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Corpi invisibili: la sessualità negata alle persone con disabilità

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Parlare di sesso e di sessualità in Italia resta ancora un tabù. Il silenzio si amplifica se si prende in considerazione il binomio sesso e disabilità

Alle persone con disabilità, troppo spesso, il desiderio viene negato alla radice: trattate come eterne bambine e bambini, private del diritto all’intimità, ridotte a corpi da accudire ma non da ascoltare. L’infantilizzazione contribuisce a trasformare la sessualità delle persone disabili in un argomento proibito e sconveniente. Come se l’unico bisogno riconosciuto fosse quello di cure e assistenza, mai quello di piacere, relazione e autodeterminazione.

È in questo contesto che, in Italia, si inserisce la necessità dell’introduzione dell’Oeas (operatore all’emotività, all’affettività e alla sessualità), una figura professionale pensata per accompagnare le persone con disabilità (ed eventualmente anche la famiglia) nel vivere la vita affettiva e sessuale senza stigma e negazioni.

In diversi Paesi europei – come la Svizzera, la Germania e la Danimarca – la figura dell’assistente sessuale esiste ed è regolamentata. In Italia, invece, nonostante i tentativi di avviare un percorso normativo, questa non è mai stata introdotta. Nel 2014 è stato depositato in Senato un disegno di legge per il suo riconoscimento, ma a distanza di undici anni non si è arrivati ad alcun risultato: la proposta si è arenata. «Erano tutti d’accordo, poi è caduto il governo e il Ddl è rimasto lì», racconta lo psicologo e sessuologo Fabrizio Quattrini, vicepresidente del Comitato per la promozione dell’assistente sessuale e fondatore, insieme a Maximiliano Ulivieri, del progetto Lovegiver.

Negli anni, Lovegiver ha portato avanti il dibattito sui diritti alla sessualità delle persone con disabilità focalizzandosi sull’importanza dell’Oeas che, attraverso la sua professionalità, supporta le persone con disabilità a sperimentare l’erotismo e la sessualità. «Questo operatore, formato da un punto di vista teorico e psico-corporeo sui temi della sessualità, permette di aiutare le persone con disabilità fisico-motoria e/o psichico-cognitiva a vivere un’esperienza erotica, sensuale e/o sessuale», si legge sul sito di Lovegiver. Il protocollo messo a punto da Lovegiver si articola in tre passaggi: accoglienza, ascolto e contatto. Significa capire i bisogni, affrontare dubbi, difficoltà e offrire strumenti concreti. L’accoglienza è il primo passo, serve a chiarire la natura della richiesta: non si tratta di “fare sesso”, ma di capire se emergono dubbi, curiosità o mancanze di conoscenza sulla sessualità e sull’affettività, spesso mai affrontate né riconosciute. Poi, attraverso l’ascolto si possono comprendere le esigenze specifiche, non solo della persona con disabilità ma anche della famiglia. È un momento in cui vengono riconosciute e rispettate le diverse forme di disabilità. Il contatto costituisce la parte operativa ed educativa: «Non significa avere rapporti sessuali, ma aiutare la persona a prendere consapevolezza del proprio corpo e delle proprie possibilità, anche attraverso il tatto. Può voler dire, ad esempio, accompagnare all’autoerotismo chi ha difficoltà motorie o chi non sa come metterlo in atto, per favorire autonomia e autostima», chiarisce Quattrini.

La resistenza maggiore nasce dal timore di confondere il lavoro dell’Oeas con la prostituzione. «L’operatore non fa sesso con la persona disabile. Accompagna in un percorso educativo, lavorando sull’affettività, sull’emotività e sulla sessualità», precisa Quattrini. All’estero questa figura ha a che fare con l’assistenza sessuale e si inserisce in un contesto dove il sex work è regolamentato. In Italia, al contrario, pesa ancora una doppia censura: sul sesso in generale e, ancora di più, sulla sessualità delle persone con disabilità. Secondo il sessuologo, la chiave per sbloccare la situazione sarebbe una legge sistemica: educazione all’affettività e alla sessualità per tutte e tutti.

Nonostante lo stallo politico, Lovegiver ha formato dal 2017 a oggi una quindicina di operatori, soprattutto educatori, fisioterapisti e infermieri, ma anche «una serie di figure che non hanno una qualifica accademica ma rientrano tra le persone che possono sostenere la persona con disabilità all’interno di questo percorso. Per esempio gli operatori socio-sanitari, i massaggiatori o persone che fanno dei percorsi olistici». Queste persone operano in un limbo: senza tutele né riconoscimento, spesso inseriti in percorsi costruiti insieme a famiglie, cooperative e associazioni. «La mancanza di una legge crea due rischi: la figura viene fraintesa e resta scoperta la parte economica. Con una normativa si potrebbero prevedere ticket sanitari», dice Quattrini.
Per garantire professionalità, il progetto ha introdotto una supervisione costante da parte di psicologi e sessuologi. La paura di fraintendimenti, innamoramenti o dipendenze emotive è affrontata attraverso un lavoro di équipe: «L’Oeas e la persona disabile non sono lasciati da soli, hanno sempre una supervisione costante con degli psicologi, psicoterapeuti, sessuologi». Il progetto Lovegiver continua a formare operatori e a sensibilizzare, ma senza una legge resta tutto nelle mani della buona volontà di pochi. Intanto, in Italia il diritto alla sessualità delle persone con disabilità rimane sospeso.

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