Il 28 dicembre i commercianti del bazaar di Teheran, i bazaari, sono scesi in piazza per ribellarsi per la crisi economica, il carovita, l’aumento dell’inflazione e il crollo del rial, la valuta iraniana. In pochi giorni, alle proteste in Iran si sono uniti studenti, lavoratori, operai: non solo dalle grandi città come Teheran, Shiraz o Tabriz, ma anche dalle province e dalle campagne. E soprattutto di notte, quando cala il buio. L’8 gennaio, all’intensificarsi del malcontento, le autorità iraniane hanno risposto con il blackout totale su Internet e sulle telecomunicazioni in tutto il Paese: gli iraniani non rispondono su Whatsapp, non si connettono sui social media, nessuno riesce a chiamare o a inviare video. Tra loro, i manifestanti non riescono a coordinarsi per scendere in piazza, né riescono a parlare con il mondo esterno per far conoscere cosa sta succedendo in quelle strade. Solo con Starlink, il servizio satellitare di Elon Musk, si riesce ad aggirare il blocco. Dopo quasi due mesi dall’inizio delle proteste, il 22 febbraio la ribellione non si è ancora fermata e numerosi studenti delle università iraniane sono scesi di nuovo in strada.
«Chiunque partecipi a una manifestazione rischia la vita. Può essere accusato e condannato per moharebeh, cioè “inimicizia contro Dio” oppure per “corruzione sulla Terra”: terminologie religiose, più che legislative», racconta l’attivista iraniana Parisa Nazari. Dopo aver lasciato il suo Paese ed essere arrivata in Italia trent’anni fa, oggi Nazari è impegnata nella difesa dei diritti umani e dei diritti delle donne, anche come esponente del movimento Donna Vita Libertà. «Questa ondata di proteste, come anche quella del 2022, è diversa rispetto alle precedenti: anche se è difficile capire il numero preciso dei partecipanti, vediamo immagini di manifestazioni in città molto piccole del Paese, persino nei villaggi tra le montagne, lontani dai centri, dove la totalità della popolazione è scesa in piazza. Le proteste sono forti, capillari, ma la repressione messa in atto dalla Repubblica Islamica è violenta e brutale».
La repressione come segno di debolezza
Il massacro però, è sintomo della debolezza e della crisi che sta attraversando il regime degli ayatollah. «In 47 anni, dalla nascita della Repubblica Islamica nel 1979 quando ha preso il potere l’ayatollah Khomeini, non abbiamo mai visto una repressione così dura: le autorità adesso sparano anche ai minorenni. I sindacati degli insegnanti hanno pubblicato duecento nomi di studenti liceali che mancano all’appello: alcuni sono stati uccisi, altri sono in carcere in attesa di giudizio, altri ancora sono scomparsi», continua Nazari. Il canale televisivo in lingua persiana Iran International, con sede a Londra, parla di «strage della generazione Z, il più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran».
Mahmood Amiry-Moghaddam, fondatore e direttore della ong curda con sede in Norvegia Iran Human Rights, racconta che «preservare e salvare il sistema per la Repubblica Islamica è il più sacro di tutti i principi religiosi. Il regime sta temendo per la sua sopravvivenza perché non ha il supporto dei cittadini e non ha niente da offrire loro. L’unico modo per mantenere il potere è creare paura, sopprimere, uccidere, mettere in prigione». Fuggito dall’Iran a metà degli anni Ottanta e approdato in Norvegia, Amiry-Moghaddam è un medico e professore di neuroscienze all’Università di Oslo. Diciannove anni fa ha fondato l’organizzazione di cui è a capo, che si batte contro la pena di morte in Iran. «Abbiamo visto recentemente la cerimonia dei quaranta giorni dall’uccisione di alcune persone: la commemorazione delle vittime, quel momento in cui la comunità si ritrova e balla e canta. È un atto di resistenza, che mostra agli ayatollah che non ci arrendiamo e abbiamo uno spirito battagliero».
La situazione nei centri di detenzione
«In questo momento la situazione nei centri di detenzione è molto grave: le persone che vengono arrestate o non ricevono un’assistenza legale oppure, se possono permettersi un avvocato, devono sceglierlo da un elenco fornito loro dal ministero. Stando a quanto riportano i colleghi avvocati per i diritti umani, è un elenco di legali che non fa l’interesse dei propri assistiti, ma spesso fanno firmare delle dichiarazioni di colpevolezza agli arrestati: queste possono poi essere usate contro di loro», continua Nazari.
