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«Tutto molto bello», o quasi. Raccontare lo sport in Italia

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Da Ultimo Uomo a Radio Sportiva, tanti media hanno superato il modello dei tre quotidiani sportivi tradizionali. Buone pratiche, buone speranze e una rivoluzione culturale ancora da farsi

«Al giornalismo sportivo manca coerenza. Una coerenza da trasmettere ai lettori e che è fondamentale in ogni progetto editoriale». Emanuele Atturo è co-direttore della rivista italiana online Ultimo Uomo. Nata nel 2013, si è affermata nel panorama nazionale quale punto di riferimento per approfondimenti e riflessioni sul calcio e non solo. «Il nostro approccio è stato di rottura rispetto al giornalismo sportivo tradizionale. Di contro, ci basiamo su un modello classico di sostentamento economico perché dipendiamo esclusivamente dagli abbonamenti dei nostri lettori», ci racconta. Un patto fiduciario che fatica a resistere: «Loro ci chiedono contenuti di qualità, fidandosi della nostra autorevolezza costruita nel tempo. Ma questa strada economica fino a quattro, cinque anni fa non era chiara», dice Atturo. 

Anche guardando allo sviluppo del giornalismo digitale, nel contesto della crisi editoriale, «in Italia si è capito tardi che bisognasse evolvere rispetto al legame con le pubblicità». Ma si può parlare ancora di giornalismo puro se alla base non ci sono più le notizie? Per il co-direttore di Ultimo Uomo «noi non facciamo giornalismo, se il parametro è questo. Non abbiamo inviati sul campo, siamo piuttosto un mix tra giornalismo, creazione di contenuti e un plot letterario. Facciamo un lavoro di approfondimento che arriva a un secondo grado rispetto alla Gazzetta dello Sport e al Corriere dello Sport». Secondo Atturo, poi, «nel giornalismo sportivo, in realtà, il concetto di notizia è molto labile, soprattutto in un mondo fatto di pay per view e social network». 

La sfida vera vinta da Ultimo Uomo è, allora, quella del tempo. «Volevamo rompere lo stato di distrazione sui social. Poi è chiaro, oggi facciamo tanti longform ma anche articoli più brevi, abbiamo i podcast e siamo sui social». Su Instagram i follower sono 53.900; su Facebook 177.753; su X 34.906. «La cosa importante è contribuire in modo sano alla conversazione sullo sport e da cinque anni lo facciamo non più soltanto sul calcio, anche se abbiamo ancora tanti margini di miglioramento».

Un’altra realtà positiva del giornalismo sportivo online è Eurosport.it, il sito italiano del network europeo di proprietà della Warner Bros. Un esempio di come fare informazione senza essere calcio-centrici. «Anche io sono un calciofilo ma oggi non leggo più La Gazzetta dello Sport e odio il calciomercato dove tutti si dicono esperti, a cominciare dagli influencer», ci racconta Alessandro Brunetti, direttore del portale web e dei social di Eurosport Italia. «Raccontiamo lo sport in modo diverso: soprattutto sui social diamo pochissimo spazio al calcio perché siamo legati alle discipline olimpiche, al tennis e al ciclismo, che trasmettiamo sui nostri canali streaming». 

Quando gli chiediamo cosa consiglierebbe ai media tradizionali, Brunetti risponde che «mancano di cultura sportiva. All’80 per cento è fatta di solo calcio, perché si segue quello che vende. Ma i ragazzi non leggono più i giornali». Sul concetto di notizia, invece, risponde che «cerchiamo di valorizzarla con statistiche, interviste e approfondimenti dei nostri esperti e talent. Non voglio arrivare primo su un fatto, voglio arrivarci bene e fornendo nuove informazioni».

A parlare di calcio e di sport in termini economici sono la testata Calcio e Finanza e il suo web magazine Sport e Finanza. Entrambi sono diretti da Luciano Mondellini e offrono spesso anticipazioni e approfondimenti sui bilanci dei club. Sul fronte dei media cartacei, analogamente, c’è il Sole 24 Ore che cura, anche se non quotidianamente, il calcio e lo sport attraverso i numeri e i progetti infrastrutturali di quella che è un’industria che vale il 3 per cento del Pil nazionale. Mentre i quotidiani Domani e Il Foglio dedicano una o due pagine allo sport (il secondo con un apposito inserto del fine settimana, Il Foglio Sportivo) ma con un taglio divulgativo, raccontando storie, spesso legate a temi di politica internazionale, e pubblicando interviste a personaggi di qualunque disciplina. 

Impossibile, infine, non citare due casi radiofonici come Rai Radio Uno e Radio Sportiva. La prima mantiene alto ancora oggi un appeal di intrattenimento per gli eventi sportivi, non solo calcistici, grazie alle dirette integrali di eventi e a una folta squadra di inviati sul campo. La seconda parla attraverso il suo motto, «Raccontiamo emozioni, 24 ore su 24», e annovera ogni giorno nel suo palinsesto trasmissioni di approfondimento su calcio, motori, tennis, basket e ciclismo, oltre a seguire dal vivo qualunque gara e coinvolgere gli ascoltatori in ogni programma. 

Insomma, le best practices del giornalismo sportivo non mancano. Mentre i tre quotidiani nazionali continuano a perdere copie: gli ultimi dati Ads disponibili raccontano cali del 14,3 per cento per la Gazzetta dello Sport, del 22,8 per cento per il Corriere dello Sport e del 4,9 per cento per Tuttosport nel confronto tra maggio 2026 e maggio 2025. In Francia, L’Équipe vende circa 240mila copie al giorno (dati Acpm) contro le 77mila della Gazzetta. Ma il quotidiano d’oltralpe è soprattutto un esempio di come dar spazio a qualsiasi sport, a partire dalla prima pagina. In Italia, invece, a malapena Sinner riesce a scalzare i titoli sul mercato di Juve, Milan e Inter. È ora di chiedersi: les jeux sont faits per sempre oppure no?

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