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Il tempo per fare giornalismo: due scuole fuori dal comune

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La Scuola della Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma e la Scuola di reportage narrativo Alessandro Leogrande di Conversano, in provincia di Bari, raccontano due percorsi alternativi alle scuole riconosciute dall’Ordine dei giornalisti per la formazione giornalistica, basata su un approccio freelance a inchieste e reportage

La Scuola Basso ha oltre vent’anni di storia, la Scuola Leogrande è arrivata alla terza edizione. Entrambe si situano al di fuori del mondo del giornalismo tradizionale, mantenendo stretto il legame con una professione legata al lavoro di inchiesta e di reportage. La Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio e Lisli Basso di Roma e la Scuola di reportage narrativo Alessandro Leogrande di Conversano (Bari) condividono un tratto distintivo: si collocano fuori dal sistema delle scuole riconosciute dall’Ordine dei giornalisti, proponendo una formazione di poco meno di un anno che mette al centro il lavoro diretto sul campo e un giornalismo di approfondimento, legato ad oggi in particolare alle figure dei giornalisti indipendenti. Entrambe rivendicano la necessità di formare prima di tutto uno sguardo sul reale.

La scuola Basso

Nata nel 2005 all’interno della Fondazione Lelio e Lisli Basso, la scuola prende forma a Roma da un’intuizione di Linda Bimbi, missionaria e segretaria generale della sezione internazionale della Fondazione, insieme al giornalista d’inchiesta Maurizio Torrealta e a Massimo Loche. L’obiettivo, racconta oggi il coordinatore editoriale Giuseppe Putignano, non era soltanto insegnare una professione ma costruire «una palestra delle idee», un luogo in cui la formazione fosse parte integrante della missione culturale della Fondazione. Un approccio che si fonda anche sulla memoria del padre costituente Lelio Basso, perseguitato in epoca fascista per la sua attività di resistenza e opposizione al regime e in seguito segretario del Partito socialista italiano (Psi). Per Torrealta il giornalismo doveva essere un «cane da guardia del potere», mentre Massimo Loche arricchiva il progetto dell’idea di un giornalismo etico e intenzionale, capace di incidere sulla realtà portando un impatto concreto.

Quell’impostazione, dice Putignano, è rimasta immutata: «Più che insegnare un mestiere, ci interessa mettere i partecipanti nelle condizioni di avere tempo e occasioni per sviluppare un pensiero critico». Una filosofia che si riflette anche nella didattica: la classe viene pensata «come una vera redazione, non una sua simulazione», con reportage, inchieste e video destinati, se ritenuti validi, alla pubblicazione sulle testate nazionali.

A differenza delle scuole riconosciute dall’Ordine, la Basso però non dà accesso al praticantato che conduce all’esame da professionista. Una scelta che la scuola difende come parte della propria identità: «Restare fuori da questo sistema ci permette un corso annuale che comporta costi più contenuti per gli studenti e una libertà pressoché totale nella programmazione didattica», che privilegia l’inchiesta e il reportage rispetto a una formazione più orientata alla cronaca quotidiana. «I limiti hanno tutti a che fare con la dimensione economica. Gli introiti di un corso riconosciuto dall’Ordine ci permetterebbero di investire e imporre meno sacrifici a organizzatori, docenti e staff». Il costo però finirebbe tutto sulle spalle degli studenti, come spiega Putignano: «L’adesione all’Ordine ci snaturerebbe».

In un ecosistema informativo sempre più dominato dalla velocità, la scuola Lelio Basso continua invece a puntare sull’approfondimento. «Il “perché” è la più difficile delle cinque domande che un giornalista deve porsi», ricorda Putignano citando Torrealta, «ed è proprio la domanda che il giornalismo di flusso, fatto di titoli e pillole social, tende a saltare». Per questo, al di là dei linguaggi utilizzati, ciò che resta centrale è il metodo: studio preliminare, verifica delle fonti, lavoro sul campo e capacità narrativa.

La Scuola Leogrande

Più recente è invece l’esperienza della Scuola di reportage narrativo Alessandro Leogrande, promossa dalla Fondazione Giuseppe Di Vagno. Il progetto nasce dopo la morte dello scrittore e giornalista pugliese – non con l’intento di celebrarne la memoria, ma di proseguirne il metodo. «Abbiamo immaginato una forma che non fosse musealizzante», spiega il direttore Francesco Romito, «che non incastonasse la figura di Alessandro Leogrande ma che continuasse a interrogare con il suo approccio i temi, i luoghi e i contesti che aveva attraversato».

È proprio questa impostazione a segnare la principale differenza rispetto a una scuola di giornalismo tradizionale. «Non siamo una scuola di giornalismo, siamo una scuola di reportage narrativo». Il percorso, gratuito per gli under 35 grazie ai finanziamenti della Regione Puglia, «si rivolge non soltanto a giornalisti, ma anche a persone provenienti dalla cooperazione internazionale, dalle scienze sociali, dall’urbanistica, dalla geografia e dall’attivismo». Per Romito il reportage è infatti «una terra di mezzo» capace di mettere in dialogo discipline diverse e offrire strumenti per leggere la complessità dei territori.

Anche la scelta di non collaborare con l’Ordine dei giornalisti nasce da questa impostazione. «Se ci fosse l’Ordine di mezzo sarebbe una presenza escludente», osserva Romito, perché finirebbe per privilegiare chi proviene già dal mondo del giornalismo rispetto ad altri profili. L’obiettivo è invece mantenere la scuola aperta e trasversale. L’accessibilità, aggiunge, «è una questione di classe»: limitare l’accesso alla formazione significa fare in modo che siano sempre gli stessi gruppi sociali a raccontare il reale.

Al posto del tirocinio in redazione, previsto invece dalla Basso, la Leogrande affianca ogni partecipante nello sviluppo di un proprio reportage attraverso un tutoraggio individuale. L’idea è che il lavoro sul campo non serva soltanto a imparare a raccontare una storia, ma anche a comprenderne la sostenibilità editoriale: «Uno stesso reportage può dare origine a molte forme diverse di racconto», osserva Romito: podcast, documentari, radio-documentari o altri prodotti costruiti a partire dalla stessa ricerca. Se guardato esclusivamente con le logiche del mercato dell’informazione, ammette, «è un tipo di lavoro a perdere». Per questo la scuola dedica un modulo specifico anche agli strumenti di sostenibilità economica del giornalismo indipendente.

A testimoniare il diverso approccio delle due scuole è anche la giornalista Enrica Muraglie, che ha frequentato entrambe. «La Basso è diversa da tutte le scuole sia perché non fa parte di quelle riconosciute dall’Ordine sia perché vive dentro una fondazione con una storia politica importante». Dopo il percorso romano, racconta, «sentivo di avere lo scheletro che ancora mi sorregge nel lavoro che faccio, però era come se mi mancasse lo sguardo». La Leogrande, aggiunge, «mi ha cambiato la testa per il modo in cui conduco le interviste e scelgo le tematiche di cui occuparmi».

Pur partendo da storie e impostazioni differenti, la Basso e la Leogrande sembrano condividere una convinzione di fondo: formare giornalisti – o, nel secondo caso, persone capaci di usare il reportage come strumento di conoscenza – significa anzitutto educare a osservare la realtà in tutte le sue sfaccettature . In un’epoca di contenuti sempre più rapidi e frammentati, entrambe scelgono di investire sul tempo lungo dell’inchiesta, dell’ascolto e della presenza sul campo. È su quel tempo, prima ancora che sulle tecniche, che costruiscono la propria idea di formazione.

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