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Ritorno alla Terra: il viaggio di Elio 

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Il film animato della Pixar, uscito in sala il 18 giugno e in arrivo su Disney+, rielabora il tema fantascientifico del viaggio nello spazio come un percorso di riconversione con l’umanità

C’era una volta un bambino solo e arrabbiato. Rimasto orfano, sognava soltanto che gli alieni lo portassero via per sempre, il più possibile lontano da una vita che sentiva non appartenergli più, senza amici, senza genitori, costretto in una città e in una casa che non sentiva più sue. Inizia così Elio, l’ultimo film animato della Pixar che, pur trasformandosi poi in una commedia pungente, non perde mai la sua tristezza drammatica di fondo. È una favola sulla solitudine e sul viaggio come unico vero antidoto, unico vero strumento per aprirsi al mondo e agli altri. 

Proprio la solitudine e il viaggio sono i temi su cui le due registe Domee Shi e Madeline Sharafian hanno deciso di soffermarsi, riscrivendo l’intero film, iniziato circa cinque anni fa da Adrian Molina, la mente dietro il successo di Coco. Dopo una proiezione sperimentale che gli è costata il progetto, della favola ambientalista e queer di Molina è rimasto ben poco: solo alcune scene ridoppiate e il suo nome, svuotato di ogni significato, accanto alle due nuove registe che l’hanno sostituito. Si commette un errore, tuttavia, nel giudicare Elio il peggior film Pixar di sempre, se si guarda solo ai numeri del (bassissimo) botteghino. Il “fallimento” del film è avvenuto per motivi distanti dalla sua effettiva qualità ed è una conseguenza del cinema e del pubblico anti-woke di Donald Trump, con i suoi effetti disastrosi. Non basta questo, tuttavia, a screditare il complesso lavoro di recupero e riscrittura compiuto da Shi e Sharafian. Rispettivamente al secondo e al primo lungometraggio della loro carriera, le registe sono state in grado di mettere in piedi un’altra storia dallo stesso materiale, riuscendo inoltre a cogliere e intrecciare due temi universali del mondo post-pandemico.

Omaggiando i grandi titoli di fantascienza degli anni Ottanta, da E.T. fino ad Alien e La cosa, sono riuscite cioè a parlare al pubblico traumatizzato dal Covid-19 e a costruire, nel viaggio intergalattico di Elio, un percorso di riavvicinamento all’umanità stessa. «È stato molto importante per noi fare un film come questo adesso, in un momento in cui siamo tutti più umanamente disconnessi che mai», ha affermato Shi lo scorso giugno a Roma. «Nei nostri film, come in quelli a cui ci siamo ispirate, lo spazio è un simbolo di speranza, di curiosità, di esperienza e di riconnessione». 

È un ritorno alla Terra, quello di Elio, che però va esaminato anche nelle sue premesse, nel bisogno primario di fuggire e di allontanarsene. «Una volta che abbiamo cambiato la storia, abbiamo dovuto scavare nelle motivazioni di Elio, nel perché volesse a tutti i costi andarsene dalla Terra. Abbiamo dovuto ricercare la fonte di un dolore e di una paura così grandi da non poter essere affrontati, ma solo rifuggiti», ha aggiunto Sharafian, a Roma insieme alla co-regista per la presentazione italiana del film. «È stato allora che è emerso il tema della solitudine». 

Lo spazio intergalattico, anzi il Communiverso, creato dalla Pixar è un luogo dell’immaginazione, in cui il viaggio diventa più interiore che fisico, anche se nella fantasia dell’animazione può essere ugualmente attraversato ed esplorato. Il viaggio di Elio, dunque, è uno strumento di scoperta di sé e, di conseguenza, un primo passo per riuscire a instaurare di nuovo relazioni affettive. Il suo rientro sulla Terra, tuttavia, non è un semplice epilogo. È studiato in ogni dettaglio, a partire dall’uso delle onde radio e delle frequenze dei radioamatori: uno strumento analogico, che non costituisce un ritorno al passato bensì è un mezzo del viaggio stesso, utile ad attraversare fisicamente lo spazio. 

