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Sifilide, l’epidemia silenziosa negli States

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La malattia sessualmente trasmissibile è tornata a numeri record negli Usa (e non è solo colpa del sesso)

Nell’immaginario collettivo, la sifilide fa parte di un passato ormai lontano. Una malattia di cui possiamo leggere nei romanzi e negli archivi storici. Pensiamo che ormai sia  debellata, quasi inesistente. Il morbo francese, come veniva anche chiamata, è associato spesso a racconti di stenti e degrado, storie di strada e di bordelli, di eserciti, guerre ed epidemie. Causata da un batterio – si scoprirà solo nel 1905 – il Treponema pallidum, la sifilide è una malattia sessualmente trasmissibile (Mst) devastante, che si sviluppa in fasi e che coinvolge una diversa sintomatologia, tra cui quella neurologica.

Se pensiamo alla sifilide negli Stati Uniti ci viene in mente Tuskegee, quello studio clinico sulla pelle della popolazione nera maschile degenerato in orrore e durato quarant’anni (tra 1932 e 1972). Uno studio che ha messo una macchia d’onta indelebile sulla storia della medicina d’oltreoceano. Al contrario di quello che si può pensare, la sifilide è ancora oggi molto presente a livello globale. Se si confrontano i numeri delle varie nazioni, lasciano a bocca aperta proprio quelli statunitensi. 

Nel periodo tra il 2018 e il 2022, i casi negli Stati Uniti sono aumentati dell’80 per cento secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc). Molte delle persone affette sono giovani tra i 18 e i 34 anni. Gli Stati più colpiti sono la California, la Florida e il Texas. In aumento è anche la sifilide congenita, cioè trasmessa dalla madre al feto durante la gravidanza o il parto. Sempre secondo i Cdc, nel 2023 ne sono stati segnalati 3.882 casi, inclusi 279 nati morti e decessi neonatali o infantili correlati a essa. Si tratta del numero più alto di casi dal 1992.

Numeri troppo alti in un mondo che ha a disposizione antibiotici e capacità di fare screening. Un’impennata  che ha messo in allarme la comunità medica americana, alla ricerca di una causa di quest’ondata di casi e di un modo per fermarla. 

Secondo Khalil Ghanem, professore della Johns Hopkins University, l’impennata negli Stati Uniti risale ai primi anni Duemila e, da quel momento, non si è più fermata. Come ricorda infatti Ghanem, il 1999 è stato l’anno con il numero più basso di casi, salvo poi appunto rimettere il piede sull’acceleratore. Il rallentamento precedente era stato favorito da un cambio nei comportamenti sessuali, soprattutto all’interno della comunità omosessuale maschile. Spaventata dall’epidemia di Hiv che stava mietendo molte vittime, i suoi membri mantenevano un livello di sicurezza e guardia altissimo, limitando così la trasmissione di altre malattie. Ora per l’Hiv esistono terapie croniche che ne rallentano il decorso e profilassi per evitare il contagio: questo ha fatto sì che quella guardia si abbassasse, portando altre malattie sessualmente trasmissibili – tra cui la sifilide – a tornare a circolare. Tuttavia, è strano come invece altre Mst come la clamidia o la gonorrea siano sempre meno frequenti negli Stati Uniti, secondo i dati ufficiali.

L’aumento dei casi di sifilide si è registrato in primis proprio nella comunità omosessuale maschile, estendendosi poi alle donne, a chi fa uso di droghe e nelle comunità svantaggiate e rurali con scarso accesso a sanità e a programmi di screening e diagnosi. Inoltre, molti medici non riconoscono subito i segnali della sifilide, diagnosticandola in modo errato, causando così ritardi nel trattamento. La preoccupazione maggiore è soprattutto per le donne in gravidanza: la sifilide congenita è evitabile, se ben curata. 

La demografica suggerisce una buona parte di casi nelle comunità afroamericana e nativa. Anche in questi frangenti  i programmi di screening e i trattamenti fanno fatica a raggiungere la popolazione affetta, lasciando che moltissimi casi circolino indisturbati e non trattati. Anche la difficoltà nel tracciamento dei partner sessuali è una causa aggiuntiva dell’aumento così vertiginoso di contagi. 

Un’enorme responsabilità è ascrivibile anche al Covid-19. Sembrerebbe contraddittorio, per via del social distancing e delle norme igieniche che si sono adottate nel biennio 2020-2022; eppure, la pandemia ha messo in ginocchio il sistema sanitario statunitense, rendendo inefficienti i programmi di screening esistenti e creando più disparità e vulnerabilità in frange di popolazione specifiche. Inoltre, dal 2023 c’è scarsità di penicillina, l’antibiotico utile contro la sifilide, e questo è un grosso problema per i trattamenti, rendendoli impossibili o tardivi. 

Lo stigma e la vergogna giocano un ruolo fondamentale: per paura di un giudizio “morale” molti sono portati a non testarsi. Anche in questo caso, il trattamento adeguato ritarda, mentre i sintomi avanzano. Morale che entra in gioco anche nei confronti dell’educazione sessuale. Gli Stati Uniti non sono il Paese più aperto alle tematiche sessuali: Planned Parenthood ha rilevato che solo 27 Stati – più Washington D.C. – hanno l’obbligo di fare educazione sessuale nelle scuole pubbliche. Di questi, solo 17 richiedono che i contenuti siano scientificamente accurati. Dall’inizio della crisi, gli esperti stanno cercando di promuovere la prevenzione con una corretta educazione sessuale, invece di preferire l’approccio dell’astinenza fino al matrimonio scelto invece da molti. Un’altra battaglia della scienza medica statunitense è incentivare i programmi di sanità pubblica e riportare in auge prevenzione e diagnosi, cercando di arrivare anche nelle comunità più svantaggiate e colpite. Gli studi hanno rilevato un disperato bisogno di una risposta sanitaria immediata e coordinata con i maggiori stakeholder, soprattutto per far percepire la sifilide come pericolosa anche a quelle persone o comunità dove non è considerata come tale. Il definanziamento che i programmi contro la sifilide hanno registrato ha fatto suonare parecchi campanelli d’allarme: nel 2003 il loro budget era intorno ai 169 milioni di dollari. Vent’anni dopo siamo intorno agli 80 milioni, ma con molti più casi. I tagli alle agenzie federali coinvolte nella sanità voluti dall’amministrazione Trump, tra cui gli stessi Cdc, avranno un impatto negativo sui programmi di screening e prevenzione, oltre che sulla ricerca di nuovi trattamenti e, addirittura, di vaccini. Senza contare l’atteggiamento più conservatore dell’attuale amministrazione, che di certo non si occuperà né degli ultimi né delle minoranze, né tantomeno di incentivare la prevenzione con programmi di educazione sessuale adeguati.

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