La crisi del giornalismo non è una notizia nuova. Per anni abbiamo dato per scontato che il nostro mestiere avrebbe trovato da solo il modo di finanziarsi. Eppure, da decenni le copie diminuiscono, le redazioni si assottigliano, i freelance-precari aumentano e cresce la distanza tra chi produce informazione e chi dovrebbe fidarsi di questa. Quel meccanismo si è rotto e la crisi economica ha trascinato con sé una crisi professionale e, infine, una crisi di fiducia.
Per molto tempo diventare giornalisti significava entrare in una redazione. Oggi, per una parte crescente di chi fa questo mestiere quella porta resta chiusa. Si lavora da casa, si propone un pezzo alla volta, si fattura, si aspetta un pagamento, si affianca al giornalismo un secondo lavoro. Nel frattempo, ai professionisti dell’informazione si chiede di essere anche videomaker, social media manager, creator, esperti di dati e ora persino mediatori dell’intelligenza artificiale.
Prismag nasce dentro queste fratture. È un giornale costruito da una redazione under 35 che, nel suo piccolo, prova a ricucire dal basso il rapporto tra giornali e lettori. C’è un paradosso che non vogliamo nascondere: possiamo permetterci tante firme giovani anche “grazie” alla crisi del settore, perché le redazioni assumono poco e il mercato lascia fuori molti giornalisti preparati, costretti a vivere di collaborazioni, compensi bassi e lavori paralleli che spesso nulla hanno a che fare con il giornalismo. Siamo figli dell’emergenza che noi stessi raccontiamo, senza la quale forse neanche esisteremmo. Proprio per questo proviamo mese dopo mese, numero dopo numero, a dimostrare che dalle crisi possono nascere spazi nuovi.
La nostra monografia parla molto di soldi, perché senza sostenibilità non c’è indipendenza. I contributi pubblici ai giornali vanno riformati o eliminati? E quali modelli possono funzionare quando pubblicità e copie non bastano più? Guardiamo alle esperienze indipendenti che hanno trovato strade diverse: abbonamenti, no profit, crowdfunding, alleanze editoriali tra testate. E alla crisi del giornalismo d’inchiesta, sempre più costoso e sempre più esposto ai grandi gruppi, alle piattaforme e alle pressioni politiche.
Poi ci sono le trasformazioni del mestiere. I creator digitali competono con i giornalisti sul terreno dell’attenzione, mentre sempre più professionisti si spostano sui social e rischiano di piegare il proprio lavoro alle logiche della visibilità e dei like. L’intelligenza artificiale entra nelle redazioni, seleziona informazioni, scrive testi, cambia tempi e ruoli senza che i professionisti del settore vengano formati e lo strumento normato. Il giornalismo sportivo, dal canto suo, mostra che si può innovare anche fuori dai modelli tradizionali, mentre quello locale resta spesso considerato un passaggio di carriera invece del presidio democratico che è, senza il quale intere aree resterebbero senza riferimenti.
Ci occupiamo anche di chi il giornalismo lo fa senza contratto: freelance, collaboratori, giovani che vivono di pezzi pagati poco e di altri lavori. Ci chiediamo se le scuole di giornalismo siano ancora una porta d’ingresso valida al professionismo e proviamo a dare strumenti concreti a chi vuole proporre un articolo senza sapere da dove cominciare, raccogliendo testimonianze e consigli da chi, quelle proposte, le valuta e sceglie ogni giorno. E poi guardiamo ai rischi del mestiere: il caso di Gabriele Nunziati, licenziato per una domanda “di troppo”, le querele temerarie, la normativa anti-Slapp. Ma anche al rischio opposto: che siano i lettori ad andarsene, stanchi di presunte breaking news che invece sono solo rumore e ansia, fino a scegliere di non informarsi più.
La crisi del giornalismo riguarda chi lo fa, ma soprattutto chi legge. Noi non pretendiamo di avere la soluzione. Proviamo però a ricostruire articolo dopo articolo, firma dopo firma. Vogliamo farlo anche e soprattutto attraverso questo numero, che affianca alla descrizione di una situazione difficile voci, letture, dati e approcci propositivi: se il mestiere che conoscevamo non basta più, dobbiamo provare a costruire quello di cui avremo (e abbiamo) bisogno per orientarci, rinnovando il patto di fiducia tra noi e voi.












