65 a 35. Si chiudeva così la parabola del referendum cittadinanza del giugno 2025, dopo una campagna non priva di veleni. Da allora, su chi ha promosso questo voto è calata una coltre di silenzio nel dibattito pubblico. Una storia poco edificante, anche considerando che nel 2026 il numero di residenti in Italia senza cittadinanza ha raggiunto i sei milioni: più di una persona su dieci. Un numero da non sottovalutare, in un contesto di fuga dei cervelli. Fra loro ci sono circa un milione di ragazzi in età scolare. Ma anche tante persone nate e cresciute in Italia, che oggi sono adulte e che “pagano” l’essere figli di cittadini stranieri. Per i figli di extracomunitari, questo significa dover fare la coda per il rinnovo del permesso di soggiorno in una precarietà continua. Per i comunitari restano criticità importanti: fra queste, il fatto di non poter partecipare a concorsi pubblici, avere limitazioni di movimento e di possibilità lavorative.
A creare questo quadro esplosivo è la legge 91 del 1992. «Una legge nata vecchia», racconta Fioralba Duma, attivista del collettivo Italiani senza cittadinanza nata a Scutari, Albania, con cui avevamo parlato alla vigilia del voto per il referendum. Trasferita in Italia undicenne, nel 2001, oggi Duma ha 37 anni e due gemelli. Per nessuno di loro arriva la cittadinanza. Gli ostacoli sono i requisiti per la naturalizzazione: per diventare italiano, un non europeo deve avere dieci anni di residenza continuativa, un reddito minimo di 8.263 euro negli ultimi tre anni e una continuità lavorativa perfetta. Un giorno da disoccupati basta per ricominciare daccapo.
Nessun cambiamento?
Dopo il voto, secondo Ouidad Bakalli, parlamentare del Partito democratico e attivista per la cittadinanza a sua volta, la situazione è peggiorata. «In seguito al referendum ci sono stati una serie di provvedimenti atti a restringere l’accesso alla cittadinanza. Penso alla riforma della legge 91 del 1992, che l’anno scorso ha bloccato l’acquisizione della cittadinanza per i figli dei naturalizzati e ha limitato lo ius sanguinis». Senza contare il disegno di legge di Jacopo Morrone (Lega), la “legge anti-maranza”. «Fra le varie cose, restringerà le possibilità per chi è nato qui di acquisire la cittadinanza a 18 anni, l’unica forma di ius soli “temperato” che avevamo. Non ci si può accanire così sui minori, anche se commettono reati».
I sacrifici per la campagna per la cittadinanza
«Noi siamo abituati a una sorta di stop and go: facciamo campagne molto forti, la gente ci cerca, siamo nell’occhio del ciclone. Poi, all’improvviso, si torna alla vita di tutti i giorni. É successo per la campagna Ius soli del 2016-17, ma anche l’anno scorso», sottolinea Duma. Una campagna condotta non a cuor leggero: «Gli attivisti dei nostri collettivi, Italiani senza cittadinanza e Dalla parte giusta della Storia (Dpgs), hanno fatto sacrifici. Alcuni hanno preso l’aspettativa dal lavoro, altri si sono fatti licenziare per seguire la campagna».
«I media si sono svegliati solo il giorno dopo il risultato del referendum. Ci hanno chiesto come ci sentivamo e cosa volevamo dopo averci ignorato per l’intera campagna. Anche per questo io e Stefano Galieni abbiamo scritto un libro sul tema, C’è un Paese da cambiare», dice Duma.
Bakalli nota un cambio nei toni, purtroppo in negativo. «La sconfitta dell’anno scorso è stata legata anche alla contrapposizione tra lavoro e immigrazione, creando la falsa dicotomia migrazione-salario. Così sono passati messaggi di invasione, remigrazione e l’idea che “la cittadinanza non si regala”».
Un attivismo diverso
Quando però chiediamo cosa è cambiato in quest’ultimo anno, la risposta delle attiviste è speranzosa: «Alcune persone si sono allontanate, per carità. Però stiamo facendo un buon lavoro di networking. Questo insuccesso di facciata ci ha fatto dirigere verso nuovi media e una lotta intersezionale con i pro-Pal e i No kings», dice Duma. Le fa eco Clara Osma, attivista italo-albanese di Dpgs: «Abbiamo parlato nelle università in Germania, in una serie di incontri con Sea Watch. Per la prima volta non siamo stati noi a dover bussare, ma ci hanno cercato. Questo è importante».
Futuro per una cittadinanza condivisa
Adesso quali sono le priorità? «In parlamento c’è una proposta di legge a mia prima firma per una riforma della cittadinanza, controfirmata dai colleghi di partito. Siamo pronti a una discussione organica sul tema, invece di dividere fra ius soli, scholae, culturae…», dice Bakalli. Anche se prima va bloccato il disegno Morrone: «Ci sono i numeri per farlo passare, sfortunatamente». Poi una riforma del parametro reddituale più in linea con la realtà del Paese, trentaquattro anni dopo il 1992.
Le attiviste chiedono anche un’altra cosa: «Metteteci al centro della discussione, invece di continuare a farci raccontare dagli italiani. Un’esperta legale, italiana, mi ha detto qualche settimana fa che il referendum era troppo ambizioso», dice Duma. «Qui ci sono in gioco le vite dei nostri figli e noi dovremmo fare “strategia”, aspettando il momento giusto? La discriminazione la viviamo ogni giorno: non è virtuale».





