Giorgia Meloni ha scelto la tavola per parlare dell’Italia. Ospite di Domenica In, in diretta dal Tempio di Venere a Roma, il 21 settembre scorso la presidente del Consiglio ha ricordato le mangiate con i nonni e il rito delle pastarelle, sostenendo la candidatura della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’Unesco. Un gesto solo in apparenza domestico: dietro il racconto familiare, il progetto di un governo che riconosce e racconta il Paese attraverso il cibo e la tradizione. Il 10 dicembre è arrivato il sì definitivo, decretando il successo della strategia governativa.
Negli scorsi mesi l’esecutivo ha inoltre proposto di inserire in Costituzione la tutela della sovranità alimentare e dei prodotti simbolo dell’identità nazionale, rilanciando una narrazione problematica a vari livelli. Dietro a questa retorica sembra infatti prevalere la difesa di interessi consolidati più che una visione di sviluppo a lungo termine, come ci conferma Michele Antonio Fino, professore ordinario di Fondamenti del diritto europeo all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e autore del libro Gastronazionalismo (People, 2021), scritto insieme ad Anna Claudia Cecconi.
Tutto inizia «con la sovrapposizione surrettizia tra cucina italiana e dieta mediterranea»: se quest’ultima è considerata la più sana al mondo, allora anche tutto il cibo italiano è salutare e quindi da promuovere. In realtà, la dieta mediterranea, così com’è stata codificata, era ipocalorica, ricca di verdure e carboidrati poco raffinati: molto diversa da ciò che è oggi la cucina italiana. Come hanno evidenziato negli ultimi anni anche gli studi di Alberto Grandi, il paradosso di questi approcci alla cucina “autentica” e “genuina” è che sono spesso alimentati da tradizioni inventate. «Per esempio, i primi tortellini erano di pollo e non di maiale», ricostruisce Fino, per non parlare del guanciale: «Fino a trent’anni fa usavano tutti la pancetta, perché più abbondante, e nessuno si lamentava».
Nell’odierna trasformazione delle ricette in totem ci guadagna l’industria alimentare, che può contare sulla sponda di una narrazione politica capace di rendere statiche preparazioni che sono invece sempre cambiate nel tempo. Trattare un piatto come immutato e immutabile fa sì che la gente compri uno specifico ingrediente, anche se più costoso, «perché altrimenti non sta facendo la vera carbonara o il vero pesto alla genovese», spiega Fino. «L’agroindustria, grandi marchi Dop e Igp in primis, si avvantaggia di questi miti, attenta a trasformare le ricette in dogmi». È la saldatura perfetta tra politica e interesse economico, che guarda in particolare all’export.
Stabilire però che la conservazione di una tradizione sia l’unico segreto che funziona penalizza l’innovazione. «Se io racconto che ciò che mi viene tramandato è già perfetto, che motivo ho di cercare di migliorare, di cambiare?», si chiede ancora lo studioso. Una lettura, la sua, secondo cui il nazionalismo rischia di frenare un’importante spinta per il progresso. Fu proprio l’innovazione gastronomica che, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, creò la cucina dei giorni nostri: dal Crodino alla panna cotta, dal tiramisù ai biscotti e ai prodotti da forno.
Al contrario, oggi la ricerca in ambito alimentare è vista con diffidenza, soprattutto se si tratta di proteine alternative come insetti o carne prodotta in laboratorio: una nicchia che permetterebbe l’ingresso nel mercato a nuovi soggetti, altrimenti esclusi. «Una startup che osa pensare di cambiare qualcosa nell’eredità gastronomica italiana è accusata di arrecare danni alla nostra industria e ai suoi lavoratori», nonostante il settore della vendita al dettaglio di prodotti plant-based in Italia continui a crescere (+7,6 per cento nel 2024).La maggioranza di governo è già corsa ai ripari votando a dicembre 2023 una discussa legge che vieta la produzione e la commercializzazione in Italia della carne coltivata (prima ancora dell’ok dell’Unione europea) insieme all’uso della parola “carne” per prodotti prevalentemente a base di proteine vegetali. Una mossa, questa, pensata per non confondere i consumatori? Sembrerebbe di no, a giudicare da un sondaggio YouGov del 2024, secondo cui il 68 per cento degli italiani ritiene che le aziende dovrebbero poter utilizzare liberamente termini come “hamburger” e “latte” per i prodotti plant-based. La ricetta, evidentemente, è un altra.




