Quello che sappiamo dei maya è spesso avvolto nella leggenda e sembra appartenere a un passato che ha poco da spartire con il mondo contemporaneo. Eppure, l’esistenza delle università maya – istituzioni di formazione superiore in Messico e Guatemala – si basa sul presupposto contrario: i saperi ancestrali, finora trasmessi soprattutto in forma orale, sono necessari per muoversi nel mondo, per adottare un nuovo approccio verso le comunità e la natura e per contrastare il razzismo sistemico.
L’idea di creare delle università maya – una per ogni comunità “originaria” presente nel Paese – risale a decenni fa, ma il primo passo è avvenuto nel 1998. In quell’anno, dopo gli accordi di pace tra il governo e i guerriglieri dell’unità rivoluzionaria nazionale guatemalteca (Urng), è stata concordata una riforma del settore educativo che prevedeva l’inclusione di conoscenze maya – riconosciute come la base della cultura delle popolazioni indigene – nel settore scolastico nazionale. «Un’iniziativa calata dal basso, che per questo motivo non ha funzionato», racconta il rettore dell’università maya del popolo kachiquele Vitalino Similoche, spiegando che la vera svolta è arrivata nel 2012. Fino a quel momento le conoscenze dei maya venivano tramandate oralmente e subivano «il disprezzo e la persecuzione». È stato allora che Similoche, insieme ad altri ricercatori e docenti (che si erano formati nelle istituzioni “convenzionali”) hanno deciso di «superare l’idea che i maya si sono estinti, superati, e non esistono più» e di sviluppare un progetto che tramandasse «la loro proposta scientifica, filosofia e tecnica» fatta di lingue, usi e costumi, sistemi politici, giustizia, pratiche mediche. «Volevamo restituire qualcosa di quello che avevamo ricevuto, senza riprodurre o ripetere quello che ci avevano inculcato: di non essere maya e di sminuire la nostra cultura», spiega il rettore. «Avevamo imparato a dimenticare la nostra lingua», aggiunge, sottolineando la necessità di «insegnare in maniera decolonizzata» e «fornire una visione differente di quanto successo nel 1492 [anno della “scoperta” dell’America, ndr]».
L’intenzione era (ed è) «far conoscere un sapere tecnologico, architettonico, filosofico, ad oggi «conosciuto forse più all’estero» ma marginalizzato per decenni dallo Stato. In Guatemala la popolazione di discendenza maya è pari a quasi la metà del totale (il 41,7 per cento di 6,5 milioni di abitanti). Secondo uno studio del docente argentino Daniel Mato, di tutti loro solo il 2,7 per cento ha completato studi universitari. Nel resto della popolazione, questa percentuale sale al 10 per cento. Le principali comunità sono i kiches, kachiqueles, ixiles, ma ce ne sono almeno venti: per Similoche l’obiettivo è fornire a ogni comunità (caratterizzata per ubicazione e lingua) un’università propria. Per ora sono sette: la prima è stata, nel 2012, quella della comunità ixiles (a circa 350 chilometri dalla capitale del Paese, Città del Guatemala), anche se quella dei kachiqueles, nata nel 2013, è riuscita a ingrandirsi di più perché più vicina alla capitale. Qui si insegnano medicina, agraria, pedagogia, gestione delle imprese e filosofia e scienza. Ci sono poi le università di Pocomchí, Chortí, Quechí, Iniciativa Mam, e la Zipacapense.
La metodologia si basa «sull’evidenza, qui non sono le teorie quelle che illuminano i fatti o la pratica. Qui le pratiche e l’esperienza fanno la teoria. È da lì che nascono le teorie e tutto quello che abbiamo prodotto», spiega il rettore, evidenziando il concetto di «doppia competenza» che cerca di integrare le tecniche tradizionali con le scoperte più moderne. Questo è evidente con la medicina: «Non possiamo ignorare la biomedica e non la stiamo combattendo: il problema è che attualmente la salute è diventata una merce e ha smesso di essere un bene sociale, un bene comune, un diritto umano», spiega il rettore. «Per questo stiamo tornando non solo ai concetti, ma anche alle pratiche della medicina ancestrale maya» e anche di altre, come quella cinese o indiana. Tra gli allievi «non ci sono cittadini guatemaltechi ma anche persone provenienti da tutto il Sud America e dal Messico», con interesse nella medicina tradizionale e nella naturopatia.
