Dall’alto, una culla verde sembra proteggere un territorio tanto prezioso quanto fragile. Pioppi e castagni si fanno custodi di un luogo strategico del Centro Italia, sospeso tra il versante adriatico e quello tirrenico, al confine tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo: Amatrice. Un punto di incontro tra storia e natura sconvolto dal sisma del 24 agosto 2016, cedendo di fronte alla violenza delle scosse. Di quella notte d’estate, in cui alle 3:36 è cambiato il destino dei suoi abitanti, è rimasta intatta soltanto la memoria. Oltre agli edifici, si sono incrinati i legami con ciò che è esistito e non esisterà più, diffondendo tra la popolazione una sensazione di amnesia topografica, data dalla difficoltà a orientarsi in ambienti familiari e a muoversi in contesti nuovi. È questa l’espressione che meglio restituisce il senso di smarrimento che accomuna i cittadini secondo i membri di Terremosse, un collettivo autofinanziato gestito da 17 giovani studenti e professionisti nei settori del design, dell’architettura e dell’urbanistica che opera nell’ambito della rigenerazione delle aree fragili. Nel 2024 nasce il loro progetto di riqualificazione per Amatrice, che li porta a lavorare sul campo nel dicembre dello stesso anno.
Terremosse tornerà ad Amatrice insieme a circa duecento volontari da tutta Europa dal 2 al 12 luglio 2026, nell’ambito di Sesam (Small European Students of Architecture Meeting), un’iniziativa promossa dalla rete internazionale European Architecture Students Assembly per promuovere una concezione di architettura con modalità alternative rispetto a quelle accademiche, mettendo al centro la collaborazione e la vita comunitaria. I workshop, improntati alla condivisione, definiscono l’approccio di queste realtà: un lavoro che da edilizia diventa opera sociale. «Non è stato il terremoto, ma una condizione precedente che ci ha portati a scegliere questa città, già attraversata da fenomeni caratteristici delle aree interne, tra cui lo spopolamento e la carenza di servizi. Il sisma non ha fatto altro che accelerare tali dinamiche e rendere urgente la ricostruzione in un’ottica contemporanea», spiega Maria Letizia Guido, architetta e volontaria di Terremosse. I valori della loro proposta sono sintetizzati nella formula luoghi, persone, desideri: un’opzione diversa dalle soluzioni calate dall’alto, spesso poco coerenti con le reali esigenze della comunità locale, lontana dallo slogan «prima le case, poi il resto».
La ricerca e il coinvolgimento attivo contraddistinguono l’organizzazione di Terremosse, che fin da subito si è aperta ad accogliere spunti e idee dagli amatriciani, ascoltandone le storie durante le passeggiate, al bar, al supermercato o di fronte a un piatto di pasta e un bicchiere di vino. Un rapporto che dal 2024 si è mantenuto vivo, aiutando gli operatori a inserirsi in uno scenario complesso e nella scelta delle azioni da intraprendere: «Sapevamo che non avremmo ricostruito le case, non avendone le risorse; abbiamo quindi deciso di rivolgere la nostra attenzione ai luoghi di incontro e di aggregazione, che sono i primi a venir meno in situazioni di emergenza», chiarisce Maria Letizia.
La naturale tendenza alla socialità è anche data dalla morfologia e dall’estensione del comune di Amatrice, suddiviso in 69 frazioni, ciascuna con le proprie tradizioni, celebrazioni e sagre. In questo contesto è stata ideata la figura del guardiano, che risponde alla necessità di mediare tra il popolo e gli esecutori, prendendosi cura degli interventi e garantendone la continuità. Non si tratta semplicemente di dare una risposta alla richiesta di un privato, ma di agire interpretando le aspirazioni delle persone attraverso un loro portavoce.
Per Terremosse, Amatrice rappresenta anche un laboratorio per riflettere sulle questioni ricorrenti nelle aree interne: chi sono i destinatari della riqualificazione? Quale sarà il destino delle nuove generazioni? Sul tema si è espressa Arianna, volontaria dell’associazione locale Alba dei piccoli passi, che sostiene le famiglie offrendo uno spazio ricreativo per i ragazzi: «I nostri bambini più piccoli non hanno mai visto la vecchia Amatrice. Se non svilupperanno un legame con il territorio, si ricorderanno di tornare quando saranno grandi?». Sono questi gli interrogativi che ispirano le opere di Terremosse, volte a esplorare un comprensorio che, pur contando appena duemila abitanti, copre una superficie di ben cento chilometri quadrati. A partire dal centro storico e per tutto il circondario sono stati predisposti dodici progetti in relazione diretta con il territorio, con una pianificazione orizzontale, aperta e flessibile. Tra questi, si prospetta la realizzazione di un padiglione nel Giardino delle miniature, al confine con il centro storico di Amatrice, tuttora transennato e poco praticabile.
L’obiettivo di restituire alla città il suo carattere conviviale passa anche attraverso il rinnovo di siti liturgici come l’Eremo della Croce, di zone naturali come il lago Scandarello e di altre località limitrofe, tra cui Voceto, Capricchia, Casale e Collegentilesco. È questo ciò che intende Maria Letizia quando associa le tecniche operative di Terremosse alla sua struttura interna: «Vogliamo riportare il movimento in luoghi di stasi, ma non in modo predatorio né strumentalizzando il dolore di chi li vive. Stiamo testando un approccio che vorremmo applicare anche altrove, che ci richiede un assetto ben definito e allo stesso tempo poroso, quindi disponibile ad assorbire nuovi stimoli». Diventa quindi auspicabile il sostegno e la diffusione di modelli culturali affini, che indirizzino il loro sapere e le loro forze verso realtà che ne hanno bisogno, senza andare troppo lontano. Perché siamo tutti terre mosse: seppur indeboliti o affannati dalle criticità, in continuo movimento e tesi alla rinascita.





