0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

Una vita da freelance: come si sopravvive oggi in Italia

spot_imgspot_imgspot_imgspot_img

È una vita frenetica, stimolante, fatta di avventure, scadenze e tabelle per tenere tutto insieme. Equilibri e fiato sospeso. È la vita dei giornalisti freelance in Italia: insieme a tutte queste cose, è soprattutto una condizione precaria che fotografa in maniera esemplare lo stato del giornalismo nel Paese, dove un mestiere fondamentale viene svenduto e svalutato, riducendo la qualità dell’informazione e quindi del pensiero

Secondo i dati Inps, in Italia i giornalisti freelance o con contratti atipici sono la grande maggioranza della categoria, stimati in oltre 40mila a fronte di circa 17mila giornalisti dipendenti. Su circa 100mila iscritti totali all’Ordine dei giornalisti, la gran parte lavora in autonomia o con collaborazioni saltuarie. Gli stessi dati Inps mostrano che tra gli autonomi, il 70 per cento guadagna meno di 25mila euro all’anno. 

Nel 2023, un rapporto elaborato dalla Federazione nazionale della stampa italiana basato su un questionario rivolto ai giornalisti non dipendenti italiani parlava di «braccianti dell’informazione» e «rider delle notizie», sottolineando il dilagare di lavoro povero, con poche regole e pochi diritti. Il rapporto mostrava che il 20 per cento dei giornalisti non contrattualizzati svolge un altro lavoro in ambito non giornalistico perché il reddito legato alla professione è compreso tra i 5mila e i 20mila euro. Giornalisti che non hanno accesso a contributi o giorni di malattia, che spesso rinunciano alla propria salute mentale pur di restare “nel giro” e continuare a far circolare il proprio nome e il proprio lavoro. 

Salari bassi e futuro incerto

«Se il tuo obiettivo è guadagnare è meglio che tu scelga altro, perché c’è il rischio che la frustrazione vada a sorpassare la passione». Così Gloria Pessina (24 anni, collaboratrice anche di Prismag) sintetizza il lavoro da giornalista freelance oggi in Italia. Gloria ha scelto di specializzarsi nella psicologia clinica dopo aver iniziato a collaborare con giornali dopo la Maturità, accorgendosi presto delle condizioni sfavorevoli: «Ricordo che nei primi due anni di collaborazioni avevo guadagnato circa duemila euro, giusto la quota necessaria che serviva per poter accedere all’albo. È davvero troppo poco». Dopo aver capito di voler scegliere la strada della psicologia, Gloria continua a fare la freelance “per gioco”: un’espressione non usata a cuor leggero. «Mi spiace dirlo perché rischio di sembrare irrispettosa verso le storie di cui scrivo, che spesso hanno una certa quota di sofferenza, ma significa che lo facevo con la sicurezza di chi non ha necessità di coprire le finanze di casa». La carriera nel giornalismo, in sintesi, secondo Gloria si può avviare con basi solide «solo se si hanno le spalle coperte». 

«Nel tempo, oltre che con il giornalismo, ho lavorato anche con pubbliche relazioni e project management. Con le altre due si guadagna di più», afferma, mentre definisce «frustrante lo sforzo che bisogna effondere nel giornalismo». La passione può essere messa a dura prova «se lavori 15 ore per scrivere un articolo e poi guadagni una miseria, cioè qualche euro».

Per Antonia Ferri, vicedirettrice di Prismag e freelance dal 2024, oggi il guadagno medio arriva a 1.400 euro al mese netti, una cifra a cui si arriva con fatica e facendo una certa gavetta. Iniziare non è facile, racconta, «perché nessuno ti conosce, le testate non ti rispondono ed è faticoso anche perché non sai come fare il mestiere. Questo te lo insegna solo l’esperienza», afferma. «Penso di aver raggiunto una tranquillità e più o meno stabilità anche economica da quest’anno. All’inizio è stato molto difficile». Si parte con guadagni bassi ma poi l’esperienza aiuta: «Col tempo è sempre più facile trovare fonti di guadagno, perché le testate iniziano a conoscerti e ti affidano altri tipi di lavori. Si trovano anche altri sbocchi che non sono prettamente giornalistici, ma che riguardano sempre l’ambito. Per esempio, all’inizio per integrare lavoravo per un’agenzia di comunicazione e facevo contenuti aziendali». L’aspetto economico influenza il lavoro nel momento in cui, racconta Antonia, «scelgo di proporre lavori a testate che pagano tanto», rivolgendosi a media stranieri. «Voglio pubblicare in Italia perché spero che le cose che riguardano questo Paese possano essere pubblicate e diffuse in italiano», sostiene, ma questo può essere fatto solo dopo aver costruito una base solida economica proveniente da altre fonti. «Il mio obiettivo non è di essere assunta: il panorama economico del giornalismo italiano è comunque molto precario e alla fine preferisco esserlo per conto mio che non avere un responsabile che detti una linea editoriale».

