Le alluvioni in Emilia-Romagna del 2023 sono state raccontate nel linguaggio dell’emergenza: le mappe, i livelli idrometrici, le frane, i soccorsi e i numeri. Chi c’era sa, però, che l’evento non finisce quando l’acqua si ritira, perché resta nei corpi e nelle case, nei silenzi. Resta soprattutto nel tempo lungo del dopo, quando la spinta a tornare alla normalità rischia di lasciare sole le persone con ciò che è accaduto. È qui che la memoria smette di essere ricordo individuale e diventa una questione collettiva. E la giustizia dopo il disastro passa, anche, dal diritto a non essere dimenticati. Su questo terreno si colloca Un fiume di persone. Dizionario di un’alluvione (Prima Pagina Editore, 2025), la pubblicazione voluta dal comune di Cesena e curata dall’Associazione culturale Barbablù, nell’ambito di Future Resilience – TIMES Lab.
«Lì per lì ci siamo fatti forza», racconta Nicolò Mingolini, art director per il progetto editoriale e residente in una delle vie alluvionate. Subito dopo l’alluvione «non c’era questa grande volontà di parlare di quello che era successo né della sua ripetibilità: aspettare due anni, per noi, è stato necessario». Nel libro, l’alluvione è trattata come un archivio pratico e corale: un dizionario che mette al centro le testimonianze – circa cento e raccolte nei primi mesi del 2025 – di chi ha perso, ha aiutato o ha gestito nell’emergenza, e mescola oltre il fango vittime e soccorritori, istituzioni e cittadinanza, giovani e anziani. Tra le voci ci sono quella del climatologo Carlo Cacciamani, dell’allora presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna Paride Antolini, della funzionaria dell’Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la protezione civile Claudia Casadei, che ha gestito le prime fasi dell’allerta, insieme a quelle di altri operatori e operatrici della protezione civile locale e regionale e dei Vigili del Fuoco. Ma ci sono anche le testimonianze di ex residenti delle vie colpite, volontari e volontarie dai 20 ai 60 anni, che in pochi giorni e in forma spontanea hanno ripulito strade, svuotato case e portato pasti.

All’inizio «è stato molto difficile rimettere mano a fotografie, dati, nomi e volti perché ha significato fare i conti con un trauma ancora vivo» anche per gli operatori stessi, che hanno raccolto le testimonianze. «Virginia, la mia vicina di casa in via Roversano», continua Mingolini, «è un’anziana signora che mi ha raccontato di quando andava scalza per i campi. Ha vissuto altre esperienze simili all’alluvione del 2023, ma mai di questa portata. Mi sono emozionato molto, ascoltandola». Dopo un primo blocco, esitazione e resistenze delle persone sono venute meno e le parole raccolte sono state come un fiume in piena. Sapere che quelle storie sarebbero state diffuse ha rafforzato il senso di utilità del gesto: «Le persone erano grate che il loro ricordo sarebbe servito a qualcosa». Condividere le esperienze permette, infatti, di metterle in prospettiva, di non viverle come isolate ma come parte di una storia comune, «il punto di partenza per pratiche future di sicurezza», che chiama in causa la responsabilità di istituzioni, territori e cittadinanza nel costruire risposte sinergiche. «Senza lavori del genere», ribadisce Mingolini, «si è complici perché non parlarne rende lo scenario molto pericoloso». Solo col tempo, spiega, è possibile affrontare l’idea che «succederà di nuovo, che è molto probabile», rielaborando le emozioni o le parole che piacerebbe destinare ai cesenati del futuro – paura, comunità, ansia, amicizia, prevenzione – e provando ad adattarsi a una nuova realtà, tra resistenze e piccoli cambiamenti.

L’impatto della pubblicazione si sta già giocando su due piani. Il primo è divulgativo: Un fiume di persone, progettato per essere adatto a più età e pubblici, è stato distribuito gratuitamente alle scuole e alla cittadinanza: questa scelta, fuori da logiche di monetizzazione, ha un carattere apertamente politico. Mingolini, non a caso, definisce il lavoro «un perfetto esempio di solidarietà collettiva». Il secondo piano è la continuità: l’Associazione Barbablù, insieme con l’architetto Elisa Montalti ha avviato After | Before Flood, uno spazio di dialogo itinerante che, dalla Biennale d’architettura a Venezia alla Biennale dello spazio pubblico a Roma, si offre come laboratorio critico per promuovere, insieme a esperti e tecnici, la messa in sicurezza di spazi pubblici e privati, ricercando soluzioni creative e partecipate, all’intersezione tra salvaguardia ambientale e cura della comunità e del territorio.
Una memoria custodita insieme può diventare conoscenza condivisa – quindi prevenzione – lì dove nominare ciò che è accaduto è già un modo per pretendere giustizia e futuro.
Quando l’immagine diventa memoria
La dimensione visiva di Un fiume di persone è parte integrante del progetto editoriale. Nicolò Mingolini, designer e illustratore con una lunga esperienza nella divulgazione, ha costruito il libro come uno strumento accessibile e trasversale, pensato per scuole e adulti. Accanto alle illustrazioni e alla grafica scientifica, è stato integrato il lavoro di fotografi dell’Emilia-Romagna come Pier Paolo Zimmermann, Silvia Camporesi, Gian Maria Zanotti e Nicole Marchi, impegnata anche nel recupero delle immagini di famiglia danneggiate dall’alluvione. «Utilizzare il linguaggio visivo è un modo molto orizzontale di coinvolgere tutti», spiega, sottolineando come le illustrazioni, la grafica scientifica e le fotografie abbiano nel testo una doppia funzione: evocativa e divulgativa, per rendere comprensibile, e condivisibile, una memoria complessa.




