Nella categoria “giornalista” sono comprese molte professioni diverse. Quando si fa riferimento alla carta stampata e all’online – sebbene entrambi scrivano – il giornalista di redazione e il giornalista indipendente (il freelance) sono due categorie che ormai esercitano lavori distinti. Di fatto, però, a saperlo sono solo coloro che hanno fatto esperienza di entrambi, ma le disparità, i vantaggi e gli svantaggi sono notevoli. Il giornalista indipendente parte da una posizione svantaggiata, data anche solo dal fatto che tutele, diritti sindacali e stipendi sono poco o per nulla regolamentati, a tal punto che quella del freelance appare quasi una non-professione.
Sofia (nome di fantasia) ha iniziato il suo percorso nella redazione di un quotidiano con uno stage curriculare che si è trasformato in uno extracurriculare, il cui compenso è aumentato nei mesi fino a raggiungere quasi mille euro. Ogni mese arrivava in busta paga un compenso e il lavoro comprendeva circa dieci ore della sua giornata: dalla mattina alle 9.30 fino alla sera verso le 21, con un’ora di pausa pranzo. I giorni si alternavano immobili: dopo la rassegna stampa mattutina, Sofia usciva di casa, prendeva un autobus e arrivava alla sede della redazione. Al suo orario di ingresso la redazione era deserta: spesso incontrava solo uno o due colleghi e, a volte, il direttore. Prima una riunione, poi un piccolo articolo da scrivere, poi si attendeva il responso di un’altra riunione, forse un altro articolo, pranzo e poi si cominciava a scrivere o a correggere gli articoli che arrivavano da inserire nel giornale che sarebbe andato in stampa la sera e nelle mani delle persone il giorno dopo.
Erano giorni interi in cui Sofia non usciva mai da quelle stanze e parlava spesso con le solite persone. Di bello c’era che poteva scrivere ogni giorno, di brutto che raramente nei giorni di inverno riusciva a vedere un po’ di luce. Si sentiva intrappolata in quella routine.
Non essendo una firma di punta – o anche solo una firma – spesso i suoi articoli erano approfondimenti o puzzle di informazioni da ricostruire sui fatti della giornata. Le piaceva, ma aveva la sensazione di non essere utile, di non star svolgendo un servizio per la comunità.
I dati del report dell’Inps Lo stato del giornalismo italiano del 2025 riportano che su 103.581 lavoratori iscritti all’Ordine dei giornalisti (Odg), nel 2023 sono 17.179 quelli che versano contributi all’Inps (che, dal 2022, rappresenta la cassa previdenziale per i lavoratori dipendenti in luogo dell’Inpgi). La loro retribuzione media annua è di 59mila euro lordi, con una differenza importante di genere: gli uomini guadagnano in media il 16 per cento in più.
Il 70 per cento dei lavoratori autonomi, però, guadagna meno di 25mila euro lordi all’anno. In questa categoria rientrano i contratti a progetto e i giornalisti freelance iscritti come professionisti e pubblicisti – questi ultimi con la possibilità di esercitare altri lavori oltre al giornalismo. Resta fuori, invisibile e quasi impossibile da rintracciare, la massa di giornalisti che esercitano il mestiere da freelance senza riuscire a raccogliere le decine di articoli in due anni necessarie per iscriversi all’Odg almeno come pubblicista (per iscriversi da professionista è necessaria la frequentazione di una scuola di giornalismo, molto costosa e con pochi posti destinati a borse di studio, oppure un contratto di praticantato in una redazione o in ufficio stampa, per cui i canali di ingresso a selezione aperta sono pressoché inesistenti). Anche chi scrive fa parte della massa informe dei giornalisti indipendenti invisibili. Eppure, il 45 per cento di chi lavora per testate online e tradizionali è autonomo. Le testate, quindi, si compongono necessariamente di queste figure.
Sofia non vuole più restare dentro una stanza tutto il giorno. Il suo lavoro da freelance comincia in salita: non le risponde nessuno. Le testate le paiono muri e lei sente di star urlando nel tentativo di farsi ascoltare da pareti di calcestruzzo. Quando comincia a ingranare e tra le pareti trova delle porte, delle redazioni che cominciano a fidarsi del suo lavoro, capisce che solo una componente minima dei suoi sforzi riguarda la scrittura.
La vita da freelance è costituita di ingredienti che quella in redazione non aveva messo a fuoco: prima di tutto c’è l’idea. Lo studio e l’approfondimento per proporre inchieste e reportage da sviluppare. Se è un’idea semplice, segue la scrittura della proposta da mandare alle redazioni, che deve essere abbastanza breve e accattivante: è una sales manager, sta vendendo un prodotto della sua mente. Poi a seconda del periodo, dell’umore di chi c’è dall’altra parte del computer, della sua attenzione e del suo interesse personale, può essere che qualcuno le risponda. E allora c’è il contatto con le fonti, l’intervista, la scrittura e l’invio. Spesso dentro tutto ciò c’è il silenzio: fonti che non rispondono, che non si presentano, che ritardano, che non sono quelle giuste per il lavoro. O, ancora, il silenzio della testata. Ma con l’andare avanti del tempo e l’accumularsi dell’esperienza, il lavoro di Sofia diventa più automatico e le risposte non tardano più come all’inizio. Il risultato economico, però, sono poche decine di euro lordi, anche se la Lombardia avrebbe istituito delle tabelle minime di retribuzione: ma ai 180 euro previsti per un articolo si contrappongono i 30, 50, 70 (quando va bene) della realtà. Inoltre, lei non avrebbe comunque diritto a quei compensi: non è iscritta all’Ordine regionale.
Sofia ha capito che per sopravvivere da freelance e trovare notizie per crescere nel mestiere, uscendo dal limite di un’intervista di un quarto d’ora dalle quattro pareti di casa sua, deve farsi finanziare il lavoro. Torna il ruolo per cui non è mai stata preparata: impara a rispondere alle domande ripetitive e prolisse dei bandi internazionali che offrono finanziamenti ai giornalisti, a sviluppare un’idea pensando prima l’angolo, le fonti, l’impatto che il lavoro potrà avere e come distribuirlo – il media (podcast, scritto, in serie, video) e la testata –, impara a intrattenere rapporti con gli editor e con i colleghi sia italiani sia stranieri, a costruire un piano di lavoro per un reportage o un’inchiesta lungo mesi e a sviluppare un budget credibile. Impara, e non è semplice, a calcolare quanto si deve far pagare per vivere di quel mestiere.
A volte, quello che fa è tutto tranne che giornalismo e sente che il mondo intorno a lei è management, relazioni pubbliche, vendita e pianificazione e che tutto ruota in modo troppo veloce. È uno sforzo fermarsi e riflettere sulle inchieste, sull’emozione di sapere che si è costruita lo spazio – anche se ancora precario – per indagare, raccogliere e riportare storie di persone che hanno diritto a emergere e che la fanno sentire utile a sé stessa e agli altri. Ma sa di essere davvero indipendente, di poter vedere il sole tutti i giorni.





