Lo scorso 10 e 11 luglio si è tenuta a Roma l’annuale conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina, la Ukraine Recovery Conference (Urc). Fino all’invasione su larga scala era conosciuta (di certo non al grande pubblico, quanto più ai policy makers) come Ukraine Reform Conference: la prima edizione si era tenuta nel 2017 a Londra.
Nel frattempo, molte cose sono cambiate in seguito al 24 febbraio 2022. Alle riforme (comunque impellenti nella prospettiva di ingresso nell’Unione europea) è subentrata l’urgenza di tamponare le conseguenze materiali, ma non solo, del conflitto: al terzo anniversario dell’aggressione del Cremlino i danni causati dalla guerra scatenata dalla Russia contro Kyiv ammontavano a 524 miliardi di dollari, quasi tre volte il Pil nominale dell’Ucraina nel 2024. Una cifra cresciuta ulteriormente dopo l’intensificarsi degli attacchi dell’esercito russo, di pari passo alle trattative di pace che tra la primavera e l’inizio dell’estate del 2025 sono andate sostanzialmente a vuoto, negli incontri tra le delegazioni ucraina e russa a Istanbul.
Lo scorso 10 e 11 luglio al centro conferenze La Nuvola, nella zona Eur di Roma, si è discusso proprio di come pianificare la ricostruzione del Paese, devastato dalla guerra, mentre le voci su un possibile cessate il fuoco lungo la linea di conflitto nell’Ucraina sud-orientale tornano a farsi più frequenti, seppur ancora caotiche e contraddittorie, dopo il vertice bilaterale tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’autocrate russo Vladimir Putin lo scorso 15 agosto.
Oltre a Zelensky e Meloni, hanno partecipato alla Urc 2025 il cancelliere della Germania Friedrich Merz, il premier spagnolo Pedro Sánchez e quello polacco Donald Tusk; la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, nell’occasione, ha annunciato un super fondo per la ricostruzione dell’Ucraina. Von der Leyen non ha però precisato né l’ammontare totale, né la struttura di questo fondo, prima di annunciare la concessione di 2,3 miliardi di euro dal piano europeo Ukraine Facility. Una cifra ritenuta comunque insoddisfacente da diversi analisti, di fronte ai 40 miliardi di assistenza esterna necessari all’Ucraina per il solo 2026 secondo il ministro delle Finanze Serhii Marchenko. Nel frattempo Kyiv, proprio nei giorni della conferenza romana, si preparava a un rocambolesco rimpasto di governo, nell’aria da tempo, che ha portato alla nomina di Denys Shmyhal (divenuto ministro della Difesa) in luogo dell’ex ministra dell’Economia Yuliia Svyrydenko, nuova prima ministra e grande protagonista in diversi panel e incontri bilaterali della Urc.
Le discussioni hanno affrontato diversi aspetti cruciali del futuro ucraino, come l’investimento nei giovani e la reintegrazione sociale ed economica dei veterani di guerra, una categoria che già oggi «ammonta a circa 1,3 milioni di persone», ha dichiarato durante un panel della conferenza Oleg Shymanskyi, viceministro per gli Affari dei veterani. «Contando anche le famiglie di queste persone, otteniamo sette od otto milioni di ucraini e ucraine: circa un quarto della popolazione totale», ha ribadito Shymanskyi. «Non certo un gruppo marginale, ma una sfida urgente da affrontare già oggi». Il tema della reintegrazione dei veterani è stato centrale in molte delle discussioni, compresa quella tenutasi a latere della Urc all’Hotel Hilton adiacente alla Nuvola, in cui la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Ebrd) ha presentato lo Human Capital Resilience Charter e annunciato un nuovo pacchetto da 400 milioni in prestiti per le grandi aziende private e statali dell’Ucraina, i cui Ceo erano presenti durante la discussione. Obiettivo dello Human Capital Resilience Charter è appunto il reinserimento sociale, economico e psicologico dei veterani ucraini.
In realtà, il settore privato e delle grandi aziende, ex o tutt’ora di proprietà oligarchica, è stato grande protagonista dei due giorni di conferenze, che hanno visto siglare oltre duecento accordi bilaterali tra Ucraina e Paesi europei, tra cui l’Italia, per un valore di circa 13 miliardi di dollari. Accordi e memorandum a diversi livelli: government-to-government (G2G), government-to-business (G2B) e business-to-business (B2B), questi ultimi dominanti. La preponderanza delle grandi industrie ucraine e europee nei panel della Urc romana ha inevitabilmente portato, in una certa misura, a nascondere un grosso elefante nella stanza, peraltro evidenziato come priorità per la ricostruzione da parte dell’Unione europea: l’impatto ambientale, già devastante sull’ecosistema naturale ucraino (si pensi alla distruzione della diga di Nova Kakhovka nel 2023), annullando i progressi fatti da inizio anni Dieci in poi, come evidenziato dalla stessa Commissione europea. Una situazione che rende necessaria una strategia sostenibile per la futura ricostruzione del Paese – da sempre a trazione agricola e quindi inevitabilmente dipendente dalla qualità della sua terra – e per il suo ambiente, compreso il mar Nero.
