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	<title>gregory alegi | Prismag</title>
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		<title>Gli Usa alla prova di un mondo nuovo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Ceci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Oct 2024 22:46:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il Mondo e l'Ester(n)o]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Egemone benigno o impero in declino? All’alba di un possibile ripensamento della riflessione strategica statunitense, la campagna elettorale e l’incertezza degli esiti alimentano negli osservatori dubbi e incertezze sulla tenuta degli impegni assunti dagli States e il loro rapporto con gli alleati. Ne abbiamo parlato con Gregory Alegi, storico militare e giornalista</p>
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<p>Egemone benigno o impero in declino? All’alba di un possibile ripensamento della riflessione strategica statunitense, la campagna elettorale e l’incertezza degli esiti alimentano negli osservatori dubbi e incertezze sulla tenuta degli impegni assunti dagli States e il loro rapporto con gli alleati. Ne abbiamo parlato con Gregory Alegi, storico militare e giornalista</p>



<p>Nella National Security Strategy il presidente eletto degli Stati Uniti d’America concentra gli orientamenti di massima e le principali linee programmatiche del suo mandato in materia di relazioni internazionali. Al di là dei contenuti specifici, il mutamento di registro di questa bussola di &#8220;Grande strategia&#8221;, una ritualità immancabile che segna l’avvicendamento delle amministrazioni, è spesso indicativo dell’approccio americano all’evoluzione del contesto internazionale. In un veloce raffronto fra gli scritti pubblicati da Donald Trump (2017) e Joe Biden (2022), si scorge forse <strong>una delle poche convergenze fra i due uomini-simbolo della polarizzazione politica americana</strong>: gli Stati Uniti sono sulla difensiva. Il mondo con cui sono chiamati a confrontarsi, pur se da prima potenza mondiale, è a «un punto di svolta», secondo Biden, ma «sempre più pericoloso, permeato da minacce intensificatesi negli anni recenti», replica Trump. Differiscono, naturalmente, le risposte date dalle due amministrazioni a uno stato di crisi dell’ordine internazionale rispetto al quale le promesse di <em><a href="https://history.defense.gov/Portals/70/Documents/nss/nss1994.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="external">engagement and enlargement</a></em> (impegno e allargamento) esplicitate da Bill Clinton nel 1993 sembrano lontane anni luce. Cosa toccherà scrivere al prossimo inquilino della Casa Bianca? L’indeterminatezza regna sovrana e, anche in Europa, è fonte di allarmismo e inquietudini.</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="TyeAD20QmJ"><a href="https://prismag.it/inflation-reduction-act-protezionismo-americano/" data-wpel-link="internal">Il protezionismo americano è più forte delle elezioni</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Il protezionismo americano è più forte delle elezioni&#8221; &#8212; Prismag" src="https://prismag.it/inflation-reduction-act-protezionismo-americano/embed/#?secret=JQSRzBaCmQ#?secret=TyeAD20QmJ" data-secret="TyeAD20QmJ" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p>«Non c’è dubbio che, nel mondo post-muro di Berlino, la situazione sia cambiata. Le dinamiche da ripartire sono decisamente più complesse di prima», spiega Gregory Alegi, docente di Storia e politica degli Stati Uniti all’università Luiss di Roma. «Se a questo aggiungiamo la crescita della sirena cinese, che ormai va ben oltre l’idea di essere una potenza regionale, è sempre più chiaro che <strong>non può esserci una soluzione americana facile, pronta, per un mondo diverso</strong>». Se lo scenario di una competizione attiva fra due grandi potenze costituisce un’assoluta novità, «sono almeno trent’anni che gli Stati Uniti hanno chiara la percezione delle implicazioni di questa crescita della Cina» e <strong>la formalizzazione di questa priorità strategica nell’espressione <em>pivot to Asia</em></strong><em> </em>(basata sull’Asia) ne è la conseguenza. Lo sfidante di domani è sul Pacifico. «Per questo, gli Stati Uniti chiedono all’Europa di farsi carico delle proprie responsabilità di sicurezza: rispetto alle previsioni del Patto atlantico nel 1949, questa regione del mondo è in una condizione di relativo benessere». Due costanti, dunque &#8211; l’incalzante assertività del <em>competitor </em>cinese e la necessità di una <a href="https://prismag.it/politica-estera-piero-graglia/" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-wpel-link="internal">responsabilizzazione degli alleati</a> – che attraversano tutte le ultime amministrazioni, siano esse democratiche o repubblicane. Per le alleanze rigide e strutturate come la Nato, il problema di una più equa ripartizione degli oneri, il <em>burden sharing</em>, costituisce un dilemma pressante e inevitabile.</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="datifhsy34"><a href="https://prismag.it/la-difesa-europea-e-pronta-alla-guerra/" data-wpel-link="internal">L’Europa è pronta alla guerra?</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;L’Europa è pronta alla guerra?&#8221; &#8212; Prismag" src="https://prismag.it/la-difesa-europea-e-pronta-alla-guerra/embed/#?secret=sB555pQNKJ#?secret=datifhsy34" data-secret="datifhsy34" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<p>A rimettere almeno parzialmente in discussione questa interpretazione potrebbe contribuire l’evoluzione della posizione strategica della Russia di Vladimir Putin. «Da una Russia che, nei momenti più difficili, nei primi dieci anni della sua esistenza post-sovietica, bussava alla porta dell’Occidente, assistiamo ora a una rinascita di segno certamente nazionalista, con un atteggiamento più di competizione che non di collaborazione con le democrazie occidentali: <strong>la politica americana, in qualche modo, è reattiva</strong>. Reagisce a quello che la Russia chiede. Ricordiamoci l’istituzione del vertice Nato-Russia negli anni di massima apertura», ricorda Alegi. «In qualche modo, <strong>quello che la Russia chiede è che noi facciamo finta di credere che essa rappresenti per noi una minaccia globale</strong>: per loro, essere considerati una minaccia è un fatto positivo. Ai russi dà quasi più fastidio la percezione pubblica, oramai diffusa in Occidente, che il loro Paese dipenda dall’aiuto cinese e sia ridotto a elemosinare armi alla Corea del Nord, che non la resistenza ucraina di per sé». Risuonano gli echi della frase pronunciata dal presidente cinese Xi Jinping nel corso di una sessione di incontri con Joe Biden nel novembre 2023: <strong>il pianeta è abbastanza grande per tutti e due</strong>. «La multipolarità è un discorso che interessa ai russi, che però non sono più in grado di sostenere un impero. In una prima fase, è ancora immaginabile un’equazione fra mezzi cinesi e idee russe, ma nel lungo periodo, sarà la Cina a tirare le fila», commenta il professore.</p>



