scientifiche o etiche.

In questo contesto, il progetto di una nuova centrale a Belene potrebbe ancora andare avanti. Nonostante l’opposizione dei gruppi ambientalisti e delle popolazioni locali, un referendum nazionale ne ha approvato la costruzione. Dopo essere stato abbandonato e rilanciato più volte – soprattutto per ragioni geopolitiche, visto che il progetto originario prevedeva un reattore russo di terza generazione – oggi potrebbe essere realizzato dalla francese Framatome e dalla statunitense General Electric.

In aggiunta, sul sito di Kozloduy sono previsti due nuovi reattori, che dovrebbero essere costruiti da aziende canadesi. Entrata in funzione nel 1970, la centrale oggi opera solo con i due reattori più recenti, del 1988 e del 1993; i più vecchi sono stati chiusi negli anni Duemila sotto la pressione dell’Unione europea, che ne fece una condizione per l’adesione della Bulgaria. Un tempo descritta come la centrale più pericolosa del mondo, Kozloduy oggi rispetta tutti i requisiti di sicurezza fissati dall’Aiea. Il sito ospita anche un impianto di smaltimento dei rifiuti nucleari, che dovrebbe diventare operativo entro il 2027. Nel frattempo, gli attivisti denunciano la mancanza di trasparenza sulle scelte industriali, sui danni e sugli incidenti che coinvolgono l’impianto.

Kaschiev è durissimo sullo stato della governance nucleare in Bulgaria. Definisce il progetto Belene una «catastrofe finanziaria» e lo accusa di essere un veicolo di corruzione, segnalando anche un peggioramento delle condizioni dell’impianto: «La cultura della sicurezza si sta deteriorando», avverte.

Dall’inizio della guerra in Ucraina, la Bulgaria ha recuperato più volte mine antiuomo lungo la propria costa. Nell’estate 2023, la preoccupazione pubblica ha spinto molti a evitare le spiagge. Lo scorso dicembre, una petroliera russa colpita da un drone ucraino è stata rimorchiata nella baia di Burgas, nel sud-est del Paese. In questo quadro, la pressione militare sui siti nucleari ucraini – come Chernobyl e Zaporizhzhia – ha attirato particolare attenzione: ogni nuovo episodio viene seguito da vicino dalle autorità e dall’opinione pubblica.

Anche le ambizioni nucleari della Polonia sono riemerse nei decenni successivi alla caduta del muro di Berlino, mettendo in evidenza una tensione mai risolta tra trauma storico e necessità strategica in tema di diversificazione energetica, come già sottolineava il documento ministeriale Polish energy policy until 2030 del 2008. Il futuro del nucleare è rimasto una questione aperta: nel 2011, il sito incompiuto di Żarnowiec tornò nella rosa delle opzioni – insieme a Gąski e Choczewo – come possibile localizzazione della prima centrale nucleare polacca, prevista in funzione entro il 2020. Le successive proiezioni governative spostarono la scadenza prima al 2024 e poi al 2027, ma nessuno di questi piani è stato infine realizzato.

L’eredità di Chernobyl ha continuato a influenzare gli atteggiamenti dell’opinione pubblica, anche mentre cresceva la consapevolezza della necessità di diversificare le fonti energetiche. I sondaggi riflettono questa ambivalenza. Nel 2009, il 50 per cento degli intervistati dichiarava che avrebbe accettato una centrale nucleare entro cento chilometri da casa, mentre il 40 per cento si diceva contrario a un investimento nazionale nel nucleare. Nel 2021, secondo il Polish Public Opinion Research Center, il sostegno era sceso al 39 per cento, con quasi metà della popolazione contraria e un 16 per cento di indecisi.

In Ungheria, Chernobyl non si tradusse in una contestazione duratura dell’energia nucleare. L’unico impianto del Paese, la centrale di Paks, è stata a lungo presentata come un pilastro di sicurezza energetica e stabilità economica, fornendo circa la metà della produzione elettrica nazionale. A differenza di Polonia o Bulgaria, il nucleare è rimasto al riparo dalle critiche sia nel tardo periodo socialista sia nella transizione democratica: veniva trattato come una materia tecnica, da lasciare agli esperti più che al dibattito politico.

Dopo il 1989, questo consenso tecnocratico è in larga parte sopravvissuto. La governance del nucleare è rimasta centralizzata, mentre il rispetto degli standard internazionali di sicurezza veniva privilegiato rispetto a una discussione pubblica più ampia. I dati di opinione suggeriscono un’accettazione sociale piuttosto stabile:, il sostegno ungherese al nucleare ha superato con continuità la media Ue, soprattutto quando associato a elettricità a prezzi contenuti e indipendenza energetica nazionale. Le tensioni geopolitiche, tuttavia, hanno mostrato i limiti di questo approccio depoliticizzato. 

L’accordo del 2014 con la russa Rosatom per costruire due nuovi reattori fu approvato con un dibattito parlamentare minimo e poi esaminato dalla Commissione europea per le regole su aiuti di Stato e appalti. I critici sostengono che il progetto dimostri come, in Ungheria, la politica nucleare abbia fuso decisioni tecniche con questioni di accountability democratica e allineamento geopolitico. In questo senso, l’eredità di Chernobyl in Ungheria sta meno nelle proteste visibili e più nella separazione di lungo periodo tra competenza e fiducia pubblica: un tratto silenzioso ma duraturo dell’economia politica post-socialista del Paese.

A differenza di alcuni vicini dell’Europa occidentale e centrale, come Austria o Germania, in Repubblica Ceca il sostegno al nucleare resta forte. La centrale di Dukovany, entrata in funzione tra il 1985 e il 1987, è ancora operativa, così come quella di Temelín, in funzione dal 2001. Insieme, hanno prodotto 32 terawattora nell’ultimo anno, costituendo la spina dorsale della rete elettrica ceca.

E sembra destinata a restare tale anche in futuro: il Piano nazionale per il clima e l’energia e la politica energetica della Repubblica Ceca includono il nucleare come componente integrante della produzione energetica. È inoltre al centro della strategia ceca di decarbonizzazione, che punta sull’espansione delle rinnovabili e del nucleare. Entro il 2050, si prevede che il nucleare copra tra il 50 e il 60 per cento della generazione elettrica del Paese. A questo scopo, il governo ceco pianifica la costruzione di due nuovi grandi reattori a Dukovany e ha già firmato un contratto con la società sudcoreana Khnp, con l’avvio dei lavori previsto per il 2029 e l’entrata in esercizio sperimentale a metà degli anni Trenta.

È chiaro che in Cecoslovacchia – e poi nella Repubblica Ceca – il disastro di Chernobyl non è diventato un catalizzatore di critica verso l’energia nucleare. A differenza di altri Paesi, che hanno concentrato le proprie critiche sui rischi intrinseci della tecnologia, in Cechia Chernobyl è stato (e continua a essere) interpretato come un problema sistemico legato alla disfunzionalità della burocrazia sovietica dell’epoca. La politicizzazione del disastro, che contribuì infine al crollo del blocco socialista, ha così soppiantato la critica tecnologica al nucleare, a lungo percepito come non problematico.

Ciò che è certo è che quasi quarant’anni dopo, da Praga a Varsavia, da Sofia a Budapest, così come a Kyiv e Minsk, il disastro di Chernobyl continua a essere evocato nelle sue mille sfumature, energetiche e politiche, umane e ambientali. Scorie che saranno impossibili da cancellare.

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