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Riduzione del danno: a Roma tra strada e servizi

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La riduzione del danno è un approccio sanitario che mira ad attenuare le conseguenze negative di comportamenti a rischio. È uno dei livelli essenziali di assistenza (Lea), ma in Italia resta spesso affidata a unità mobili e terzo settore. Viaggio tra le strade di Roma, dove una siringa sterile può essere il primo passo verso la cura

La giornata comincia sulla jeep, nei quartieri della periferia di Roma est dove il servizio passa ogni giorno: Torpignattara, Marranella, Quarticciolo, Tor Cervara. Si rallenta agli incroci e gli operatori scambiano qualche parola con le persone in strada, che per lo più già li conoscono. Distribuiscono biscotti, acqua, profilattici: «Qui cercano più questo che le siringhe», racconta Marco, uno degli addetti al servizio mobile di Villa Maraini, il centro romano della Croce Rossa che da decenni lavora sulle dipendenze e sulla riduzione del danno, che costituisce un approccio sanitario improntato sul mitigare conseguenze negative di comportamenti a rischio, come abuso e dipendenza da alcol e sostanze e promiscuità sessuale non protetta. «Molte ragazze si prostituiscono per poter comprare una dose di eroina. Stanno in queste zone perché restano vicine sia al consumo che al lavoro», aggiunge. 

Quello degli operatori nei quartieri non è ancora un intervento diretto, ma una ricognizione. Serve a capire dove c’è bisogno di tornare. Al Quarticciolo, di giorno, la scena è già quella della notte. Ragazzi seduti lungo i marciapiedi, altri appoggiati ai portoni: «Stanno qua per lo spaccio, sia di giorno che di notte». Più avanti, nella zona di Tor Cervara, il contesto cambia: c’è uno stabile occupato, spaccio continuo. «La maggioranza delle persone che vive lì sono migranti. È una sorta di piccola città: vendono di tutto, ma soprattutto eroina».

A viale dell’Archeologia, nel quartiere di Tor Bella Monaca, Marco indica i portoni e i muretti dove «ci sono le vedette». In effetti, quasi ogni spazio davanti ai palazzi sulla via è occupato da qualcuno di guardia e lo spaccio è un’attività che si svolge alla luce del sole. Il punto centrale del servizio su strada è però il camper, di stanza proprio a Tor Bella Monaca. Qui c’è un via vai continuo di auto che arrivano dall’autostrada e parcheggiano sullo spiazzo. Le persone che scendono chiedono materiale sterile, informazioni, a volte vanno semplicemente per fermarsi a parlare con gli operatori – in larga parte ex tossicodipendenti – e relazionarsi con qualcuno che possa comprendere la loro situazione. Salgono in macchina, si iniettano la dose. Aspettano un po’ prima di andarsene: «Sono consapevoli che farlo qui è più sicuro, perché sappiamo come soccorrerli nel caso qualcosa vada storto», racconta Fabrizio, operatore da vent’anni dei servizi di bassa soglia, strutture socio-sanitarie nate per accogliere chi proviene da contesti marginalizzati e si trova in una condizione di vulnerabilità.

Vicino al camper, A. si è appena fatto. Parla a bassa voce e chiede di non essere registrato – né video, né audio. «Ho iniziato a bucarmi a 19 anni e ora ne ho 39», racconta. Viene qui quasi ogni giorno dalla Serpentara, una zona di Roma piuttosto distante. «Loro sono degli angeli», dice, parlando degli operatori. «Hanno salvato due volte dall’overdose sia me che mio fratello». Fabrizio ci spiega che, in caso di overdose, somministrano per via endovenosa il naloxone, un farmaco di sintesi che si usa per bloccare gli effetti degli oppioidi. «Chi li critica dice che aiutano la gente a bucarsi, ma in realtà ci aiutano a non morire», aggiunge A.

Gli operatori si alternano: alcuni restano al camper, altri si muovono nei dintorni per raccogliere siringhe usate. «Ce le riportano pure», racconta Marco. «E già questo è tanto: vuol dire che non restano per strada». La riduzione del danno, qui, è concreta: aghi sterili, test Hiv e Hcv, consulenze, interventi sulle overdosi. «Non è che diamo le siringhe perché vogliamo che si droghino», continua Marco. «È per evitare che si attacchino malattie e si contagino a vicenda». Ci tiene a precisare che parla per esperienza personale: «Sono pulito da 17 anni, ma non mi vergogno più a dire che, per colpa delle siringhe usate, sono sieropositivo».

La riduzione del danno è inserita nei livelli essenziali di assistenza (Lea) che, per il Servizio sanitario nazionale, sono considerati i servizi basilari. Nonostante questo, le mappature del settore segnalano che la copertura nazionale resta profondamente disomogenea. Le reti di riduzione del danno risultano storicamente più strutturate in regioni come Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte, mentre in ampie aree del Centro-Sud i servizi restano fragili o affidati a iniziative locali. Secondo gli operatori del settore, i servizi di prossimità e di strada sono tra i meno finanziati, pur rappresentando spesso il primo punto di contatto con le persone tossicodipendenti.

