Il tema del caldo e dei suoi effetti drammatici, in particolare su alcune categorie di persone come i lavoratori, particolarmente esposti a questi rischi, è tornato centrale nelle ultime settimane.
Già a fine giugno c’era stata una polemica tra l’Oms e il ministero della Salute italiano: secondo la prima nel nostro Paese ci sarebbero state cinque morti in ventiquattro ore a causa delle temperature elevate, ma il secondo ha negato, citando limiti nel conteggio dei dati da parte delle Nazioni unite. Al di là di questo episodio, numerosi esperti hanno già dimostrato come il calore uccida migliaia di persone ogni anno. E gli infortuni che questo provoca ai lavoratori, come le malattie renali croniche, avvengono nella maggior parte dei casi in condizioni climatiche normali, quindi non durante le cosiddette ondate di calore.
Quando si espone al caldo, il corpo umano cerca di regolare la sua temperatura interna tramite la sudorazione. Viene mandato più sangue verso la pelle, che si ricopre di sudore; questo, evaporando, rilascia il calore accumulato dal corpo, raffreddandolo. Ma come ha spiegato al Centro per il giornalismo sulla salute Amelia Gallitano, medico e membro del dipartimento di ricerca sul calore all’Università dell’Arizona, quando un soggetto vive un esaurimento da calore o un colpo di calore «tutto smette di funzionare»: il corpo non ha più liquidi per sudare e abbassare la sua temperatura e va in una condizione di stress, che può portare alla morte. Può capitare a chiunque, ma sono le persone che lavorano all’aperto a essere più esposte.
L’aspetto economico dei danni da caldo passa però spesso in secondo piano. Si potrebbe pensare che, proteggendoli dal caldo, i lavoratori producano di meno e ci possano quindi essere danni per i datori di lavoro, come sostenuto da alcuni ministri del lavoro europei. Non è così secondo Shouro Dasgupta, economista ambientale del Cmcc (Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici) e professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia, che da anni studia gli effetti del caldo sulle società. A Prismag, Dasgupta spiega che «proteggere la produttività passa attraverso la protezione della salute dei lavoratori».
Sono diversi i report pubblicati negli ultimi anni che hanno mostrato le conseguenze negative del caldo sulla produttività. Un’indagine realizzata da ricercatori della London School of Economics su duemila lavoratori nel Regno Unito, a cui ha partecipato lo stesso Dasgupta, ha mostrato come basti che la temperatura salga di un solo grado per aumentare la probabilità che i dipendenti, a causa del caldo, riducano sia il tempo sia l’intensità del loro lavoro. È arrivata a conclusioni simili anche l’Ilo (International Labour Office), un’agenzia Onu che si occupa di lavoro: nel suo studio sul tema, ha mostrato come l’efficienza dei lavoratori diminuisca con le temperature elevate, a partire da valori ben inferiori a quelli delle ondate di calore.
«Introdurre disposizioni come una soglia massima alla quale è possibile lavorare, flessibilità dei turni e riposo migliora automaticamente anche la produttività». aggiunge Dasgupta. «È un moltiplicatore di benefici. Se i dipendenti restano in salute si ammalano meno, si assentano meno ed è più probabile che riescano a mantenere stabili le loro ore di lavoro. Così non devono ridurre il loro sforzo per proteggersi dal caldo: in questo senso si può affermare che anche la produttività, e non solo la loro salute, ne trae vantaggio».
Altri dati sostengono poi l’efficacia dei piani di adattamento, con cui aziende e governi possono prepararsi a gestire il caldo sui luoghi di lavoro. Secondo l’Ocse le imprese dei Paesi che hanno predisposto questo genere di programmi sono quelle che hanno ridotto di più il calo fisiologico della produttività che implicano le alte temperature.
Ci sono poi delle differenze geografiche: sono le aree dell’Europa meridionale, in media più calde, a rischiare di avere svantaggi economici più seri a causa del clima. Per David García-León, consigliere scientifico del governo spagnolo, con il riscaldamento globale l’Italia potrebbe perdere più del 2 per cento del suo Pil entro il 2060.
Gli effetti positivi sull’economia della protezione dal caldo, secondo Dasgupta, non riguarderebbero soltanto le singole aziende e i singoli dipendenti ma anche le finanze pubbliche. «Se i lavoratori stanno meglio, vanno meno in ospedale e si risparmia sui costi di cure evitabili», spiega. «Soprattutto se consideriamo che l’Italia ha una delle popolazioni più anziane al mondo e un sistema sanitario già sotto notevole stress».





