«Avevo viaggiato tanto in Afghanistan, anche durante la guerra. Ma c’erano delle restrizioni, per esempio non si poteva restare in strada durante la notte. Quindi non potevi vedere il tramonto, che per noi fotografi è uno dei momenti di luce più dolce. E quindi il mio ricordo è questo: un giorno, in un campo nella provincia di Kandahar, ero con un contadino e ho visto finalmente un tramonto». Il fotografo Lorenzo Tugnoli, premio Pulitzer nel 2019 e giornalista a contratto di The Washington Post, racconta di come ha potuto condividere un tramonto insieme ai contadini afghani, dopo la fine dell’occupazione americana – in quel momento della giornata che prima segnava l’inizio dei combattimenti. Tugnoli ha vissuto in Afghanistan: prima a Kabul, dal 2009 al 2015, tornando poi dal 2019 al 2023, quando la sua base era la capitale libanese Beirut. Quest’ultimo periodo – cuore dei negoziati tra il governo americano e i Talebani, il collasso della Repubblica afghana e il ritorno al potere dei Talebani stessi – è raccontato nel libro fotografico It Can Never Be The Same (Gost Books, 2025, realizzato con il contributo di Emergency), che contiene anche i saggi della ricercatrice Francesca Recchia e del giornalista afghano Habib Zahori. Un libro che, più che un reportage, viene descritto come una riflessione per immagini sulle narrazioni che influenzano la nostra percezione dei luoghi.
Sono passati più di quattro anni da quando il 15 agosto del 2021 le forze internazionali guidate dagli Stati Uniti hanno abbandonato l’Afghanistan, permettendo al governo dei talebani di instaurarsi. Lo scorso gennaio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha accusato gli alleati della Nato di essere «rimasti indietro» durante le operazioni in Afghanistan. «Nel corso di quasi vent’anni di impegno, la nostra nazione ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio: 53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti», è stata la risposta della premier Giorgia Meloni.
Nonostante le ultime tensioni, Stati Uniti ed Europa sono uniti da una prospettiva comune: quella del rimpatrio degli afghani. Lo scorso 26 novembre un cittadino afghano che aveva lavorato con le forze armate statunitensi in patria ha sparato a due soldati della Guardia nazionale a Washington, uccidendone una e ferendone un altro in modo grave. Per Trump è stato il gancio per proseguire nelle sue politiche di deportazione, annunciando che avrebbe «riesaminato» tutti i casi di cittadini afghani accolti dalla presidenza di Joe Biden dopo la ritirata. L’agenzia federale Uscis (US Citizenship and Immigration Services) ha poi dichiarato la «sospensione immediata e a tempo indeterminato dell’esame delle richieste d’ingresso presentate da cittadini afghani». Un mese prima, venti Paesi dell’Unione europea – Italia compresa – firmavano una lettera che spinge verso gli accordi con il governo talebano in modo da facilitare i rimpatri degli afghani irregolari. Nel 2023, in Europa, più di centomila afghani facevano richiesta per l’asilo, confermandosi una delle diaspore più numerose del Continente.
Nonostante il dispiegamento di forze internazionali, gli anni della repubblica non hanno mai portato infrastrutture e cambiamenti strutturali per sostenere una reale modernizzazione dell’Afghanistan. L’industrializzazione del Paese non esiste pienamente se non in città specifiche, che vivono anche della loro posizione, come Herat, che si trova al confine con l’Iran. E tra i centri cittadini – tra cui Herat, Kabul e Mazar-i Sharif – e le zone del profondo sud o di campagna e montuose resta una divisione profonda a livello culturale e di risorse. «L’industrializzazione non è stata possibile perché non ci sono strade né infrastrutture adeguate. In quei vent’anni di occupazione quello che hanno costruito gli americani sono stati i blast walls, muri anti-esplosione», racconta Tugnoli. «Per esempio, a Kandahar gli Stati Uniti hanno attaccato un enorme generatore. Quando hanno smesso di pagare il carburante, la città è rimasta al buio. Eppure lì vicino c’era una diga, ma non hanno pensato di costruire un’infrastruttura». Solo soluzioni a breve termine.
Oggi, l’impatto economico e la carenza di strutture moderne coinvolgono anche e soprattutto la salute e le cure. Emergency, nell’ultimo report Accesso alle cure d’urgenza, critiche e chirurgiche in Afghanistan. Prospettive del popolo afgano e degli operatori sanitari di 11 province, racconta le difficoltà principali che incontrano gli afghani. Più del 70 per cento degli intervistati ha dovuto viaggiare in un’altra città, provincia o regione per ricevere cure chirurgiche. Interventi chirurgici che spesso diventano critici a causa delle interruzioni di corrente. Solo il 2 per cento ha poi potuto utilizzare un’ambulanza per arrivare in ospedale. E le famiglie non sempre possono sostenere la spesa per il carburante per spostarsi, anche in caso di emergenze. Il risultato è che i ritardi nelle cure generano disabilità e decessi. Tre afghani su cinque si indebitano per ricevere cure. È il deserto lasciato da un’occupazione di vent’anni e in cui le moderne politiche europee e statunitensi vogliono riportare decine di migliaia di profughi.









