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Bestiario artico: intervista esclusiva a Frank Westerman tra ghiacci, animali e realtà che supera la fiction

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Nel suo ultimo libro Bestiario artico (Iperborea) Frank Westerman esplora la rotta artica percorsa da Willem Barents, riflettendo sul cambiamento climatico, sul rapporto tra uomo e natura e sulle storie degli animali che osserva. Dall’esperienza in Perù tra la violenza del Sendero Luminoso a Srebrenica durante il genocidio, l’autore racconta in esclusiva per Prismag come sia essenziale documentare e testimoniare la realtà, e come la metafora animale, dai lemming agli orsi polari, offra chiavi di lettura sulla condizione umana e sulla nostra responsabilità collettiva.

Nel suo Bestiario artico Frank Westerman cammina tra i ghiacci di Svalbard. Lo fa con il vento polare che fischia tra le rocce, ripercorrendo i passi di Willem Barents e della sua ciurma, che quattro secoli fa affrontarono lo stesso silenzio bianco. Barents, eroe nazionale nei Paesi Bassi e conterraneo di Westerman, era un esploratore molto affermato e, come molti altri dell’epoca, cercava di solcare la rotta artica, oggi facilmente attraversabile a causa del – o grazie al? – cambiamento climatico. 

Il libro di Westerman (tradotto ed edito in Italia da Iperborea) si trasforma così in un’opera in cui la centralità dell’uomo davanti alla natura è rovesciata, dove il punto di vista non è mai quello antropocentrico. «Questo viaggio», spiega, intervistato in esclusiva per Prismag durante il Festival Internazionale di Ferrara, «mi ha permesso di osservare la realtà attraverso gli animali, riflettendo su come le nostre azioni cambiano il mondo e noi stessi». «Il viaggio inizia dal movimento», aggiunge. «Camminare, andare in bicicletta, navigare ti fa percepire la Terra sotto i piedi. Ti apre agli ambienti, alle culture, alle regole nuove». Tra l’altro, proprio grazie a questa apertura al mondo, Westerman ha costruito la sua carriera da reporter prima e da autore poi, diventando un abile e arguto testimone della realtà che lo circonda.

La sua formazione accademica è scientifica: «Ho studiato ingegneria tropicale all’Università di Wageningen, quindi ero formato per analizzare sistemi complessi e trovare soluzioni pratiche. Ho vissuto per un anno in Perù, negli altipiani vicino al lago Titicaca. Mentre finivo la tesi, collaboravo con una ong che cercava di portare sviluppo e progresso in quelle aree, dove era presente la violenza del Sendero Luminoso, dell’esercito e della grande guerra interna. Costruire in mezzo a tutta quella distruzione era impossibile. Allo stesso tempo seguivo Mario Vargas Llosa, candidato alla presidenza del Perù, e scrivevo su di lui per un giornale di Amsterdam. Ho pensato: voglio davvero capire cosa sta succedendo qui».

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Nonostante la formazione scientifica, la vita e l’indole lo hanno portato a narrare il reale: «La mia esperienza in Perù», continua, «mi ha insegnato che osservare, ascoltare e documentare è fondamentale, molto più che applicare soluzioni teoriche. È lì che ho capito cosa significasse raccontare storie vere». Questa attitudine lo ha accompagnato anche nei luoghi della violenza estrema, come Srebrenica durante il genocidio: «Ho riflettuto molto su come molti genocidi – Srebrenica, gli armeni, i nativi americani – vengano dimenticati. La chiave, secondo me, è documentare. Il giornalista o lo scrittore devono raccogliere fatti, andare sul terreno, ascoltare le persone. Non è spettacolo: è essenziale». Anche in Palestina o in Ucraina, osserva, per capire cosa accade davvero, «devi vedere con i tuoi occhi e ascoltare le storie degli altri». 

