Interno di una sfarzosa chiesa, le luci sul fondo della scena mettono in risalto un pianoforte. Parte la musica e l’inquadratura si sposta dalla pianista a un coro, composto da sole donne. Sono tutte suore e insieme alla loro direttrice, Whoopi Goldberg, intonano I Will Follow Him. Sì, è la famosa scena finale di Sister Act e sì, dal 1992 questa è stata una delle più celebri rappresentazioni del genere gospel per l’Occidente. Tuttavia, rimane solo una delle tante interpretazioni contemporanee del gospel, il canto liberatorio degli schiavi afroamericani.
Walk Together: un coro gospel che continua a camminare nella storia
Fondato dal jazzista Franco Nesti nel 2008 come laboratorio vocale, il coro si è poi specializzato nel genere gospel, con brani sempre più complessi e linee vocali differenziate. Ora diretto dalla musicista e insegnante Lietta Traversi, il complesso continua ad avventurarsi nel genere, ricercando sonorità e forme di canto sempre nuove.
Nascita di un canto di liberazione
Nell’immaginario collettivo il genere gospel è fatto di grandi gruppi di coristi, vestiti con lunghe tuniche monocromatiche e con una gestualità molto spiccata. Niente di più distante dal canto liberatorio e gioioso delle origini. Prima ancora di tradursi nel messaggio di Dio, God’s spell, il gospel ha rappresentato l’unica forma di libertà concessa a un popolo reso schiavo dal colonizzatore europeo in America. «Lo spiritual gospel era un repertorio di canti da lavoro, intonato nei campi o nelle fattorie», spiega Lietta Traversi, direttrice del coro gospel Walk Together. «Erano canti di aggregazione, sintomo della nostalgia del popolo afroamericano per la propria terra natia. Le melodie semplici, spesso con una sola linea di voce, veicolavano il messaggio di speranza nella vita oltre la morte».
Nel corso della storia, spesso i popoli colonizzati e sfruttati hanno saputo trovare occasioni creative di resistenza e liberazione. In una realtà che non potevano cambiare, poiché privi degli strumenti di riscatto, solo la voce costituiva un veicolo per la sofferenza e la costrizione. Consapevoli di non poter aspirare alla libertà durante la vita terrena, gli schiavi afroamericani hanno trovato nel canto l’unica fonte possibile di felicità. «I testi degli spiritual gospel raccontano storie dolorosissime, ma i canti e la musica sono ricchi della gioia di chi sa attendere il riscatto».
«Solo in seguito le musiche sono diventate più complesse, ammettendo più linee di voce e introducendo strumenti musicali». Dai campi di lavoro, il canto gospel è entrato nelle chiese americane. «I brani sono diventati più lunghi, prendendo episodi dalla Bibbia e aggiungendo movimenti e gestualità nuovi», aggiunge Traversi. Allora il gospel è diventato parte delle funzioni cristiane, ma il genere si è anche fuso al blues, al jazz e al soul.
Unisonanza di una nazione che non c’è: la diaspora africana
Sradicate con la violenza dalla propria terra, trasportate a forza in un mondo sconosciuto che parlava una lingua estranea, migliaia e migliaia di persone africane, in origine appartenenti a società ed etnie diverse tra loro, sono state costrette a vivere in condizioni di disagio, schiave del colonizzatore europeo nel Nuovo Mondo, nel paesaggio straniante delle piantagioni. Eppure hanno trovato nel canto un codice per poter ancora parlare di speranza e hanno fatto proprio e trasformato il messaggio imposto loro dalla religione dell’uomo bianco, il cristianesimo.
In questo senso Philip V. Bohlman parla di diaspora africana. Partendo dalla scoperta dell’America nel 1492, l’autore considera il grande influsso della musica africana nella world music, riconoscendo quindi un genere che si è originato proprio nei campi, a opera degli schiavi africani. Una popolazione eterogenea è stata in grado di riunirsi nel canto e creare un movimento che ancora oggi influenza molti altri generi. Ha saputo mettere in campo quella che Benedict Anderson definisce unisonanza, la capacità di una nazione di ritrovarsi grazie alla musica.
