Foto con orecchie da coniglio, video con naso da cane ed effetti brillantinati. Nei primi mesi del 2026, ognuno di noi si è imbattuto in un post su Instagram o un video su TikTok con elementi imbarazzanti ed effetti dalla patina vintage. Erano contenuti dedicati al 2016. Sono molti i motivi dell’incredibile nostalgia che ha pervaso, non a caso, proprio i social. «In quel momento ci sentivamo più liberi da questo sovraccarico mentale che ora sento costante», ci dice la content creator Sofia Viscardi. «La quantità di informazioni frammentate a cui siamo esposti anche senza volerlo, scrollando, credo che nel 2016 non ci fosse ancora».
Ci troviamo oggi in un burnout informativo: nel caos, forse, preferiamo fare ordine ricordando un periodo che ci sembra più spensierato. Sentiamo di avere tutto tra le mani, e allo stesso tempo, che ci stia scivolando via: «Forse, era più rassicurante non sapere tutto in tempo reale. Bisogna poter avere un luogo e uno spazio per l’informazione, per esempio il telegiornale: guardo, elaboro e ho tempo di integrare la notizia nella mia vita», afferma Viscardi.
Il 2016 è l’anno in cui vengono introdotte le storie su Instagram. «Nel 2016 su Instagram esistevano i post, ma erano pensati e caricati il giorno dopo: difficilmente si postava in tempo reale». Oggi, invece, siamo anestetizzati: viviamo nel qui e ora degli altri, in troppi luoghi e dentro un momento storico, politico e sociale molto complesso. La nostalgia diventa quindi un rifugio.
Viscardi sostiene che «ci ricordiamo con nostalgia un periodo perché abbiamo tutta una serie di dispositivi multimediali che ci permettono di farlo». Il 2016 è in effetti per molti il primo anno di un archivio digitale. Gen Z e Millennials sono accomunati da questa nostalgia, nonostante dieci anni fa fossero due generazioni in fasi diverse della propria vita: è la prima volta che possono accedere a una mole di ricordi digitali.
La condivisione virale di ricordi di quel periodo dipende anche da questo: prima di allora avevamo poco o niente da recuperare. Secondo Viscardi, questo fenomeno si è presentato perché «dieci anni sono abbastanza da far cadere in prescrizione alcune vergogne rispetto a delle memorie che in effetti possono essere un po’ buffe, un po’ boomer: è passato abbastanza tempo da non vergognarci più».
In dieci anni, oltre all’aver superato l’imbarazzo per aver usato almeno una volta l’effetto del cane su Snapchat, sono cambiate molte cose nell’ambito dei social, che sono sempre più “media” e sempre meno “network”. Nel 2016, e in generale nei primi anni in cui potevamo usufruire di questi mondi virtuali, ci sentivamo protagonisti: riempivamo i nostri profili di post, davamo pareri, ci scambiavamo storie, addobbavamo tutto di hashtag. Oggi, invece, la linea sembra molto più netta: o crei contenuti, ti esponi, lavori sui social, oppure resti ai margini, diventando un utente silenzioso. In questo modo l’interazione non è più orizzontale come prima.
Viscardi osserva che «ora siamo coscienti di cosa è in gioco quando si condivide tanta vulnerabilità: penso che sempre di più le piattaforme non siano più pensate come luoghi dove stare bene e connettersi con le persone, ma per generare profitto». Negli ultimi anni questa logica è diventata evidente: lo scopo di chi le gestisce non è creare uno spazio digitale dove gli utenti interagiscano e passino del tempo di qualità, ma di trattenerli il più a lungo possibile. «Interessa che io consumi una quantità di contenuti pensati per me il più tempo possibile».
Viscardi racconta anche un aneddoto personale sul tema, che riguarda Venti, il suo progetto editoriale chiuso a inizio del 2024: «Alla larga, una delle ragioni per cui non esiste più è perché la piattaforma ci richiedeva compromessi che per noi erano troppi. Dovevamo essere troppo veloci e l’infiocchettamento del contenuto era più importante del contenuto stesso: noi eravamo più lenti e più approfonditi».
La creator, che ha iniziato da giovanissima una carriera sul web con il suo canale YouTube aperto nel 2014, ha vissuto in prima persona le trasformazioni della community, i cambiamenti dell’identità digitale degli utenti e l’evoluzione stessa del ruolo del creator. In questo senso, il confronto con il 2016 è ancora più evidente se si guarda a come i più giovani frequentino oggi i social. I loro profili sono spesso quasi vuoti: foto assente, nessun tag, a volte un nome utente diverso da quello anagrafico. Quando le chiediamo come, secondo lei, sia cambiato nel tempo il nostro modo di abitare i social e perché si abbia la sensazione che la spontaneità si sia affievolita, Viscardi risponde che «abbiamo più consapevolezza di quanto ci si renda vulnerabili a mettersi a nudo così tanto: magari ci si ragiona più di quanto potevo ragionarci io, che condividevo la mia vita privata in un modo così spensierato… e ho imparato benissimo quanto sia pericoloso farlo».
La conoscenza aumenta la percezione del pericolo. Per molti versi, è un bene che ci sia consapevolezza; mancano però spesso gli strumenti per affrontare questa nuova realtà, in cui non esiste più distinzione tra reale o virtuale. È difficile fuggire da tutto questo. In molti ci stanno già provando, dando vita a un nuovo trend: il digital detox. Ci si compra un cellulare in cui l’unica applicazione è Snake, si va a eventi, si sparisce per un po’ dai social media. Ci si può davvero disconnettere? Secondo Viscardi, «questa tendenza esiste, ma non sono sicura che ognuno di noi possieda gli strumenti per farlo davvero e gestirne la complessità. Perché se non ci sei, è come se ti stessi perdendo qualcosa».




