Venezia somiglia sempre più a un oggetto di consumo, una città masticata dal turismo di massa e congelata in un eterno presente da cartolina: perfetta da fotografare, difficile da abitare. I flussi turistici ne dettano i ritmi, gli affitti salgono, le case diventano alloggi brevi e le calli corridoi di transito. Più che un luogo, Venezia è una superficie da attraversare in fretta. Esistono però ancora spazi che sono una boccata d’aria fresca, che non si omologano alle logiche dell’overtourism, dove non si trova nessuna insegna o menù in quattro lingue. Solo un citofono su un campiello raggiungibile da varie calli tra San Giacomo dall’Orio e Rio Marin. Casa Punto Croce è questo: un’abitazione privata che, a cadenza casuale, si trasforma in una sede per attraversamenti artistici in una dimensione domestica e informale.
Restare, costruire relazioni, fare cultura fuori dai circuiti istituzionali diventa un gesto controcorrente. Nata nel 2012, Casa Punto Croce non è un locale, non è una galleria e nemmeno un centro sociale nel senso tradizionale. È uno spazio autogestito che nel tempo si è fatto presidio culturale, dove il pubblico non è cliente e l’artista non sta su un palco rialzato: si condividono stanze, divani, cucine, pavimenti. La programmazione è (dis)continua, ibrida, volutamente indisciplinata: concerti, momenti DIY (do it yourself, fai da te), market di autoproduzioni, talk, cineforum. Con rassegne come Disordini di Primavera lo spazio si trasforma in laboratorio di autoformazione politica: un tempo dedicato a leggere, discutere, mettere in comune strumenti critici. Tra gli appuntamenti, letture poetico-politiche sul conflitto guidate dal Professor Didovich e da Zora La Violenta: gli incontri sono aperti a tutti e partono dall’idea che la teoria debba essere utilizzata come gesto concreto, quasi fisico.
Con appuntamenti come Cinefroce e AperiZoccola, Casa Punto Croce diventa rifugio e cassa di risonanza per corpi e narrazioni che altrove faticano a trovare spazio. Qui la cultura non è un contenitore neutro ma una presa di posizione: si discute e si prende parola dove arte e attivismo viaggiano su binari paralleli. Durante uno degli AperiZoccola è stato presentato il libro Puttana femminista. Storie di una sex worker (Tlon, 2025), che ha portato a Venezia Georgina Orellano, segretaria generale di Ammar (il sindacato delle sex worker argentine). L’incontro, organizzato insieme a Le Zoccole Dure e al Cdcp (Comitato per i diritti civili delle prostitute), è diventato anche una raccolta fondi per Ammar; un modo per unire teoria, racconto e sostegno concreto. La stessa energia attraversa la Festa del Dissenso, nata a conclusione dei Laboratori del Dissenso: giornate impreviste in cui il confine tra performance e protesta sfuma fino quasi a sparire. Tavolate condivise, materiali di studio sparsi ovunque, interventi di artistə e attivistə, i manifesti de L’estetica del letame prodotti da XR Venezia. L’arte è un gesto di sabotaggio, usata come strumento per reagire al collasso ecologico e immaginare forme di convivenza più giuste.
E ancora, ci sono incursioni dedicate al linguaggio visivo e delle immagini. A settembre 2025 Casa Punto Croce ha ospitato What on Earth is Internet Cinema?, serata curata da Becoming Press in collaborazione con libreria Bruno: una riflessione sul cinema nell’era digitale, tra schermi portatili, archivi online e visioni frammentate. Palais Sinclaire e Alessandro Sbordoni hanno introdotto le proiezioni in due atti, trasformando il salotto in una sala cinematografica temporanea, un laboratorio su cosa significhi oggi realizzare, montare e condividere immagini in movimento.
In una città che tende a vendere esperienze confezionate, Punto Croce sceglie l’opposto: l’informalità, l’imperfezione, la prossimità. Non si entra comprando un biglietto, ma con passaparola, newsletter e sottotono. Non si consuma uno spettacolo: si resta. Più che un calendario eventi, è una comunità temporanea che ogni volta si ricompone. C’è una precisa scelta di sottrazione per cui il restare sottotraccia è una forma di sopravvivenza, perché crescere troppo significherebbe snaturarsi e non essere più fedeli alla propria misura. Mentre fuori Venezia corre e si consuma, in Casa Punto Croce il tempo rallenta, si entra in un’altra dimensione. Forse è così che una città continua a restare viva: senza grandi palchi, ma in luoghi (col)laterali dove la cultura germina piano. Dietro una porta anonima, Venezia smette di essere cartolina e torna a essere casa. Ghe sboro, è proprio il caso di dirlo.