C’è una scena apparentemente superflua che, in realtà, spiega tutto questo e l’intera esperienza di Elio, che si trova appunto verso il finale del film. Dalla sua piccola astronave in difficoltà e in caduta libera verso la Terra, Elio riceve l’aiuto di una serie di radioamatori che lo guidano fuori da una tempesta di detriti spaziali, dettando la rotta. È una scena recitata in diverse lingue, compreso l’italiano in versione originale. La co-regista Sharafian ne ha spiegato il senso così: «Quando abbiamo sottoposto una prima versione del film a un pubblico di prova, questa scena non c’era e molti spettatori, soprattutto i bambini, non riuscivano a condividere la scelta di Elio di tornare sulla Terra». I più piccoli in particolare non si spiegavano perché il protagonista avrebbe dovuto lasciare lo straordinario Communiverso, dove aveva finalmente trovato anche un amico, per tornare dalla zia o dai compagni di scuola; a una vita normale e, in fondo, infelice. «Abbiamo capito che c’era ancora tanto lavoro da fare», ha proseguito Sharafian. «È stato in quel momento, però, che abbiamo pensato a quella scena, cercando di essere più accurate possibile nel movimento che si vede [dagli Stati Uniti e poi, attraverso l’Oceano Atlantico, verso l’Africa, l’Europa e l’Asia, ndr]». Sapendo perciò che il primo Paese che la radio di Elio avrebbe agganciato dopo l’Atlantico sarebbe stato il Senegal, le registe hanno deciso che la prima voce sentita da Elio nel momento più drammatico del film sarebbe stata in lingua wolof e così via, verso Est, con diverse lingue per diversi Stati. «C’è anche la lingua armena, perché l’ho voluta inserire in omaggio alle mie origini. Importante per noi, però, era che si capisse che Elio sceglie di tornare per tutti loro, per tutte le persone che lo aiutano e in cui lui riconosce finalmente la sua gente», ha aggiunto Sharafian. 

Così, se all’inizio del film Elio «non cerca nemmeno di legarsi alle persone che lo circondano», ha aggiunto Domee Shi, «nel corso della storia vediamo che riesce a dare alla Terra una seconda possibilità. Allo stesso modo, noi speriamo che il pubblico recepisca il messaggio del film. Non vogliamo che la gente consideri la Terra una causa persa. C’è ancora tanto da salvare».

Il flop di Elio

Dal punto di vista commerciale, Elio è stato un flop: a fronte di un budget dichiarato di 150 milioni di dollari (ma che con i ritardi di produzione e la riscrittura potrebbe facilmente aver oltrepassato i 200 milioni), ha incassato poco meno di 58 milioni negli Stati Uniti e circa 100 milioni in totale. È il più basso debutto di sempre per un film Pixar. Persino Elemental, che è uno dei titoli meno apprezzati degli ultimi anni dal pubblico e dalla critica, era riuscito nel 2023 a guadagnare oltre 496 milioni di dollari, di cui un terzo solo negli Stati Uniti.

Chi sono Domee Shi e Madeleine Sharafian

Domee Shi e Madeleine Sharafian sono due registe da non perdere di vista. Shi ha già diretto per la Pixar uno dei titoli più interessanti degli ultimi anni, Red (2022), uscito direttamente in streaming su Disney+ a causa della pandemia. Sharafian, invece, nel 2020 ha realizzato La tana, ottavo cortometraggio della serie SparkShort della Pixar, sempre per Disney+. La prima è una storia intima e profonda sull’esperienza femminile e sul background migratorio, con una chiara metafora tra il menarca e il mostro-panda rosso in cui si trasforma la protagonista. La seconda è invece una storia di confini e simbolismi anche politici, oggi più attuali che mai.

Da Elio a… Elio

Elio in origine era un altro film, come si può ancora oggi vedere dal primo teaser trailer pubblicato due anni fa. Non era orfano: zia Olga nella prima versione era la madre ed Elio veniva rapito per sbaglio dagli alieni e processato come leader della Terra per un non ben identificato crimine intergalattico compiuto dal nostro pianeta. La trama è cambiata quando Adrian Molina è stato sostituito alla regia.

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