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Il sovraffollamento rompe gli argini del modello Bollate

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Il carcere milanese è dal 2000 un modello per un’istituzione penitenziaria volta al reinserimento nella società dei detenuti. Oggi quell’esempio si sta sgretolando sotto il peso del fallimento dell’intero sistema carcerario italiano. Un racconto da dentro

Quando si varca l’ultima porta blindata del carcere di Bollate a Milano, la geografia punitiva – fatta di cancelli, cemento grigio e perquisizioni di rito – smette di funzionare.

Sulle pareti dei lunghi corridoi corrono insegne e murales dai toni pastello. Un viavai continuo, il brusio vivo di chi ha qualcosa da fare pervade lo spazio. Nel reparto femminile le detenute si ritrovano alla spicciolata per la redazione della radio; nel maschile prende forma la riunione di carteBollate, il bimestrale redatto dalle persone recluse. C’è chi va in palestra, chi prende lezioni di basso elettrico. Verso sera rientrano quelli che lavorano fuori grazie all’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario: zaino in spalla, il passo stanco di chi ha finito il turno in azienda e l’aria di Milano ancora attaccata ai vestiti.

Inaugurato nel dicembre 2000, Bollate è il modello a celle aperte per eccellenza: le porte restano spalancate per almeno dieci ore al giorno e la quotidianità si regge su un patto di fiducia e responsabilizzazione. La scommessa ha retto a lungo. Qui la recidiva è rimasta intorno al 18 per cento e uno studio degli economisti Giovanni Mastrobuoni e Daniele Terlizzese ha calcolato che un anno a Bollate al posto di un anno in un istituto ordinario abbassa tra i sei e i dieci punti percentuali la probabilità di tornare a delinquere.

Più che un semplice carcere modello, Bollate è uno spazio in cui i detenuti trovano tutele e dignità spesso assenti nel resto del sistema penitenziario. Una reputazione che ne ha fatto il rifugio cercato anche da chi si ritrova al centro dell’attenzione mediatica. È in questa anomalia che il 15 luglio ha scelto di costituirsi Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour, a seguito della condanna definitiva in Cassazione a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e il ferimento di un terzo.

Ma se Bollate è un’isola, il resto dell’istituzione penitenziaria è il mare che continua a salire. Per buona parte del 2025, Bollate ha viaggiato intorno al 110 per cento della capienza. Poi, tra l’autunno e l’inverno, ha assorbito oltre duecento persone in più senza guadagnare un posto e su quei livelli è rimasto: secondo l’ultima rilevazione mensile del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al 31 luglio i detenuti erano 1.616 a fronte di 1.267 posti regolamentari, il 127,5 per cento. Le stanze pensate per una persona ne ospitano spesso due, racconta un agente di polizia penitenziaria.

Restano numeri lontani dalla situazione nel resto del Paese, dove al 28 luglio 64.741 persone occupavano 46.343 posti disponibili, con un affollamento reale del 139,7 per cento, e dalla Lombardia, tra le cinque regioni oltre il 150. Ma in questo caso il cambiamento pesa in modo diverso, perché il modello vive di continuità. «Anche un’esperienza come Bollate ha bisogno di una popolazione detenuta più stabile, su cui puoi fare progetti», spiega Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà personale dal 2016 al 2024. «Non di una persona che entra, che resta sei o otto mesi e ha solo rabbia». In un carcere sovraffollato, aggiunge, «non c’è più possibilità di progettazione e programmazione».

«Negli ultimi tempi hanno rovesciato su Bollate centinaia di detenuti provenienti da istituti in emergenza, persone catapultate qui senza quel percorso graduale che c’era prima», conferma Paolo Aleotti, giornalista che dal 2013 coordina da volontario il laboratorio radiotelevisivo TeleRadioReporter. L’arrivo di reclusi disabituati a quel clima ha fatto salire la tensione. «La risposta al disordine è stata la chiusura», dice, ricordando che nel reparto femminile è stato introdotto un rigore che prima non esisteva. Nello stesso settore l’Osservatorio di Antigone ha rilevato quest’estate temperature elevatissime, finestre bloccate e cortili di cemento senza zone d’ombra.

Le cause, però, non stanno dentro Bollate. Palma le fa risalire a un modo di governare che ha spostato sul penale la gestione dei conflitti sociali. «La penalità diventa una specie di governo territoriale. Non è più un diritto penale, è quasi un diritto di polizia». L’effetto ricade sulle vite ai margini: «Le marginalità non più affrontate sul piano sociale ma su quello penale producono carcere in continuazione, con pene brevi, brevissime, molte volte replicate». Alla fine del 2025, solo il 40,8 per cento dei detenuti italiani era alla prima carcerazione.

A riempire quegli spazi sono i più fragili: chi convive con una dipendenza e i cittadini stranieri, spesso privi di una rete sociale e umana che li trattenga fuori. La risposta prevalente, osserva Aleotti, è farmacologica: si rinchiude chi ha problemi di tossicodipendenza «trattandolo solo con la somministrazione di farmaci, senza alcun percorso reale». Negli istituti italiani visitati nell’ultimo anno dall’Osservatorio di Antigone, il 46 per cento dei detenuti ricorre a sedativi o ipnotici e uno su cinque ad antidepressivi, antipsicotici e stabilizzanti dell’umore. Dove la disperazione non viene sedata, esplode: 26,5 atti di autolesionismo ogni cento persone e almeno 38 suicidi tra gennaio e il 2 agosto.

Le contromisure annunciate non hanno avuto effetti concreti. Il decreto Carceri del 2024 doveva ridurre le presenze, passate invece da 61.480 nel giugno 2024 a 64.741 a fine luglio 2026. Il piano carceri varato un anno fa promette diecimila nuovi posti entro il 2027, e intanto quelli disponibili sono calati di 424 unità. La task force che doveva far uscire diecimila persone con pene residue sotto i due anni non ne ha fatta uscire nessuna, spesso perché un domicilio dove scontare la pena non ce l’hanno. «Se devi intervenire sette volte in quattro anni sullo stesso tema, è segno che non sei riuscito ad affrontarlo», dice Palma dei provvedimenti sulla sicurezza approvati in questa legislatura. «Invece, ogni volta c’è una paura nuova, un modo nuovo per rassicurare un elettorato».

Dentro l’istituto il margine si assottiglia. «Per far funzionare un istituto a custodia attenuata servono direzioni coraggiose, pronte ad assumersi la responsabilità di firmare le uscite in articolo 21 [per il lavoro in esterna, ndr]», riflette Aleotti. «E nell’attuale situazione non è semplice per un direttore mettersi a rischio per reinserire un detenuto. Non è il caso di Bollate, che detiene il record di detenuti in articolo 21. Ma è un dato di fatto: con pochi dirigenti disposti a rischiare, il sistema fa passi indietro».

Tra quei corridoi colorati si percepisce ormai un senso di resa. La sperimentazione avviata venticinque anni fa si sta sgretolando. «Non puoi scindere il sistema penitenziario dal sistema penale. Se non incidi sul ruolo e sui limiti del penale, si andrà sempre avanti così», commenta Palma. Se la marea del sovraffollamento paralizza anche l’istituto modello, a spegnersi non è solo un’eccellenza milanese, ma l’ultima dimostrazione pratica che un’idea diversa di pena è possibile.

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