Diaspora: una definizione
Con un’origine semantica legata alla semina sparsa, il termine diaspora è stato utilizzato fin dall’antichità per indicare la dispersione di un popolo verso altri luoghi. Quando la musica si lega alla diaspora descrive il distacco forzato da un territorio d’origine, l’assenza di un legame con il presente e il desiderio di tornare a una condizione di appartenenza alla società e alla terra natia. Con la musica si rievoca la patria, si esorcizza lo sradicamento e al contempo si crea un nuovo legame con le culture che attraversano la diaspora.
In questo modo le primordiali forme orali del gospel, trasmesse di piantagione in piantagione, si sono sparse e insinuate in altri generi musicali. «Il repertorio gospel», spiega Traversi, «è molto variabile. Di un singolo brano si possono trovare infinite varianti, dovute allo scambio tra persone provenienti da luoghi diversi. Spesso poi non c’era un vero testo, con le strofe e il ritornello. Il brano era ripetitivo, con l’aggiunta di qualche piccola variazione».
Oltre la storia: fare gospel senza radici gospel
Occuparsi di musica gospel oggi comporta assumersi la grande responsabilità di rispettare la storia di un popolo unito dal canto. Soprattutto se performato da persone con origini non afroamericane, il rischio è produrre una sterile e vuota imitazione che non tiene conto della sofferenza e delle vicende storiche delle origini.
C’è un solo modo per continuare a diffondere la cultura gospel, a prescindere dal luogo in cui viene messa in atto e dai coristi: è il rispetto della tradizione, la consapevolezza della storia afroamericana e lo studio approfondito dei testi, della lingua e del loro significato.
«Quando il maestro Franco Nesti nel 2008 ha proposto di formare un laboratorio vocale aveva già in mente le sonorità del gospel. Aveva il jazz nel sangue», racconta la direttrice del coro Walk Together, composto da coristi amatoriali. «Con il suo approccio non accademico, scherzoso e dinamico, ha permesso a tutti di comprendere il messaggio gospel, un genere che incarna il senso di comunità, che esprime la coralità di un popolo unito per gridare qualcosa». Le questioni più difficili da affrontare sono state la lingua («americana, non inglese») e le armonizzazioni: «Abbiamo iniziato con brani semplici, poi man mano che il coro acquisiva esperienza sono stati aggiunti pezzi più complessi, fino ad arrivare a canzoni in cinque quarti. Il maestro Nesti ha anche introdotto riarrangiamenti o, come amava definirli, i brani etnici, con una spinta ritmica data dal blues e dal jazz».
Un messaggio universale
Fare gospel non significa solo ricordare il passato, può tradursi invece in una riflessione sul presente: «Attraverso i concerti possiamo diffondere il messaggio che la musica gospel ha sempre veicolato, senza sminuire la sua storia. Il gospel insegna che la vita non è fatta di sensi di colpa o peccati senza perdono, ma della gioia della speranza e della comunità. Siamo tutti insieme nello stesso luogo per lo stesso motivo e nella condivisione l’umanità trova il suo riscatto».
Franco Nesti
Contrabbassista jazz, cantante e arrangiatore, Franco Nesti, nato in Toscana, ha vissuto gli ultimi anni della sua vita a Padova, dove ha diretto la Big Band universitaria e fondato il Walk Together Gospel Choir presso la scuola Salti di Tono di Piove di Sacco. Oltre ai suoi diversi arrangiamenti, tra cui Afro Blue di Mongo Santamaria e Conference of the Birds di Dave Holland, ha ideato e composto brani di musica etnica con influssi jazz e blues, pezzi poliritmici a più voci e linee melodiche, o ancora canzoni come Mon Ami Matueh, dove il senso del testo è dato solo dal richiamo dell’effetto sonoro.