L’ong Iran Human Rights ha pubblicato un report che annuncia che almeno ventisei manifestanti sono stati condannati a morte. «Il pericolo di esecuzioni di massa dei manifestanti detenuti è reale e imminente. Queste condanne si basano su confessioni estorte sotto tortura ed emesse in procedimenti che non hanno alcuna somiglianza con processi equi. La tortura è usata sistematicamente», sottolinea Amiry-Moghaddam. «In molti casi, i processi sono stati condotti online dai tribunali rivoluzionari. È importante notare che, una volta che un caso viene trattato come una questione di sicurezza nazionale, gli imputati perdono il diritto di avere avvocati di loro scelta. L’articolo 48 del Codice di procedura penale iraniano garantisce agli indagati il diritto di richiedere un avvocato di loro scelta nella fase istruttoria. Tuttavia, una nota aggiunta all’articolo nel 2015 limita questo diritto per gli accusati di “reati contro la sicurezza interna o esterna” a un elenco di avvocati approvati dal governo durante la fase preliminare».
Situazione denunciata anche dall’ong per i diritti umani Hengaw Organization for Human Rights, che ha raccolto nuove prove relative all’arresto dei manifestanti durante le proteste in Iran di dicembre 2025 e gennaio 2026. I dati raccolti mostrano «nuove pratiche di interrogatorio che includono tribunali sommari tenuti senza procedura legale, il ricorso a violenza fisica, psicologica e sessuale estrema, minacce di esecuzioni e rapide emissioni di sentenze senza giusto processo». I giovani detenuti, ora liberi, che hanno rilasciato queste interviste hanno raccontato di «donne che interrogavano detenuti maschi, infliggendo loro umiliazioni psicologiche e sessuali: queste pratiche venivano utilizzate per estorcere confessioni rapide, sia scritte che video, di gravi accuse legate alla sicurezza». L’organizzazione ha verificato l’identità di 1.270 persone uccise durante le recenti proteste, tra cui 125 donne e 93 bambini.
I numeri reali delle vittime per le proteste in Iran
Nazari da anni parla di «estorsione di confessioni false sotto tortura, un metodo che il regime ormai ha consolidato. Stiamo parlando di processi a porte chiuse, nei quali a volte nemmeno gli avvocati partecipano: è già tutto deciso a tavolino. In pochi minuti, un giudice emette una sentenza su motivazioni inventate, che siano anni di carcere o la pena di morte. A volte i giovani che protestano sono inesperti e non conoscono bene le pratiche dell’apparato giudiziario. Vengono convinti a confessare in cambio di uno sconto di pena».
Secondo un report dell’ong Human Rights Activists News Agency – HRANA dopo un calo tra il 2015 e il 2019, in dieci anni le esecuzioni sono aumentate notevolmente ogni anno a partire dal 2021, raggiungendo il picco nel 2025. L’ong parla di 1.537 esecuzioni: «Il 94 per cento è stato effettuato in segreto, senza annuncio pubblico o riconoscimento da parte delle autorità». I numeri esposti dalla Repubblica Islamica non coincidono però con quelli indicati dalle ong internazionali. Per Nazari è una «guerra di narrazione: il regime non solo parla di cifre molto più basse di quelle reali, ma sostiene anche che la maggioranza delle persone uccise fossero agenti e forze dell’ordine e che i manifestanti avevano provocato distruzione. Questa è la propaganda che hanno costruito e che diffondono».
«Credo che la mobilitazione internazionale sia molto importante, ecco perché ci stiamo dando tanto da fare. Dobbiamo parlare, denunciare, far rumore», aggiunge Nazari, secondo la quale ora è necessario riuscire a dare patrocinio politico ai prigionieri iraniani e ai manifestanti. «Sono molto preoccupata per la mia famiglia, il mio Paese, i miei connazionali. Ogni giorno mi sveglio con l’idea che potrebbe essere successo qualcosa di grave e questa angoscia non mi fa dormire. So di molte persone che, una volta uscite dal carcere, si uccidono, senza mai parlare di quello che hanno passato. Sono convinta che questo regime prima o poi crollerà, nessuna dittatura può durare in eterno: finalmente si potrà vivere in democrazia», conclude Nazari.




