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Perché dobbiamo continuare a dormire 

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Nel suo articolo accademico The Value of Sleeping, la filosofa Sara Protasi usa un esperimento mentale tanto semplice quanto destabilizzante: immaginiamo una pillola capace di darci tutti i benefici del sonno come recupero fisico, lucidità e salute, senza farci perdere quelle otto ore in cui non produciamo nulla. La prenderemmo?

La riflessione di Sara Protasi, filosofa e docente alla University of Puget Sound nello Stato di Washington, parte da una distinzione in apparenza ovvia: il sonno è uno stato fisiologico, mentre il dormire è una pratica. Una teoria già sviluppata in un articolo sul Journal of the American Philosophical Association e in un articolo su Aeon, Sleep is delicious, e che confluirà in un libro in preparazione per la Cambridge University Press nel 2027.

«C’è una serie di piaceri che precedono l’addormentarsi e seguono il risveglio: il piacere della coperta, del calore attorno al corpo e del contatto del lenzuolo. Sono piaceri che definirei “soffici” e a cui dovremmo prestare attenzione», racconta Protasi. Il primo valore del dormire risiede nell’estetica dell’ordinario: una scenografia sensoriale di piccoli rituali, con la luce che si abbassa e il corpo che si abbandona. Il secondo valore è quello interpersonale, che nasce dal dormire insieme ad altre persone (co-sleeping). «Quando dormiamo, siamo più vulnerabili perché chiunque può farci del male», spiega Protasi, «ma lasciarsi vedere fragili rende possibile una forma più profonda di vicinanza. Un grande atto di fiducia». Il terzo piacere del dormire è quello dell’atto in sé, ciò che, in termini filosofici, Protasi definisce del “mero essere”. Una formula di piaceri fini a sé stessi che può apparire sospetta, dentro una società abituata a pensare che il valore si misuri in termini di efficienza e risultati . 

Contro la religione della performance

Non si tratta, chiarisce Protasi, di celebrare l’inerzia o di proporre una fuga dall’azione: è un invito a riconoscere che non tutto ciò che conta è misurabile in termini di efficacia. A introdurre una visione basata sull’efficienza anche per quel che riguarda il sonno sono le nap room delle aziende, che spesso propongono anche brevi sonnellini allo scopo di prolungare la giornata lavorativa; programmi di corporate wellness che insegnano a dormire strategicamente e app e dispositivi che trasformano il sonno in un parametro da ottimizzare. Ma il dormire può diventare anche un mercato del piacere: materassi intelligenti, diffusori di lavanda, integratori, lampade a luce rossa, tracker notturni. 

Il fatto che il non fare abbia un significato non è un concetto nuovo nella filosofia morale. Protasi racconta del filosofo statunitense John Rawls che, in A Theory of Justice, propone una figura volutamente provocatoria: quella del grass counter, la persona che decide di dedicare il proprio tempo a contare fili d’erba, chiedendosi se una vita del genere possa comunque essere considerata buona. «A prima vista appare meno significativa rispetto a quella di chi si dedica a grandi imprese intellettuali», osserva Protasi. «Ma dipende da cosa intendiamo per contare fili d’erba». Se immaginiamo qualcuno seduto al sole, immerso nel verde, attento a ogni dettaglio in una forma di presenza quasi meditativa, quell’attività smette di apparire triviale: diventa un esercizio di attenzione e una modalità di abitare il mondo che precede la prestazione. 

Dimmi chi dorme bene e capirai come funziona una società

La letteratura più recente parla apertamente di sleep health disparities. Una ricerca  pubblicata nel 2024 su Sleep Medicine Research mostra differenze nella durata e nella qualità del sonno lungo linee etniche, di genere e di status socioeconomico. La durata più breve del sonno raggiunge il 41 per cento tra le persone nere contro il 26 per cento tra le persone bianche. Le disparità aumentano in presenza di basso reddito, dove è percepita discriminazione, dove si è più esposti al rumore, all’inquinamento e turni di lavoro irregolari. 

Tutto ciò incrocia il cosiddetto “approccio delle capacità” (capability approach) sviluppato dall’economista Amartya Sen e dalla filosofa Martha Nussbaum. Secondo questa teoria, il benessere non si misura semplicemente attraverso reddito o risorse, ma tramite  le reali possibilità che una persona ha di vivere una vita dignitosa: il benessere alimentare, la libertà di movimento, la partecipazione attiva alla vita sociale, lo sviluppo di relazioni, la possibilità di immaginazione e di gioco. Anche il dormire può essere pensato, oltre che in termini valoriali, come una capacità fondamentale? Protasi risponde senza esitazioni. «Assolutamente sì. Non ci avevo pensato prima, ma ha perfettamente senso considerare il dormire come una capacità nel senso delineato da Nussbaum e Sen». All’inizio può sembrare controintuitivo, ammette, perché tendiamo a pensare al sonno come a uno stato di passività. «Ma se pensiamo al dormire come a un’attività umana complessa che risponde a un bisogno fisiologico essenziale, quello del riposo, allora la risposta diventa ovvia». Nella letteratura sul capability approach il dormire non è quasi mai citato in maniera esplicita, mentre il nutrirsi sì. E proprio questa analogia, suggerisce Protasi, è illuminante. «Vedo le due attività come equivalenti in questo senso: entrambe contribuiscono al benessere e dovrebbero essere protette e garantite a livello politico». Pensare il sonno come capacità significa allora spostare lo sguardo: non solo quanto dormiamo, ma se abbiamo davvero le condizioni per dormire bene. 

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