Avevamo lasciato gli studenti serbi un anno fa, nel mezzo dell’incertezza. Per rispondere all’aumento della violenza della polizia c’erano due vie: radicalizzarsi e rispondere organizzando gruppi di autodifesa. Oppure, accettare un modello di mobilitazione meno dipendente dalle piazze, a costo di perdere qualcosa in persuasività.
Dopo l’enorme ondata di violenza dell’estate scorsa, è stata scelta una strada mediana: da un lato, accettare che il movimento non fosse solo degli studenti, ma di tutti i cittadini. Quindi accettare anche, se necessario, l’apporto “muscolare” dei veterani delle guerre balcaniche. D’altro canto, esclusi alcuni momenti dall’enorme valore simbolico come l’anniversario del crollo della pensilina di Novi Sad, le mobilitazioni sono calate. Troppo stancanti dal punto di vista fisico, organizzativo e anche emotivo.
Perciò, a un anno dalla protesta del 15 marzo, ha impressionato sapere che non ci fosse una grande manifestazione per le strade di Belgrado. Dopotutto, l’ultima protesta “di peso” era stata il primo novembre del 2025. «Il vento non è più quello di prima. Per gli studenti, non avrebbe avuto senso commemorare una manifestazione da quattrocento o cinquecentomila persone con cinquemila presenti», ci dicono dall’Osservatorio Balcani e Caucaso. «Ma quell’energia non è scomparsa, si è solo trasformata. Potrebbe riesplodere da un secondo all’altro».
Con un po’ di scetticismo, ci dirigiamo il 29 marzo verso la cittadina rurale di Kula. Architettura austro-ungarica, fa parte della Vojvodina. Ed è una zona tradizionalmente favorevole al presidente populista Aleksander Vučić. Ma gli attivisti di Mladi Kula, una lista che si presenta alle elezioni come antagonista di Sns, il partito di Vučić, non sono d’accordo: «È vero, l’energia è calata nei piccoli centri, così come a Belgrado o Novi Sad. Ma dopo il 15 marzo scorso c’è stato un forte investimento nelle campagne, tradizionalmente feudo di Sns. Ora lo dobbiamo ricambiare, dobbiamo fare sentire la nostra energia», dice Vladica Kljajić, attivista. «Qui siamo sicuramente esposti a minacce e rischi da parte dei nostri avversari. Ma possiamo contare su famiglie e amici, anche gente che non si era mai interessata alla politica e che è pronta a sostenerci, se necessario».
La giornata del 29 marzo, però, si sviluppa in un modo piuttosto strano: gruppi di ćaci (i paramilitari sostenitori di Sns) che restano con fare minaccioso fuori dai seggi, senza che la polizia intervenga; la polizia che li difende e che, dall’estate scorsa, ha meno paura a usare il manganello. Una cosa che le forze dell’ordine hanno pagato a caro prezzo: il loro prestigio è ai minimi storici e spesso sono oggetto di cori di scherno nella stessa maniera dei ćaci.
A fine giornata, Vučić annuncia i risultati: dieci a zero. Tutti i comuni di Serbia restano in mano a Sns. Ma vanno anche considerate le percentuali: Sns perde intorno ai venti punti in ogni municipalità. A Kula, addirittura, vince per soli quattrocento voti. Un record negativo, su cui pesano inoltre sospetti di brogli. Per avere una prospettiva sul voto, abbiamo intervistato a caldo Pavle Dimitrijević, avvocato e capo del reparto legale di Crta, una delle ong incaricate di controllare la regolarità del processo elettorale. «Oltre al fare minaccioso dei supporter del governo», dice, «ci sono state molte aggressioni. Di una sono stato anche testimone: quella di fronte allo stadio, dove un gruppo di cittadini è stato attaccato da persone incappucciate con bastoni, torce e pietre. Sono moderatamente ottimista: è vero che ogni elezione è peggio della precedente e cala la fiducia nelle elezioni (il modo migliore per liberarsi di questo governo non democratico). D’altra parte, però, sempre più cittadini vogliono partecipare, osservare e difendere il loro diritto di voto».
Torniamo dalla nostra trasferta a Kula con la sicurezza che qualcosa si stia muovendo in Serbia, e che soprattutto Sns inizi a perdere la presa sui suoi pacchetti di voti. Ma la sconfitta è dolorosa. Quello che non ci aspettavamo, però, era un ulteriore colpo di mano da parte di Vučić: il 31 marzo, due giorni dopo il voto, il suo fedelissimo Marko Kričak viene mandato nel rettorato di Belgrado. Per nove lunghe ore, il Paese resta con il fiato sospeso: non si sa cosa sia successo a Vlada Djokić, popolarissimo rettore e possibile sfidante alle elezioni di Vučić.
Quello che doveva essere un ulteriore colpo al morale degli studenti, in realtà, si trasforma in un enorme catalizzatore di quelle energie dormienti di cui parlava l’Osservatorio Balcani Caucaso. Ne discutiamo con Igro, studente di economia che parla italiano: «Vengo da un’università privata, ma qui non è questione di pubblico o di privato: siamo uniti nella lotta per l’autonomia dell’istruzione». Un concetto rinforzato da Nevena, studentessa di Diritto all’università di Belgrado: «Prima di oggi, l’ultimo accesso di estranei nel rettorato era stato durante la Seconda guerra mondiale. I serbi sono molto sensibili quando si parla di quel periodo», spiega. «Una vittoria qui lancia un messaggio: l’università non si sottomette. La Serbia vuole una democrazia, non una dittatura».
Concetti che, quella sera, vengono ripresi dallo stesso rettore. Esce alle 21.50, dopo nove lunghissime ore chiuso nel rettorato. Dal balcone, lancia un appello sia alla Serbia che al mondo: «Questo governo non ha paura di commettere crimini, ha paura dell’istruzione. Sono venuti da noi perché siamo l’ultima istituzione che resta in piedi. Ma non perché abbiamo muri. Noi abbiamo persone: professori che non restano in silenzio, studenti che non hanno paura», dichiara. «Mi rivolgo anche alle università europee e a chi crede alla libertà accademica: parlate. Oggi succede a Belgrado, domani ad altre università che osano difendere i propri studenti. E ricordate: il potere non è nel rancore. È nella conoscenza».
Dopo il discorso, la folla si disperde. Ma abbiamo tempo per un’ultima chiacchierata. «Le proteste a Belgrado e in Serbia sono state più piccole negli ultimi mesi, è vero. Ma il movimento resta forte: questa folla, arrivata così in fretta, ne è la prova. Così come i risultati nelle elezioni locali, dove le roccaforti di Sns sono diventate contendibili», dice Nevena. «Io sono ottimista: penso che il governo cambierà presto».