Davide Zazzini, altro collaboratore di Prismag che lavora come freelance nel settore del giornalismo cinematografico, racconta di aver iniziato questo mestiere all’età di 20 anni. Ora ne ha 30 e ha iniziato a essere pagato per gli articoli che scrive «da due o tre anni». Il guadagno medio «è ridicolo», racconta menzionando tanto «precariato e povertà», non solo nel giornalismo culturale. «Ho iniziato il lavoro di critico cinematografico e giornalista culturale con convinzione. Non sono mai riuscito a viverci: ho sempre guadagnato cifre ridicole che non mi hanno consentito neanche di sostenere un affitto, parliamo di 200 o 300 euro al mese», racconta, dicendo di essersi sentito «limitato da una situazione desolante e squalificante». Oggi Davide è un freelance: «Scrivo per tre riviste, retribuito, però devo fare anche altre cose perché con i guadagni che ho riuscirei a malapena a pagare le bollette». L’aspetto economico ha quindi influenzato il suo lavoro: oggi si occupa dell’organizzazione di festival cinematografici, incontri, rassegne e tiene corsi su cinema e sceneggiatura in università e al liceo. «Un’altra fonte di guadagno non sufficiente in sé, ma più dignitosa» del giornalismo freelance. 

«Avrei voluto vivere scrivendo su un giornale, possibilmente di carta, però quando sono entrato in questo ambiente mi sono reso conto che questo mondo era finito» per diverse ragioni: «Le condizioni del contratto nazionale dei giornalisti, l’estrema parzializzazione che garantisce internet, la caduta di interesse verso la cultura audiovisiva, la sovrapproduzione di film e di serie tv». Allo stesso tempo, Davide si percepisce come un privilegiato: «Ogni volta che vado a degli eventi del settore, mi rendo conto che io che scrivo retribuito – anche poco, ma retribuito a pezzo – sono in minoranza rispetto a ragazzi come me che fanno gratis quello che sarebbe un lavoro». 

Valeria (nome di fantasia) lavora nel giornalismo dal 2020 scrivendo per diversi siti e testate online. «Dall’anno scorso ho iniziato un lavoro da freelance più sul campo». Nonostante scriva ormai da diversi anni, non ha il tesserino da pubblicista. «Non l’ho mai preso perché fin da quando ho iniziato il mio percorso nel giornalismo non ho mai avuto la sicurezza che questo potesse diventare un lavoro a tempo pieno, a causa delle retribuzioni molto basse e dell’estrema precarizzazione che ho sperimentato nel corso delle diverse esperienze. Anche considerando che le tutele e i benefici per coloro che si iscrivono risultano essere ancora di meno rispetto al passato», afferma. Il guadagno medio non supera i 300 euro al mese in media, anche perché «spesso i pagamenti arrivano molto dopo la consegna del lavoro». 

Giornalismo o non giornalismo? Una scelta (anche) di classe

Per molte persone la precarietà del giornalismo è legata anche alla scelta di un’altra professione. Per Gloria il settore della psicologia clinica, pur fatto anch’esso di precarietà, «è comunque meglio del giornalismo». Per questo, la sua scelta si è orientata sulla carriera nel settore della psicologia: «Che si possa sopravvivere di giornalismo è vero, ma che si possa vivere in modo sereno non lo è altrettanto», osserva. «Il fatto che a me piacesse un’altra cosa, cioè la psicologia, mi ha regalato un’opportunità: il non dover continuare a riflettere sulla frustrazione tra la propria passione e l’avere una stabilità economica». 