«Dal 2017 la riduzione del danno è un Lea; quindi, parliamo di un diritto alla salute», spiega Stefano Vecchio, psichiatra e presidente del Forum Droghe, nonché ex direttore del Dipartimento dipendenze dell’Asl Napoli 1. Per lui il problema, oltre che politico, è culturale: «Il fatto che questo Lea non sia mai stato davvero applicato in modo uniforme dice molto su come la politica italiana continui a considerare questo tema». Secondo Vecchio, pesa ancora il paradigma repressivo del Testo unico sugli stupefacenti, la legge 309 sulle droghe del 1990: «Si parla spesso di lotta alla droga, ma spesso diventa lotta ai drogati» spiega. Le persone che usano sostanze vengono ancora viste «come criminali o come malati da dover “contenere” più che curare. La riduzione del danno, invece, parte da altri presupposti: tutelare la salute e relazionarsi con gli utenti per costruire un rapporto di fiducia».

Parole che rispecchiano ciò che ci hanno raccontato gli operatori su strada: «Non li convinci tutti, e sicuramente non al primo colpo», aveva precisato Fabrizio. «Se vogliono, chiedono aiuto. Se no, torni un’altra volta e poi un’altra volta ancora». È qui che si gioca tutto: nell’aggancio. Non il cambiamento, non ancora. Solo la possibilità che una porta resti aperta per queste persone: «Magari uno di loro oggi prende la siringa, domani torna e gli lasciamo il contatto della struttura, poi tra sei mesi viene a Villa Maraini e inizia un percorso per disintossicarsi», continua Fabrizio. «È una scommessa per noi, speriamo sempre di vincerla». Per Stefano Vecchio, proprio questo è il punto centrale: «I servizi a bassa soglia intercettano persone che altrimenti resterebbero escluse da qualsiasi percorso sanitario. Non si tratta solo di distribuire strumenti sterili, ma di mantenere un contatto e di lavorare sui punti di forza delle persone, anche quando vivono condizioni di forte marginalità».

Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini, è stato tra i primi a introdurre la riduzione del danno in Italia, in anni in cui era considerata quasi una provocazione: «Vogliamo intervenire anche quando la persona non è pronta a smettere, per ridurre i rischi immediati e mantenere aperta una possibilità futura». Ancora oggi la riduzione del danno resta un modello discusso, ma è anche un esempio da seguire fuori dai confini nazionali.

Ne abbiamo parlato con OJ, che oggi è un operatore di Villa Maraini, ma viene da una storia di consumo e migrazione che gli permette un’altra prospettiva. Sta cercando di replicare un’esperienza simile a quella di Villa Maraini anche in Tanzania, il suo Paese d’origine: «Le sostanze che usavo sono le stesse che utilizzano le persone che vengono qui», racconta. «Eroina, cocaina, droghe sintetiche. La Tanzania si affaccia sull’oceano Indiano, vicina alle rotte tra Asia e Africa orientale. L’eroina arriva da India e Pakistan, ma la cocaina passa dall’Africa occidentale». Un’equipe venuta dall’Africa ha già visitato Villa Maraini per fare formazione: «Ci vorrà tempo per realizzare un modello che funzioni, ma la riduzione del danno è necessaria».

Sulla carta, l’obiezione alla riduzione del danno è sempre la stessa: aiutare chi continua a usare sostanze equivale a favorire il consumo. «Di solito la gente pensa che i drogati debbano andare in comunità terapeutica per guarire. Giustissimo. Le comunità fanno un eccellente lavoro per coloro che entrano. Il problema è che tanta gente non ci va», spiega ancora Barra. La riduzione del danno non è alternativa alla cura, ma un primo punto di contatto: «Se una persona motivata a smettere è malata, una che non è motivata a smettere è ancora più malata». Per lui, l’errore è pensare che uscire dalla dipendenza sia un percorso lineare. «Ci sono persone che vanno dagli operatori dell’unità mobile o vengono in struttura a prendere il metadone. Magari per due o tre anni, poi un bel giorno scatta qualcosa e decidono di restare per farsi aiutare».

Su questo punto, Stefano Vecchio è netto: «La riduzione del danno non favorisce il consumo. Le persone usano sostanze indipendentemente dall’esistenza di questi servizi. La differenza è se lo fanno in condizioni che aumentano rischio di infezioni, overdose, esclusione sociale e morte». Lo stesso concetto l’aveva espresso – in maniera più sintetica – Marco: «La gente pensa che quello che facciamo qui incrementi l’uso delle sostanze, ma se uno si deve fare si fa comunque e molti di noi lo sanno per esperienza personale. La differenza è come avviene». «La riduzione del danno non dovrebbe essere un servizio residuale affidato alla buona volontà di alcune realtà. Dovrebbe essere parte ordinaria del sistema sanitario pubblico», aggiunge Vecchio.

Tra gli utenti di Villa Maraini abbiamo parlato con Loredana, 60 anni, che ci ha raccontato il giorno in cui gli operatori l’hanno portata dal camper a Villa Maraini. Quando è arrivata – dice – pesava 39 chili, dopo anni di dipendenza da eroina e metadone e un lungo periodo di tempo vissuto in strada. «Frequentavo il camper da tanto tempo per le siringhe», racconta. «Poi un giorno stavo davvero male e un operatore mi ha chiesto: “Non ti sei stufata?”». Oggi, a distanza di sette mesi, è in un percorso stabile di disintossicazione e sta provando a ricostruirsi una vita fuori dalla struttura: «Ho imparato ad affidarmi. Ho scoperto addirittura che potevo permettermi il lusso di piangere. Se quegli operatori non mi avessero portato qui, forse non avrei mai iniziato a disintossicarmi».

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