Ciò porta Frank Westerman a riflettere anche sul rapporto tra fiction e realtà: «Non scrivo fiction perché oggi, se sei davvero un buon rappresentante della realtà, la realtà supera la fiction. Se tutto è tranquillo nella società e tutto va bene, allora puoi avere un impatto con una storia distopica. Ma oggi, con guerre, pandemie, disastri climatici, leader pericolosi, la realtà è già distopica. Per questo è importante continuare a scavare, ascoltare, collegare i fatti e documentare ciò che non può essere spostato o inventato».

Bestiario artico nasce dall’ammirazione per Barents e dalla volontà di esplorare la rotta artica con occhi contemporanei. «Ho iniziato segnando tutti gli animali che si incontrano nei diari di Barents: erano più di quaranta e ho ridotto la lista a otto, quelli più significativi per la narrazione. Ogni capitolo è una storia diversa, con una continuità nella riflessione sul comportamento umano».

Per Frank Westerman non solo la metafora animale consente di riflettere sulla natura umana, ma accade anche il contrario. Un capitolo viene infatti dedicato ai lemming, animali spesso associati a un suicidio collettivo secondo un mito che ha radici in osservazioni reali. «I lemming sono molto simili agli uomini, ma non vogliono morire. Ho parlato con un biologo che mi ha detto che non hanno intenzione di suicidarsi, ma collettivamente molti muoiono comunque. Ho deciso di raccontarlo come suicidio collettivo, sottolineando però il processo, il dubbio, le incertezze», racconta.

Infatti, quando le popolazioni di lemming aumentano significativamente, alcuni individui possono intraprendere migrazioni di massa in cerca di nuovi territori. Se durante questi spostamenti incontrano ostacoli come fiumi o laghi, possono tentare di attraversarli e, inevitabilmente, annegare, data la loro incapacità di nuotare. «Raccontare la storia dei lemming mi permette di riflettere sul comportamento collettivo degli esseri umani: la tensione tra la sopravvivenza individuale e le dinamiche di gruppo», aggiunge. «I lemming sono animali piccoli e fragili, ma la loro migrazione collettiva mostra come azioni apparentemente innocue possano avere conseguenze disastrose. Questo vale anche per la società umana», conclude. Questa riflessione si inserisce in un contesto più ampio di guerra, cambiamento climatico e trasformazione ecologica, dove l’uomo e la natura si trovano in un delicato equilibrio.

Accanto ai lemming, Frank Westerman dedica attenzione anche all’orso polare, simbolo stesso dell’Artico e dei cambiamenti profondi del pianeta. «Nel mio caso», racconta, «volevo capire come gli uomini e gli orsi polari vivono insieme da quando si sono incontrati per la prima volta, quattrocento anni fa. Qual è la nostra relazione? Cosa possiamo osservare dal punto di vista dell’animale?». L’orso diventa così non solo un animale da descrivere ma un interlocutore, una lente attraverso cui interrogare l’impatto umano sull’ambiente. «L’orso polare è uno dei pochi animali che può vedere l’uomo come preda. I casi in cui uccide persone stanno aumentando: io sono andato proprio dove è accaduto poco tempo fa, insieme a mia figlia». 

Spesso l’orso polare diventa un simbolo – pensiamo alle immagini degli orsi deperiti sul ghiaccio – ma «nessuno chiede all’orso se vuole accollarsi questo ruolo». De-umanizzare la natura significa rovesciare il punto di vista: guardare gli animali non come strumenti delle nostre narrazioni o metafore, ma come esseri che vivono e reagiscono nel loro ambiente, con i propri comportamenti e le proprie strategie di sopravvivenza.

Così, la narrazione si intreccia con l’osservazione scientifica e la testimonianza storica, esplorando il rapporto tra uomo e natura, tra violenza e armonia. «La guerra è parte della natura umana, come il suicidio collettivo dei lemming. Ma l’uomo ha anche la capacità di creare armonia, cultura, bellezza, solidarietà. Siamo maestri nel distruggere, ma anche nel costruire. La scrittura, il reportage, la creazione collettiva di storie possono non cambiare il mondo da sole; ma se tutti creano e documentano, allora possiamo mantenere viva la memoria, la conoscenza e la possibilità di cambiare».

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