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I progressi della medicina dello sport per gli atleti di alto livello

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L’avanzamento delle strumentazioni usate per la raccolta dati, le nuove tecnologie e le differenze tra l’Italia e gli altri Paesi. Ne abbiamo parlato con Maria Rosaria Squeo, responsabile sanitaria dell’area olimpica dell’Istituto di medicina e scienza dello sport del Coni

Era il 1963 quando il Comitato olimpico nazionale italiano stabilì la nascita dell’Istituto di medicina dello sport, con il compito di tutelare la salute e potenziare le prestazioni degli atleti di alto livello. Oltre sessant’anni dopo, grazie alle nuove tecnologie e ai progressi scientifici, questo settore è in continuo aggiornamento: migliorare, nel caso di sportivi d’élite, significa perfezionare centesimi di secondo o millimetri e quello che si fa, dunque, è lavorare sui dettagli. L’istituto italiano si trova all’interno del centro di preparazione olimpica Giulio Onesti di Roma e continua a essere un’eccellenza perché mantiene la duplice funzione di monitoraggio sia dello stato di salute che dello stato funzionale dell’atleta.

«Da due anni l’istituto di medicina e quello di scienza dello sport, che erano stati separati nel 2000, sono tornati a essere un’unica realtà sotto il Coni», spiega Maria Rosaria Squeo, responsabile sanitaria dell’area olimpica dell’istituto. «Unire l’aspetto fisiologico e quello clinico è stato un grande risultato a supporto degli atleti di interesse olimpico e paralimpico. Integrare le due sfere è fondamentale e il fatto di affiancare le analisi dei parametri funzionali con quelle cliniche ci può dare dei chiarimenti su dettagli che magari non erano immediatamente evidenti per avere un quadro più completo».

L’obiettivo, infatti, non è soltanto portare gli atleti nella miglior condizione possibile alle competizioni, ma anche seguirli dal punto di vista medico a 360 gradi. L’attenzione che l’Italia riserva alla medicina dello sport, però, non è scontata: questa specializzazione non esiste ovunque e non tutti gli atleti hanno protocolli sanitari cui attenersi. Gli italiani che devono partecipare a gare di un certo interesse come i Giochi olimpici o i Giochi del Mediterraneo devono obbligatoriamente sottoporsi a una visita di controllo presso l’istituto per avere l’idoneità, a prescindere dal certificato medico sportivo di cui sono già in possesso. Per regolamento della carta olimpica, proprio perché il Coni tutela la salute degli atleti, l’istituto deve effettuare uno screening pre-partecipazione. «Ci sono differenze sostanziali tra uno Stato e l’altro», prosegue Squeo. «Gli Stati Uniti, per esempio, che rappresentano una potenza nello sport, lasciano i loro atleti liberi di competere senza essere valutati da medici: questo vale anche in tanti altri Paesi del mondo. Il rapporto costo-beneficio di screening per loro non trova piena giustificazione perché è un impegno economico importante e l’incidenza di morte improvvisa sul campo è bassa. Per noi italiani, invece, è sempre stato il contrario: siamo convinti che anche salvare una o due vite l’anno non ha prezzo. Prima viene la persona, poi il campione».

Alla luce di queste valutazioni è facile capire perché l’Italia tenga così tanto alla prevenzione. «In molti Stati la medicina dello sport è basata sulla traumatologia: questo vuol dire che sono attenti a intervenire in prevenzione secondaria, cioè quando l’evento si è già verificato. Noi, invece, siamo un punto di riferimento per gli sportivi anche prima: usiamo molto la diagnostica strumentale, che riteniamo fondamentale per la diagnosi di alcune patologie che non potrebbero essere scoperte altrimenti. Esami come gli screening cardiovascolari e le risonanze magnetiche cardiache ci hanno portato, per esempio, a trovare due cardiopatie strutturali in due atleti a cui non abbiamo potuto dare l’idoneità per la partecipazione ai Giochi olimpici di Parigi 2024. Per loro è stata una notizia devastante, ma è stato un bene saperlo perché questo tipo di malattie potrebbero avere conseguenze gravi sulla salute», dice Squeo.

Nell’ambito della strumentazione la medicina ha fatto passi da gigante, ma non ci sono solo infortuni o esami da gestire. «Un medico dello sport deve essere pronto ad agire per non trasformare un evento in una fatalità. Per farlo, deve essere esperto sotto tanti punti di vista, proprio come un internista, e quindi avere conoscenze che gli permettono di saper rispondere anche alle emergenze. In più, il medico è al corrente delle regole che l’atleta deve rispettare, per esempio per quanto riguarda la materia dell’antidoping: ogni sportivo di alto livello deve adempiere a determinati obblighi imposti dalla Wada [l’agenzia antidoping mondiale, ndr] e deve conoscerne le norme. In questo percorso, il medico lo può sostenere per capire quali prodotti può usare e cosa non deve adoperare».

Se il medico dello sport è la figura centrale, ci sono poi tante altre competenze che risultano fondamentali per aiutare gli atleti. «Il nostro lavoro si basa sulla collaborazione tra diversi specialisti perché è necessario un supporto multidisciplinare tra il medico dello sport, l’ortopedico, il fisiatra, il laureato in scienze motorie, il preparatore atletico e così via. Tutti insieme, ognuno con le proprie conoscenze e attraverso la medicina interventista, riusciamo a far rientrare l’atleta nel minor tempo possibile e nel miglior modo possibile dopo un evento acuto e ad adeguare i suoi programmi di allenamento in base a ciò che gli è successo».

Il fatto che adesso si seguano gli atleti in maniera più completa e più profonda rispetto al passato ha avuto un effetto anche sulle prestazioni sportive e sul limite anagrafico che, poco alla volta, si è spinto sempre un po’ più in là. «Sicuramente un lavoro così capillare permette un allungamento delle carriere, che adesso terminano più tardi rispetto a prima, tanto che vediamo sportivi che riescono a mantenere un alto livello e ad arrivare a vincere medaglie internazionali anche dopo i quarant’anni», sostiene Squeo. Rispetto al passato, inoltre, sono sempre di più le atlete che decidono di intraprendere una gravidanza e poi tornare a competere. Un fiore all’occhiello per l’istituto di medicina e scienza dello sport è il progetto che, ormai da anni, segue le donne prima e dopo il parto e le supporta nella preparazione per il rientro in gara. Lo dimostra l’esempio della schermitrice Arianna Errigo che è tornata in pedana dopo la nascita dei suoi gemelli a marzo 2023, vincendo la medaglia d’argento ai Campionati Mondiali per poi essere scelta come portabandiera italiana ai Giochi olimpici di Parigi, dove ha vinto l’argento a squadre nel fioretto.

Da grandi campioni a cittadini comuni, l’obiettivo del centro è sempre lo stesso: salvaguardare la salute grazie alla professionalità di un ampio numero di specialisti del settore e ad attrezzature sempre all’avanguardia.

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