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La lotteria della cura: la salute mentale italiana tra promesse di carta e macerie pubbliche

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Il sistema di salute mentale in Italia è in crisi, con una crescente pressione sui servizi e un numero insufficiente di operatori. Le risorse sono limitate e le attese per assistenza sono eccessive, costringendo molte persone a cercare aiuto nel privato. La salute mentale diventa una lotteria, con accesso diseguale ai servizi

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In Italia il diritto costituzionale alla salute assomiglia sempre più a una lotteria che dipende dal codice postale, dalle risorse economiche e dalla capacità di attendere. Sono serviti tredici anni perché lo Stato tornasse a dotarsi di una cornice organica per la salute mentale. Sul piano teorico, il Piano di azioni nazionale per la salute mentale 2025-2030 del ministero della Salute punta a sanare la “crisi” dei diciotto anni che determina il passaggio dalla neuropsichiatria infantile ai servizi per adulti – quando molti ragazzi perdono la loro continuità terapeutica –spostando l’accesso ai servizi sul territorio, attraverso lo psicologo di assistenza primaria.

I numeri, però, descrivono un sistema già rotto. Nel 2023 i servizi territoriali hanno preso in carico 854mila persone, mentre i pronto soccorso hanno registrato oltre 573mila urgenze psichiatriche. A fronte di questa pressione, secondo le cifre della Fondazione Gimbe sulla sanità di prossimità, per rendere operativi i presidi territoriali servirebbero due miliardi all’anno. Il nuovo Piano stanzia trecento milioni in cinque anni, senza risorse aggiuntive rispetto al fondo sanitario nazionale.  

«A scuola le mie ore annuali [di psicopedagogia, ndr] sono passate da cento a centocinquanta. Un numero che può apparire virtuoso solo a chi vive di statistiche, ma che deve coprire tre gradi scolastici, dalle materne alle medie. Significa avere pochi minuti per ogni situazione critica, riducendo la prevenzione a un’apparizione fugace, insufficiente persino a intercettare il grido d’aiuto di un adolescente in crisi». Lo racconta uno specialista di psicopedagogia scolastica e tutela minori in ambito civile e penale, che chiede di essere protetto dall’anonimato per la delicatezza dell’incarico istituzionale.

Descrive una rete pubblica quasi inesistente, dove la gestione è ormai un mosaico di cooperative e appalti: «Di “psicologo pubblico”, in senso stretto, è rimasto pochissimo. È un sistema senza risorse e non più attrattivo», spiega. «Un medico a gettone [che è libero professionista e copre singoli turni, ndr] guadagna oggi dieci volte di più di chi affronta una notte in pronto soccorso pubblico e chi ha famiglia fa presto i conti. Il pubblico non è più un approdo, ma un luogo da cui fuggire». Le stime parlano di una carenza di oltre ottomila operatori per garantire i livelli minimi di assistenza, una desertificazione che costringe le strutture a equilibri fragilissimi: «C’è un intero sistema ospedaliero che respira solo grazie ai tirocinanti, sfruttati come forza lavoro gratuita per tenere in piedi reparti e gruppi terapeutici che altrimenti non avrebbero gambe». Anche i monitoraggi della Società italiana di pediatria registrano un’esplosione dei disturbi infantili, con un aumento dell’84 per cento degli accessi al pronto soccorso per ragioni neuropsichiatriche. Ma l’analisi clinica segnala una metamorfosi profonda: «Non siamo più di fronte alla depressione classica», osserva il clinico. «Il disagio esplode in somatizzazioni precoci e in disturbi alimentari che ora colpiscono duramente anche i maschi». La risposta dello Stato si infrange contro la realtà delle Unità operativa di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Uonpia) del Ssn, dove le attese diventano condanne. «Ho visto certificazioni arrivare quattro anni dopo la valutazione. Senza quel documento un ragazzo è un fantasma burocratico: niente sostegno scolastico né accesso ai benefici della legge 104». Per aggirare il collo di bottiglia, le famiglie pagano quasi mille euro per una valutazione privata che, per legge, deve essere vidimata dall’Inps, istituto però privo di medici a sufficienza. Il paradosso è feroce: «Paghi il privato per far prima e ti ritrovi un foglio senza valore legale, in attesa di una firma che non arriva».

L’ultimo rapporto Censis-Lundbeck fotografa una nazione in fuga: il 59 per cento dei pazienti è costretto al privato, mentre i dati Inps sul bonus psicologo rivelano un’efficacia simbolica, capace di coprire meno dell’1 per cento delle richieste. Persino il privato sociale, storico riferimento per le famiglie a basso reddito, ha alzato le tariffe: centri che fino a poco tempo fa offrivano sedute a trenta euro ne chiedono oggi sessanta o settanta, allineandosi di fatto al mercato. Una deriva che spinge i più giovani verso le piattaforme online, un modello che l’esperto definisce «il TripAdvisor degli psicologi», dove l’alleanza terapeutica è mediata da algoritmi e il turnover dei professionisti resta altissimo.

Nelle pieghe del sistema, la presa in carico diventa reale spesso solo sotto scacco giudiziario. «I Comuni tendono a finanziare le rette delle comunità terapeutiche solo in presenza di un decreto del tribunale». Il circuito giudiziario diventa l’unico punto di caduta per chi avrebbe bisogno di una diagnosi: «Siamo pieni di casi psichiatrici che il territorio non ha saputo intercettare. Le nuove spinte punitive finiscono per gettare in contesti carcerari ragazzi con quadri psicotici gravi: si risponde con la cella a chi avrebbe bisogno di un medico».

Il cappio si stringe intorno ai fondi in un Paese che, come denuncia la Società italiana di epidemiologia psichiatrica, destina da vent’anni appena il 3 per cento del budget sanitario alla salute mentale. «Vedo strutture d’eccellenza costrette a interrompere i gruppi per pazienti a rischio di suicidio perché mancano gli spazi fisici». Nei centri psico-sociali per adulti la cura si riduce spesso al farmaco antipsicotico iniettato una volta al mese. «È un ritorno a logiche quasi manicomiali: si tampona con la chimica perché non c’è personale per ascoltare. La presa in carico è diventata un concetto a scadenza: pacchetti di otto o dieci incontri che sono cerotti su emorragie». Come nel caso di una quindicenne sopravvissuta a un tentato suicidio: «Dopo tre accessi al pronto soccorso e un ricovero, i medici suggeriscono una comunità. Ma i posti non ci sono. Passiamo le giornate a chiamare strutture in tutta Italia. Non possiamo nemmeno prepararla al trasferimento perché non sappiamo se avverrà tra un mese o mai».

Resta la fotografia di un sistema che ha reso l’accesso alla salute mentale una lotteria in cui anche il raro biglietto vincente si traduce in un posto letto che non c’è o nell’attesa di una sentenza favorevole.

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