Lo stesso vale per l’agricoltura: «Includiamo tutto quello che si trova in un corso di ingegneria [agricola, ndr] ma diamo molto valore e ricerchiamo le pratiche agricole ancestrali, ad esempio il rifiuto alle monocolture e la diversificazione», racconta Similoche. Nel corso di laurea in pedagogia, continua, «si insegnano soprattutto la cultura, le lingue maya e una didattica ancestrale». Nel corso di management, quello che si impara insieme alla gestione delle imprese «è che i maya sono stati degli imprenditori, erano molto creativi. Non siamo convinti che per laurearsi serva una tesi, ma le usiamo per uniformarci ad altre università. Abbiamo altre modalità, una è quella che chiamiamo sistematizzazione del sapere appreso e dell’esperienza professionale».
L’incaricata didattica dell’ateneo, Nora Coloma, insiste sul legame tra conoscenza e territorio, sottolineando che «la finalità ultima delle università maya è fornire le competenze per servire la comunità». «Per noi è un elemento di valore che le sedi siano nei quattro dipartimenti della regione, dove vivono le popolazioni indigene kachiqueles, e non necessariamente nei capoluoghi». Inoltre, l’uso delle lingue originarie deriva dal fatto che il focus degli insegnamenti è «assistere la popolazione nella loro propria lingua: qualcosa che le istituzioni pubbliche non sempre considerano». L’intenzione è che «tutti gli allievi [soprattutto di medicina, ndr] possano capire la lingua quando assistono la comunità e non dare per scontato che, terminati gli studi, debbano necessariamente lavorare negli ospedali pubblici o privati delle città, ma che possano restare», afferma Coloma.
Tra i valori che ispirano l’università maya c’è la parità di genere: «La maggior parte dei nostri allievi, il 98 per cento, sono donne: questo dato ha a che fare con machismo e discriminazione diffusi nel territorio nazionale», che offre più opportunità di studio ai cittadini. Infine, ma non meno importante, una concezione complessiva del concetto di cura. Anche se non usa queste parole, Coloma parla di salute integrale perché «ha a che fare con il contesto attorno, cioè la terra su cui stiamo vivendo, che sta male: per questo motivo anche noi come esseri umani non staremo bene». Coloma aggiunge: «Vogliamo che la comunità in generale sia in salute, con un approccio focalizzato sulla prevenzione per sanare la natura e di conseguenza noi stessi».
Dopo tredici anni gli ostacoli sono ancora molti e di varia natura. Prima di tutto il razzismo «strutturale, istituzionale ed epistemico contro il quale stiamo lottando», che alimenta «svantaggi, povertà estrema e marginalità», denuncia il rettore. Le università tradizionali si trovano principalmente in città, escludendo la popolazione che risiede in aree rurali. «Le nostre sedi sono dove si trovano le comunità», spiega Coloma. Un altro problema è la scarsità di risorse finanziarie. «Tutti i membri delle giunte direttive lavorano ad honorem: paghiamo solo i docenti ma senza chiedere grosse cifre agli studenti, solo quantità simboliche che permettano di pagare il salario dei professori e l’affitto», spiega il rettore parlando di «valore e limitazione» allo stesso tempo. L’università, pur avendo sette sedi, non possiede edifici propri. «Non pensiamo che debba esistere un edificio di proprietà affinché ci sia istruzione, questo è un altro valore maya. L’educazione può avvenire in casa, in campagna, e avendo già molti edifici dei popoli indigeni, come le scuole, li affittiamo». C’è però la questione del riconoscimento dei titoli. «Non vogliamo essere un’università privata, perché l’istruzione non è una merce; ma per essere nel sistema pubblico servono molti requisiti». La validazione dei titoli avviene principalmente con l’appoggio di istituzioni di altri Paesi (come il Nicaragua) ma è ad oggi una delle principali difficoltà perché, in mancanza di una conversione del diploma universitario, alcuni studenti scelgono di non iscriversi alle università maya. Similoche racconta che dal 2023 si lavora «a soluzioni che coinvolgono anche l’università del Chiapas in Messico e altre istituzioni in America Latina e nei Caraibi».
Similoche precisa che quella maya non è l’unica esperienza a tradizione indigena nel mondo: a partire dal 2012 si è diffusa una maggiore coscienza e consapevolezza tra i popoli originari. «Ci sono sedi di università indigene e interculturali nei Paesi latinoamericani, in Alaska, in Norvegia, Svezia e Nuova Zelanda», spiega. «Il sapere proveniente dagli Stati Uniti è in tutti gli ambiti (militare, economico, politico e accademico) l’unico che ripetiamo, perdendo una visione globale che stiamo ricostruendo a partire proprio dai popoli indigeni».