Negli ultimi tre anni l’Ucraina ha dovuto spostare il suo obiettivo dalla gestione ordinaria delle risorse naturali e dalla lotta al cambiamento climatico al tracciamento dei siti naturali e ambientali deliberatamente attaccati dai russi. Secondo l’esperta Svitlana Grynchuk dell’(ex) ministero della Protezione Ambientale, «più di ottomila attacchi hanno causato danni equivalenti a circa 85 miliardi di dollari». Perché ex ministero? In seguito al rimpasto di governo dello scorso luglio, il dicastero di Grynchuk, insieme a quello per l’Agricoltura, è stato accorpato a quello dell’Economia. A presiedere il neonato ministero per l’Economia, Ambiente e Agricoltura è Oleksiy Sobolev, subentrato proprio alla nuova prima ministra Yuliia Svyrydenko. Può sembrare una sottigliezza amministrativa da appassionati di diritto pubblico, ma è un segnale politico importante: gli interessi ambientali vengono subordinati a quelli economici, la cui importanza è peraltro innegabile nel momento in cui uno Stato spende il 34 per cento (nel 2024) del suo prodotto interno lordo nella Difesa. Tuttavia, il rapido annuncio, subito dopo l’insediamento, da parte di Svyrydenko di una moratoria dei controlli sulle attività private, un impegno a un’ulteriore deregolazione delle (poche e flebili) leggi ucraine su protezione ambientale e un’accelerazione dei processi di privatizzazione per favorire le imprese ucraine potrebbero segnare un passo ben più lungo della gamba per il fragile ecosistema ucraino.
Come scrivono sul sito di Uwec (Ukraine War Environmental Consequences Work Group) Alexander Vorbrugg, senior researcher presso l’Istituto di Geografia dell’Università di Berna, e Ievgeniia Kopytsia, ricercatrice specializzata in diritto ambientale, climatico ed energetico, con prospettiva internazionale, dell’Ue e Ucraina: «In Ucraina, l’accountability è necessaria affinché una legislazione progressista, come il disegno di legge sulla green recovery, venga adottata e attuata nella pratica. A tal fine, è necessario sviluppare e adattare la legislazione secondaria. Regolamenti, decreti e standard tecnici emanati dalle agenzie governative devono fornire regole e meccanismi dettagliati per tradurre gli obiettivi della legge in realtà, inclusi specifici standard ambientali per i progetti, procedure per le valutazioni d’impatto e meccanismi di applicazione». Aggiungono poi: «Questo quadro normativo secondario deve stabilire sistemi di monitoraggio trasparenti e sanzioni per la mancata conformità. Tuttavia, oltre alla bassa capacità istituzionale, la recente liquidazione del ministero della Protezione Ambientale e la creazione di un ministero che combinerà economia, ambiente e agricoltura potrebbero comportare una deregolamentazione ambientale. Le autorità ucraine devono tradurre le loro promesse e gli impegni per rendere più verde l’economia in una legislazione efficace, e Ong, partner internazionali e altri soggetti devono chiedere loro conto di questo».
Le necessità dettate dalla guerra e dall’esigenza di difendersi e ricostruire il più in fretta possibile non possono giustificare azioni politiche che mettono in secondo piano la sostenibilità economica e ambientale, già fragilissima, dell’Ucraina. Poche settimane fa, migliaia di ucraini hanno dimostrato che la guerra non può essere una giustificazione eterna per decisioni impopolari e dall’impatto devastante sul Paese. Quando il partito del presidente Zelensky, Servo del Popolo, ha votato insieme ad altri gruppi parlamentari una legge che avrebbe di fatto messo fine all’indipendenza dei due principali organi anticorruzione del Paese, voluti dall’Ue nel 2015 come primo passo per l’integrazione europea dell’Ucraina, le proteste e l’insoddisfazione generale hanno costretto il potere a un passo indietro.
Anche il tema della sostenibilità ambientale e della green recovery è al centro delle attese di Bruxelles nei confronti di Kyiv a conflitto terminato. Forse è un tema che non ha la stessa presa sul malcontento della popolazione rispetto alla lotta alla corruzione, eterna e onnipresente dimensione della vita politica del giovane Paese post-sovietico. Tuttavia, potrebbe avere impatti a lungo termine ancora più irreversibili.
Questo articolo è stato realizzato nell’ambito di PULSE, un’iniziativa europea che sostiene il giornalismo collaborativo transfrontaliero. Si ringraziano Alexander Vorbrugg e Ievgeniia Kopytsia per i preziosi contributi a questo articolo.