<p>Non è una novità che la politica estera non costituisca il capitolo principale della campagna elettorale americana: <strong>la <em>domestic agenda </em>spesso occupa più tempo</strong> nei comizi e anche nei dibattiti televisivi. Tuttavia, guardando alle poche manifestazioni dei due candidati destinati a contendersi le chiavi dello Studio Ovale, non si può non notare la grande contraddizione che divide il sogno trumpiano di un’America <em>great again </em>e la volontà di tenersi a debita distanza dagli Alleati. «Guardando ai numeri, il Pil americano rappresenta circa il 25 per cento di quello mondiale. Il Pil cinese ne costituisce il 15 per cento circa, mentre l’Europa, nel suo aggregato, non è troppo lontana dagli Stati Uniti. Com’è immaginabile che l’America continui a perseguire il suo disegno dominante, almeno nei prossimi trent’anni, senza appoggiarsi sugli Alleati? Ci si illude nel pensare che possano riuscirci da soli», constata ancora Gregory Alegi che, sempre su Donald Trump, commenta: «Nella sua prima amministrazione c’erano ancora molti tecnici esperti di cui ora Trump diffida radicalmente, il che lo porta a circondarsi di fedelissimi. Anche la sua situazione psicologica e i suoi comportamenti non lasciano presagire che, se dovesse vincere, possa mettere in campo una politica coerente». Quanto a Kamala Harris, le «circostanze inconsuete che hanno portato alla sua nomination fanno sì che <strong>non abbia potuto portare politiche proprie</strong>, formarsi uno spazio per discutere le principali questioni di politica estera. Se dovessimo estrapolare, come in tutti gli altri ambiti ci possiamo aspettare una continuità totale con l’amministrazione di Joe Biden». Forse un maggiore imbarazzo nell’evocare il rapporto privilegiato con Israele? «Gli Stati Uniti stanno al tempo stesso esercitando pressioni sul governo di Tel Aviv e schierando numerose navi nello scacchiere per ricordare agli altri attori locali,<em> in primis</em> l’Iran, che Israele non si tocca. Non credo che, se dovesse vincere Kamala Harris, il quadro cambierebbe. Portaerei, sommergibili a propulsione nucleare e navi lanciamissili valgono molto di più di qualche sanzione simbolica».</p>



<p>L’ultimo cocente dilemma della grande strategia degli Stati Uniti riguarda il confronto con gli avversari: la selezione di una politica estera con un raggio d’azione credibile impone infatti di commisurare il grado di accomodamento che ci si può permettere nelle relazioni bilaterali con alcuni competitor strategici. Nel caso americano, il tema risulta particolarmente pressante per quanto concerne il rapporto con la Cina, stante la forte interdipendenza delle economie cinese e americana. «Non credo invece che possano sorgere interrogativi particolari su cosa potrebbe succedere nel confronto con l’Iran, nonostante il controverso approccio alla questione nucleare. Già dai tempi di Jimmy Carter, gli americani non vedono di buon occhio il regime degli ayatollah. Ciò non esclude che un cambiamento sui metodi di conduzione delle relazioni possa profilarsi. Ma che un cambiamento di regime sia un’eventualità che verrebbe salutata positivamente dagli Stati Uniti, non c’è dubbio», sottolinea Alegi. Rimanendo nell’ambito dei Paesi Brics, «l’India merita senz’altro un certo interesse. È una piccola Cina per gli aspetti economici e industriali, ma dal punto di vista politico mantiene un’ambiguità di fondo. La competizione regionale con Pechino la spinge a riarmarsi e a potenziarsi guardando anche all’Occidente, contro il quale non rinuncia talvolta a evocare il retaggio coloniale».</p>



<p>Il vasto spettro degli avversari, il tessuto delle alleanze e lo spessore delle sfide disvelano il primordiale obiettivo della politica estera americana: <strong>conservare la leadership di un sistema internazionale dall’intelaiatura globale</strong>, in cui gli Stati Uniti sono l’unico attore a detenere una capacità di proiezione strategica della propria potenza sconosciuta a tutti i competitori, con la possibile eccezione in vista rappresentata dalla Cina, ancora molto parziale. Se Joe Biden ha puntato tutto sul confronto ideologico con gli avversari, sottolineando la centralità e l’importanza degli alleati, Trump ha chiuso il suo primo mandato rilanciando un messaggio paradossale: <strong>restare al vertice, rinunciando all’egemonia</strong>. L’obiettivo cruciale, comunque sia, resta uno solo: «Ripensare la postura globale americana». L’espressione in questione, inaugurata in ambito militare dal Quadriennal Defense Review del 2001, sembra più recente di quanto non sia in realtà. Sicuramente, sintetizza come poche altre la rilevanza degli obiettivi di cui la prossima amministrazione sarà chiamata a farsi carico.&nbsp;&nbsp;</p>



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