Rachele Liuzzo, redattrice di Prismag, si definisce freelance «da circa un anno» anche se collabora con i giornali da 2022, «perché solo quest’anno i compensi sono diventati regolari». Prima, «a parte qualche eccezione, erano molti di più i casi in cui non venivo pagata». Oggi si tratta comunque di cifre minime: «Tra i 40 e gli 80 euro al mese», una somma bassissima che non permette di fare di questo un lavoro e alimenta un circolo vizioso: «È pochissimo anche perché essendo costretta a fare un doppio lavoro non riesco a dedicarmi del tutto al giornalismo, quindi scrivo nel mio tempo libero». «Per sopravvivere, in parallelo faccio l’insegnante alle superiori. Ho iniziato quasi subito, anche se mi sarebbe piaciuto più sperimentare nel giornalismo, ma avevo urgenza di lavorare in modo più solido».

Non provenendo da «una famiglia facoltosa», spiega Rachele, «non ho mai potuto davvero pensare di fare sul serio una scuola di giornalismo» anche perché nel suo caso la scelta avrebbe implicato spostarsi dal comune di provenienza, in Sicilia, e affrontare spese da fuori sede, oltre alle rette «notoriamente alte».. Il paradosso che si crea è che il giornalismo è talmente precario che altri settori che lo sono ugualmente appaiono come una sicurezza: «Anche adesso sono precaria con la scuola ma, a parte i mesi estivi, lo stipendio mi permette di vivere da sola, cosa che con il giornalismo non potrei fare», sostiene. Una delle tecniche dei freelance in Italia è quella di affidarsi a borse e altri tipi di finanziamenti. Per Valeria ha significato fare «qualsiasi lavoro che mi permettesse allo stesso tempo di svolgere l’attività da giornalista freelance sul campo, quindi lavori tendenzialmente part-time. Dalla cameriera alla social medila manager». 

La salute mentale dei freelance e l’organizzazione collettiva

Queste condizioni incidono sulla salute mentale dei giornalisti. Nel 2024 è uscita su IrpiMedia Come ti senti?, la prima inchiesta sulla salute mentale nel settore, realizzata da Alice Facchini. Realizzata nel 2023 con 588 partecipanti, questo lavoro mostra che l’attuale situazione genera ansia, burnout, abuso di sostanze e di cibo, oltre che dipendenza da internet. Tra i disturbi più citati ci sono stress (87 per cento degli intervistati), ansia (73 per cento), senso di inadeguatezza (68 per cento), solitudine e isolamento (52 per cento). Ma si prosegue con altri sintomi: senso di non essere compresi, insonnia, burnout, attacchi di rabbia, difficoltà nelle relazioni sociali e di coppia. Il fattore che colpisce di più il benessere psicologico delle e dei freelance è legato ai compensi troppo bassi, che insieme alla precarietà genera un circolo vizioso di stress. Ma ci sono anche fattori legati all’ambiente di lavoro ipercompetitivo, ai ritmi troppo frenetici, alla solitudine e al sentirsi in dovere di rimanere sempre connessi. A ciò si aggiunge la mancata protezione in caso di denunce, querele temerarie, minacce e molestie. Anche se l’inchiesta di Facchini coinvolge giornalisti contrattualizzati e freelance, è su questi ultimi che incidono tutti i fattori elencati. Per i freelance, l’instabilità ha un impatto del 21 per cento superiore rispetto alle altre categorie, così come i compensi bassi (17 per cento in più) e la mancanza di assistenza legale (14 per cento in più). 

Essere freelance significa non avere tutele come giorni di malattia, permessi, ferie, e anzi dover essere sempre reattivi e presenti per rispondere a richieste dei committenti e garantirsi nuove “commesse”. Significa sottoporsi a turni lunghissimi e reperibilità infinita e, per le giornaliste, lavorare anche con malattie croniche e ciclo mestruale invalidante. Per Valeria, «le bassissime retribuzioni e dunque la necessità di svolgere altri lavori influiscono sulla qualità della vita e di conseguenza su quella del lavoro. Inoltre, il fatto di lavorare tanto pur sapendo che sarai pagata in modo irregolare e poco aumenta lo stress e la possibilità di poter sperimentare condizioni come il burnout».

