Dopo decenni di crollo delle ideologie, crisi dei partiti e «morte della politica», ecco che finalmente la politica è tornata. O almeno, così pare. Mai come oggi la società sembra spaccarsi in due su tutte le questioni di attualità: dai vaccini alla guerra in Ucraina, dall’Unione europea a Gaza. Eppure, nonostante i dibattiti infuocati e il continuo clima di scontro tra opinioni contrapposte, nulla sembra cambiare. Le organizzazioni politiche sono sempre più deboli, i sindacati inesistenti, i partiti evaporati e a votare si è sempre in meno. Dalla post-politica siamo passati all’iperpolitica. Un fenomeno, alimentato dai continui litigi online, in cui a dominare sono moralismo dilagante, apparenza senza sostanza e incapacità di immaginare dimensioni di lotta collettiva. La paternità della definizione è di Anton Jäger, storico belga specializzato in storia del pensiero economico, populismi e crisi della democrazia, autore di Iperpolitica. Politicizzazione senza politica (Nero Editions, 2024). «La politica di massa non riguardava solo il cavalcare le onde: comportava la costruzione di navi in grado di navigare in acque tempestose attraverso diverse stagioni, o l’attracco delle navi in caso di ritirata», ci spiega lo storico.
Che cos’è l’iperpolitica
L’iperpolitica è la modalità di impegno politico del ventunesimo secolo, per cui tutto si politicizza e niente si realizza. A dominare sono moralismo dilagante, apparenza senza sostanza e incapacità di immaginare dimensioni di lotta collettiva.
Quella descritta da Jäger è la naturale evoluzione dei fenomeni politici che hanno caratterizzato gli ultimi centocinquant’anni delle democrazie occidentali, dalla politica di massa della modernità industriale alla post-politica del periodo di deindustrializzazione e della globalizzazione tra gli anni Ottanta e i Duemila fino all’antipolitica successiva alla crisi del 2008. La nuova corrente si inserisce tra il 2015 e il 2016, modellata sulla fluidità del mondo online, che ripoliticizza la sfera pubblica imponendola con forza anche nell’ambito privato, culturale ed economico. L’iperpolitica è la modalità di impegno politico del ventunesimo secolo, per cui tutto si politicizza e niente si realizza.
La politica ha reclamato il suo posto nella società e ha avuto in un certo senso la sua vendetta, tanto che alcune delle nostre istituzioni più potenti sono state rimodellate da forti e dilaganti passioni politiche. Nonostante ciò, ben poche persone sono coinvolte nel tipo di conflitto organizzato che un tempo avremmo descritto, in senso classico e novecentesco, come “politica”. La confusione è aggravata poi da altri sviluppi e disillusioni: il neoliberismo non sta venendo sostituito da una rinascente socialdemocrazia; la globalizzazione non si sta frantumando in una deglobalizzazione; lo Stato sociale non sta tornando nella sua forma classica post bellica.
Chi è Anton Jäger
Anton Jäger, padre del concetto di iperpolitica, è uno storico belga specializzato in storia del pensiero economico, populismi e crisi della democrazia, autore di Iperpolitica. Politicizzazione senza politica (Nero Editions, 2024).
Gli studi mostrano un mondo sempre più soggetto a proteste e polarizzazioni, orfano dei modi di azione collettiva ricorrenti nel corso del ventesimo secolo. Mentre le proteste sono aumentate nel corso degli anni Dieci e Venti del Duemila, l’adesione a partiti e sindacati, e la frequenza degli scioperi hanno continuato il loro declino, al punto che le due condizioni sembrano legate da una correlazione negativa: l’atmosfera di protesta coincide con il calo dell’impegno civico tradizionale.
A riguardo, Jäger ci spiega che «una caratteristica sorprendente delle ondate di protesta iperpolitiche è che di solito non hanno portato a conseguenze politiche dirette. Da qui la sensibilità tipica dell’era iperpolitica: ripoliticizzazione senza risocializzazione, o politicizzazione senza conseguenze politiche». Recenti esempi tangibili sono le grandi mobilitazioni per il clima dei Fridays for Future e le proteste antirazziste di Black Lives Matter, capaci di fare rumore ma di incidere limitatamente sui processi decisionali. Secondo lo storico, «l’energia sprigionata dal sentimento popolare contro le destre autoritarie e la deriva dispotica del liberalismo non si traduce automaticamente nel ritorno a una forma di politica più duratura e paziente».



