«Ci sono persone nate sotto l’embargo che non hanno visto altro per tutta la loro vita». A parlare è Enrico Turci, film-maker, grafico e militante del Parti du Travail de Belgique (il Partito dei lavoratori belga o Ptb). Turci ha preso parte allo European Convoy, una coalizione internazionale di individui e organizzazioni partita il 17 marzo insieme alla flotilla internazionale Nuestra América, Convoy to Cuba per rompere l’embargo statunitense e portare aiuti umanitari alla popolazione cubana. Turci era lì con il Ptb e con l’Agenzia italiana per l’interscambio culturale ed economico con Cuba.
Il bloqueo petrolifero
Nel 1959, un gruppo di rivoluzionari guidati da Fidel e Raúl Castro ed Ernesto Guevara rovesciò il governo autoritario di Fulgencio Batista. In seguito, Castro istituì a Cuba un regime socialista ed espropriò tutte le industrie americane presenti sull’isola. In risposta, l’allora presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower impose il primo di una serie di embarghi contro Cuba: l’Unione Sovietica provò allora a colmare quel vuoto commerciale. Temendo un’alleanza tra i due Paesi, John F. Kennedy tentò prima di invadere (fallendo) la Baia dei Porci e istituì poi un embargo commerciale totale contro Cuba il 3 febbraio 1962. Da allora, a eccezione di alcuni momenti di distensione, l’embargo affligge la popolazione cubana. Lo scorso 29 gennaio, per far fronte a quella che ha definito «un’emergenza nazionale», Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone dazi ai Paesi che vendono o forniscono petrolio a Cuba. «Il bloqueo petrolifero sta mettendo in ginocchio il Paese», spiega Turci. «Se non hai energia, è tutto fermo».
«Se non c’è gas, usiamo la legna. Se non c’è luce, usiamo le candele»
Quando gli chiediamo quali siano le motivazioni che l’hanno spinto a partire, Turci chiarisce che lavora in un partito per cui milita: di conseguenza, per lui non esiste differenza tra ragione professionale e vicinanza ideologica riguardo la causa cubana. L’attivista racconta che quando è arrivato sull’isola ha avuto la sensazione di trovarsi accerchiato e paragona l’embargo alla situazione vissuta durante la pandemia di Covid-19: gli ospedali funzionano, ma non ci sono auto in moto e l’industria è ferma. Tuttavia, ha notato una forte resilienza da parte del popolo cubano. A L’Avana, Turci ha intervistato molte persone per girare un documentario che verrà pubblicato su Fakto, il canale YouTube del Ptb. Racconta che i cubani «non considerano questo bloqueo un evento al di fuori dell’embargo: ciò che per noi sarebbe scioccante per loro è ormai la normalità». Durante una visita al Comedor Social Quisicuaba, una mensa sociale al centro di L’Avana, Turci ha vissuto in prima persona un blackout e le reazioni dei volontari e delle volontarie. Mentre continuavano a distribuire i pasti, gli hanno spiegato che «se non c’è gas, usiamo la legna; se non c’è luce, accendiamo le candele». Nelle sue conversazioni con gli abitanti dell’isola, ha poi notato che ognuno ha le proprie idee sulla situazione in cui si trova Cuba. C’è chi è contro l’imperialismo e chi si interroga sugli errori commessi dal proprio Paese, ma prevale un sentimento comune: «Siamo noi cubani gli artefici del nostro destino, non Trump o gli americani».
Un’alternativa possibile
Da militante, Turci ritiene che Cuba sia stata inserita nella lista nera del terrorismo statunitense senza un giustificato motivo. È convinto che gli europei dovrebbero partecipare a tutte le iniziative di aiuto in corso, fare pressioni sui governi e, soprattutto, ritornare a commerciare con Cuba: un’opzione che alcuni Paesi dell’America Latina hanno già proposto. Teme inoltre che si possa rischiare una grave crisi umanitaria, con la mortalità e la povertà che sono in aumento. Il film-maker racconta che uno degli organizzatori del Convoy ha paragonato l’embargo alla «tecnica più vecchia del mondo»: un assedio medievale per logorare una popolazione e metterla in ginocchio. Secondo Turci, dal punto di vista dei capitalisti americani Cuba resta un affronto da vendicare: quando Trump dichiara «I can do anything I want with it [posso farne quel che voglio, ndr]» sta mostrando come un imperialista tratta un Paese sovrano: «Combattere contro Cuba è lottare contro l’idea di un’alternativa possibile». Turci aggiunge che se Cuba dovesse cadere chi crede nel socialismo internazionale subirebbe un duro colpo . «Cuba non è un crocevia politico rilevante, quanto piuttosto un simbolo importantissimo per l’idea di un mondo migliore, dove un popolo può decidere del suo destino in una società capitalistica».