«So che è difficile, a meno che non mi ci dedichi anima e corpo, vivere di giornalismo culturale in senso stretto», racconta Davide. Questa situazione, prosegue, «mi porta a scrivere ogni articolo come fosse l’ultimo, questo è sicuro, sapendo di essere precario in eterno e che ogni articolo che scrivo finisce lì: non è scontato che me ne venga assegnato un altro». 

«Il senso di competizione mi pesa, soprattutto perché in questo settore sto facendo i conti con il fallimento di quel mito meritocratico del “se vuoi, puoi”. Mi sono resa conto che è davvero difficile vivere di questo lavoro se le partenze non sono ottimali, e soprattutto la fatica spesso raddoppia», racconta Rachele. Ad esempio, prosegue, «incontro spesso difficoltà nel farmi accettare proposte come collaboratrice esterna: spesso non ricevo una risposta e, se la ricevo, arriva dopo mesi». Succede anche di peggio: «Mi è capitato di vedere miei articoli “saccheggiati” da nomi e giornali più grossi, a volte dalle stesse testate che quel medesimo articolo l’avevano rifiutato. Mi sono rassegnata a fare giornalismo come hobby».

L’aspetto positivo, secondo Rachele, è fare rete con colleghe e colleghi: «Ho capito che siamo sulla stessa barca, la cosa non mi rincuora di certo ma mi fa sentire meno isolata nel sistema». Molte di loro «hanno alle spalle anni di esperienza all’estero, sul campo e anche in territori complicati. Parlano più di una lingua straniera e comunque guadagnano meno di me che faccio l’insegnante precaria».  

«Io non mi sento in competizione con nessuno e non provo gelosia o invidia per nessuno: penso che i diritti andrebbero estesi, non ci dovrebbe essere una fetta di torta per venti persone, ma ci dovrebbe essere una fetta di torta per tutti», afferma Davide.

Il (non) rapporto con l’Ordine dei giornalisti

Quello con l’Ordine dei giornalisti resta un rapporto complesso per tante e tanti freelance. Molte non sono iscritte per la scarsa attrattività: l’ordine tutela soprattutto chi ha un contratto da dipendente, prevedendo ancora quasi nessun vantaggio per chi sceglie di non averlo. 

Secondo Antonia, «l’accesso all’Ordine per un freelance non è vantaggioso né attrattivo perché non garantisce nulla. Ti garantisce solo la possibilità di essere assunto da una testata», ma questo non è un obiettivo se si lavora con l’estero e si costruisce una base di collaborazioni con testate straniere che pagano meglio. Anzi, essere assunti da una testata italiana per fare «un lavoro da scrivania può essere visto quasi come un ridimensionamento di carriera». I giornali nostrani «non hanno fondi o scelgono di non usarli per permettere ai giornalisti di andare sul campo» e questa condizione è respingente per molti freelance.

Articoli correlati

Informarsi meno, informarsi meglio. Intervista a Rolf Dobelli

Nel 2019 Rolf Dobelli teorizzava l'addio alle news. A distanza di anni, tra social media e intelligenza artificiale, lo scrittore analizza l'aumento dell'avoidance informativo e spiega perché la democrazia ha bisogno solo di due tipi di giornalismo: esplicativo e investigativo

Il giornalismo è un lavoro da fame

Collaborare per un giornale o una casa editrice significa precariato e nessuna tutela. A tenere le redini di questo sistema, una piccola élite di benestanti

Come cottimo e clickbait hanno trasformato il giornalismo in una catena di montaggio

Compensi da fame e produzione a cottimo costringono i freelance a sacrificare verifica e approfondimento. Intanto, la corsa degli editori a traffico e clickbait alimenta un circolo vizioso che impoverisce l’informazione e allontana i lettori

«Devo preoccuparmi per quello che scrivo nell’America di Trump?»

Cosa succede quando la domanda di cittadinanza di una giornalista finisce sotto la lente del Dipartimento di Stato? La storia di Enrica Nicoli Aldini

Omosessualità e giornalismo: storia di un rapporto travagliato

Con il passare del tempo è cambiato il modo di parlare di omosessualità su quotidiani e riviste. Una trasformazione che è stata riflesso dei faticosi cambiamenti di una società che, non senza fatica, ha imparato a capire e a rispettare la comunità Lgbtqia+