Mettiamola così: per nove giorni, ad agosto, un vulcano alto quasi 3.400 metri ha ricordato a tutti la differenza tra attività antropica e naturale. Il resto è contabilità. Oltre 700 voli cancellati su 1.974 programmati a Fontanarossa, il 36 per cento. Circa 630 aerei dirottati su Comiso, Palermo, Trapani e fino a Lamezia Terme, in Calabria; 104.400 passeggeri rimasti a terra. Eruzione partita il 6 agosto con un picco tra l’8 e l’11; scalo tornato pienamente operativo solo il 15 e ultime restrizioni cadute il 18.
Che stavolta fosse una faccenda seria è vero, ma per chi? Fra il 6 e il 20 agosto l’Etna ha aperto almeno nove bocche tra i 1.900 e i 2.750 metri ed emesso, nei soli dieci giorni centrali, tra 5,6 e 7,6 milioni di metri cubi di lava. E il fattore decisivo, in questo caldo agosto siciliano, non è stato il vulcano ma il vento. Di solito, spiega una fonte della Società aeroporto di Catania (Sac) a Prismag, la cenere viene spinta a est e nord-est, sui paesi etnei e sulla costa ionica, sporcando più i balconi di Zafferana che le piste di Fontanarossa. Stavolta, però, la natura ha tirato verso sud, proprio dove degli esseri umani hanno spianato il terreno per erigere un aeroporto. Il pennacchio, secondo i bollettini del Vaac di Tolosa (Centro di consulenza sulle ceneri vulcaniche), è arrivato fino a Malta e sul nord della Libia. Gli addetti ai lavori spiegano che non è stata una fatalità meteorologica qualsiasi, ma la combinazione esplosiva di almeno due fattori atmosferici, in quanto tali indomabili, capitata nella settimana di Ferragosto. Un oltraggio alla presunzione umana che ha portato a una narrazione distopica: è l’Etna che limita l’attività antropica di volare sui cieli per godersi le vacanze in Sicilia, e non l’uomo a provare a sovvertire la natura.
La storia, tuttavia, dice il contrario. La montagna era già lì quando, nel 1912, l’aviatore Ignazio Lanza di Trabia scelse la piana di Fontanarossa per un campo di volo militare, per la ragione più prosaica del mondo: era l’unico pezzo di terra piatto vicino alla città. Anche se, ironia della sorte, quella pianura è proprio frutto dell’Etna, con i sedimenti dei fiumi depositati sopra le sue colate. L’aeroporto è stato inaugurato nel 1924 e i nuovi terminal sono stati aperti nel 1981, nel 2007 e nel 2018: con ogni ampliamento, l’eventualità di spostarsi è diventata sempre più remota. Perfino il pericolo, spiega la fonte Sac, è una nostra invenzione recente: fino agli anni Ottanta si volava a elica e la cenere era solo sporcizia. Sono i motori a reazione, dove le particelle vetrose fondono e si incollano alle turbine, ad aver trasformato una polvere in un’emergenza aeroportuale.
A sciogliere le ali di Icaro, in questo caso impersonato da chi pretende di vivere la Sicilia due settimane l’anno come terra di conquista turistica, è stato il direttore dell’Osservatorio etneo dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), Stefano Branca, che ha spiegato come prevedere la fine dell’attività dell’Etna fosse «assolutamente impossibile». Ma anche Colombo, mentre inseguiva la conquista delle Indie, piangeva soltanto i propri morti e le proprie navi. Ed ecco che nel racconto dominante le vittime sono i vacanzieri: file ai gate, notti sui trolley, taxi a ottocento euro per raggiungere Comiso. Tuttavia, spiega Assoesercenti, a perdere 22 milioni di euro di indotto turistico sono stati i siciliani tra mancato incasso di alberghi (il 48 per cento del totale), ristoranti (23 per cento), commercio, noleggi, escursioni, Ncc.
E mentre i titoli dei telegiornali annunciavano un nuovo blocco aereo, Catania usciva sul balcone a scrutare il pennacchio. Qui il vulcano non si chiama Etna, ma si veste di mitologia e cambia nome: diventa ‘a Muntagna, Iddu, u Muncibbeddu. La cenere si spazza come a Milano si spala la neve: seccante, polverosa, prevista. Come a New York il Jfk interdice atterraggi e partenze quando la pista è ghiacciata, senza che qualcuno proponga di spostarlo in Pennsylvania. Ai piedi del vulcano, quella con la Muntagna è una convivenza vecchia di secoli che nessuno intende sradicare, in una città raggiunta dalla lava nel 1669, rasa dal terremoto nel 1693 e ricostruita ogni volta nello stesso identico punto.
Il risultato, allora, è una doppia presunzione. La prima è credere che la natura sia una variabile da governare. La seconda è che la Sicilia esista in funzione di chi ci arriva d’estate: cartolina finché imbarca, problema quando smette di accogliere, con il caldo mediterraneo e il fresco della granita al cui solo pensiero la papilla gustativa trasuda. Ad agosto, Nello Musumeci, già governatore della Sicilia e attuale ministro della Protezione civile e delle Politiche del mare, ha voluto sottolineare come a essere fuori posto non sia il vulcano ma l’aeroporto. Aveva ragione, ma solo a metà. Fuori posto è l’idea che ‘a Muntagna debba adeguarsi alle velleità agostane di chi la Sicilia la vede due settimane l’anno.





