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La crisi climatica passa nelle aule di tribunale, tra giustizia climatica e citizen science

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In Italia come all’estero, le aule di tribunale diventano i nuovi palchi della lotta alla crisi climatica: il concetto di giustizia climatica sta riscrivendo le coordinate spazio-temporali del diritto moderno

«Dal punto di vista giuridico, la giustizia climatica è la possibilità per gli attori della società civile di ottenere dai tribunali delle pronunce che possano attribuire delle responsabilità in merito al disastro e possano ordinare ai responsabili di contribuire al fenomeno». La definizione è di Luca Saltalamacchia, avvocato esperto di contenzioso climatico, membro del Core Group italiano del Biicl e della rete legalità per il clima. Si tratta di uno strumento per condannare i responsabili a modificare le proprie condotte, tagliare le emissioni o risarcire danni alla popolazione.

La strada verso la responsabilità legale non è priva di ostacoli, soprattutto quando si agisce contro grandi multinazionali in contesti internazionali. Saltalamacchia ha intentato la prima causa in Italia contro una compagnia petrolifera italiana (Eni) per devastazione ambientale commessa da una sua consociata in Nigeria (Nigerian Agip Oil Company o Naoc, controllata direttamente da Eni).

Nel caso in questione, il contenzioso è stato presentato da Ikebiri, una comunità indigena che vive nel delta del Niger, dove dal 1969 si trovano diversi pozzi e oleodotti della Naoc. Gli sversamenti sono stati evidenti già dai primi anni di attività ma Naoc si è sempre rifiutata di risarcire la comunità, che ha continuato a lottare. Nel 2010, dopo l’ennesima fuoriuscita di petrolio che ha devastato le loro terre e grazie all’aiuto di associazioni come Friends of the Earth International, la comunità Ikebiri ha deciso di citare in giudizio Eni e Naoc di fronte a un tribunale italiano. 

Gli ostacoli che ha incontrato sono stati innumerevoli. Dall’inserire pratiche di comunità indigene senza statuti registrati né rappresentanze formali secondo i canoni occidentali in un ordinamento formale come quello italiano, alla lotta contro un «approccio di stampo colonialista», come lo definisce l’avvocato, che spesso permea il rapporto tra grandi aziende e comunità locali. «Persino ottenere un codice fiscale per una comunità indigena nigeriana è diventato un paradosso burocratico insormontabile per il software del ministero italiano», continua Saltalamacchia. Nonostante ciò, quando i dati ufficiali sono parziali o assenti è di particolare importanza «far raccogliere alla comunità le prove in un certo modo», afferma l’avvocato: è così che si crea il ponte tra scienza e diritto.

«Finora si è fatto affidamento solo sui metodi tradizionali forniti dalle università e dai centri di ricerca. È negli ultimi anni che si è diffusa l’idea che possano essere i cittadini comuni a raccogliere dati con la pratica della citizen science», spiega Flaviano Bianchini, fondatore e direttore di Source International, una rete di scienziate e scienziati ambientali che fornisce le prove di cui le comunità hanno bisogno per far valere i propri diritti in situazioni di inquinamento illegale causato da industrie. Uno dei loro report ha fornito le prove scientifiche necessarie all’accusa nel processo che, cinque anni fa, ha condannato Eni per traffico illecito di rifiuti in Basilicata. Nel cuore della regione, infatti, è in azione dal 2001 il Centro Olio Val D’Agri (Cova), di proprietà di Eni e da questa gestito. Il Cova, che si trova nella zona industriale del comune di Viggiano (Potenza), si sviluppa su un’area di circa 180mila metri quadrati ed è il campo petrolifero più grande d’Europa.

Lo studio di cui parla Bianchini è stato realizzato per rispondere alle preoccupazioni di cittadini e associazioni sui rischi ambientali correlati all’esposizione alle sostanze emesse dalle attività del Cova. Bianchini descrive l’utilizzo di un «approccio misto». Source International ha raccolto dati con «tecniche tradizionali di massimo standard possibile, un po’ come potrebbe fare un’università o un centro di ricerca, coinvolgendo poi i cittadini nel monitoraggio dell’aria tramite centraline installate nelle loro abitazioni». 

Questo monitoraggio indipendente è stato cruciale: ha infatti rivelato che le concentrazioni dei composti organici volatili totali intorno al Centro erano molto alte, oltre i 250 microgrammi per metro cubo come media giornaliera; valori paragonabili a quelli del centro di Pechino e Nuova Delhi, tra le città più inquinate del pianeta.

Anche Saltalamacchia riconosce alla citizen science un’enorme potenzialità: «Se le risultanze probatorie sono state raccolte in maniera rigorosa è chiaro che il giudice ne terrà conto, anche se non provengono da fonti pubbliche».

La frontiera finale è la campagna Giudizio universale, la prima causa climatica contro lo Stato italiano. L’obiettivo è ambizioso: far riconoscere il diritto a un clima sicuro come una precondizione essenziale per il godimento di tutti gli altri diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita e alla salute. Saltalamacchia, sostenitore della campagna, considera la giustizia climatica non più un’opzione ma un’urgenza vitale: «Se non si tutela il clima, non si tutela nemmeno il diritto alla vita e tutti gli altri diritti travolti dagli impatti sull’ambiente».

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