«No amico, scusami. Non voglio perdere il lavoro». «Mi dispiace, ti darei un’intervista, ma se i miei vengono a sapere che ho una ragazza poi non posso più tornare a casa. E non ho un lavoro». Budapest, 27 giugno 2026. Due mesi dopo la sconfitta di Viktor Orbán e l’arrivo di Péter Magyar, arriva uno degli eventi più attesi di sempre in Ungheria: il Pride. La parata parte da aspettative alte. Non solo si tratta della prima libera dal 2010, quando Fidesz è salito al potere e ha imposto un clima di fanatismo religioso; deve anche reggere il confronto non da poco della marcia del 2025. L’anno scorso, la promulgazione della cosiddetta legge anti-Pride ha attratto solidarietà da tutta Europa e ha spinto il comune di Budapest, guidato dal verde Gergely Karácsony, a organizzare la parata. «Una situazione eccezionale che non si ripeterà più», sostiene Karácsony quando lo intervistiamo in conferenza stampa, la mattina del Pride. «L’iniziativa torna nelle mani degli attivisti, il comune dovrà fare i conti con il caldo». Ma è possibile cancellare vent’anni di Fidesz in meno di tre mesi?
Le leggi restano
«Io ho un “ottimismo vigile”, ma niente è cambiato per ora. Lo spero, ma non è ancora così», ci dice Zita Hrubi, attivista tra le organizzatrici del Pride, alla vigilia della marcia. «È sicuramente bello non essere più attaccati dopo vent’anni e Magyar ha detto subito che l’Ungheria dev’essere un Paese in cui nessuno deve aver paura di chi ama. Ma aspetto azioni concrete». Orbán ha lasciato un’eredità non da poco. «La legge anti-Pride è ancora in piedi, semplicemente non verrà applicata quest’anno. Pochi giorni fa il premier ha dichiarato che non è sicuro che abbia senso cambiare la legge sugli assembramenti pubblici. La legge attuale lascia libertà ai politici di permettere o vietare una manifestazione».
Una distanza che si sente anche nelle scelte di Tisza e di Magyar: nei giorni a ridosso del Pride, è stata chiamata una riunione informale di governo a Pilisszentkereszt, a più di duecento chilometri da Budapest. Una scelta su cui Karácsony glissa, cercando di mettere l’accento sul clima di ritrovata collaborazione tra l’amministrazione della capitale e il governo centrale. È più assertiva Hadja Lahbib, commissaria Ue all’inclusione, venuta apposta per la marcia: «È un trionfo di solidarietà e inclusione. A Bruxelles ci siamo incontrati con i membri del governo Magyar; la prima impressione è ottima, dopo sedici anni», dice. Aggiunge però che: «Adesso sarà il momento dei fatti. Siamo pronti a sbloccare i fondi europei [quelli che sono stati congelati per il mancato rispetto dello stato di diritto sotto Orbán, vitali per la fragile economia ungherese, ndr], ma solo quando verrà abolita la norma anti-Pride e le altre leggi discriminatorie nei confronti delle persone Lgbtqia+».
«Qualche settimana fa, Péter Magyar, ha detto che le ong non gli hanno presentato nessuna richiesta», continua Hrubi. «Questo mi fa sorridere. Il giorno dopo la sua elezione, tutte le nostre associazioni hanno inviato una mail direttamente a Tisza, con una lista di quattordici richieste legislative. Oltre all’abolizione della legge anti-Pride, c’è la questione del cambio di nome per le persone trans sui documenti, il matrimonio egualitario, la possibilità per le coppie omosessuali di adottare». Una circostanza che la tocca da vicino: «Io stessa mi sono sposata con un’unione civile, che dà a me e a mia moglie meno diritti rispetto a una coppia etero. Abbiamo preferito comunque questa unione “imperfetta” perché era troppo grande il nostro desiderio di essere moglie e moglie».
Contestazioni
Il giorno dopo, l’atmosfera di fronte all’Opera di Budapest è festosa. Gli attivisti si ritrovano, con circa venti carri: dagli storici locali gay della capitale alle aziende. Alla fine della giornata, si parla di un numero di partecipanti tra i venticinque e i trentamila. Numeri lontanissimi dall’ondata di solidarietà del 2025, ma nella media per un Pride di Budapest. Sulla strada per arrivare, però, incontriamo un uomo con un cartellone. Età avanzata, porta una maglietta: «Gesù è il mio salvatore, Trump è il mio presidente». Ci dice di venire dal Canada, non si presenta. Sul suo cartello, però, c’è scritto un eloquente «Avvertimento divino al sindaco: blocca il Pride immediatamente, il giudizio di Dio altissimo sta arrivando!». Quando gli parliamo ci spiega che è tornato solo per l’occasione, perché non vuole vedere l’Ungheria scendere negli abissi degli inferi. «La comunità della diaspora, soprattutto quella fuoriuscita dal Paese durante il periodo comunista e trasferitasi in Nord America, è estremamente conservatrice. Ha sempre rappresentato una “sponda” per Orbán in questi vent’anni», spiega Andrea Prete, esperto di affari ungheresi.

Sarà solo il primo di tanti incontri. Ci aveva già avvisato il sindaco Karácsony, sempre in conferenza: «Abbiamo fiducia nel nuovo capo della polizia. Sappiamo che sono in arrivo dei contestatori, anche se in numero minore rispetto agli anni precedenti». L’identikit di quelli vicino al corteo è abbastanza simile: uomini in età avanzata, non aggressivi ma motivati da una forte spinta religiosa. Mentre una tempesta di bandiere arcobaleno si abbatte sulla città, vediamo un uomo con uno striscione «Hetero Pride Budapest». A preoccupare di più sono però degli uomini vestiti di nero. Li vediamo in gruppo: dall’alto della collina di fronte al ponte Elisabetta osservano i manifestanti che marciano per il Pride. Davanti a loro due striscioni: «L’Ungheria è cristiana» e «Non siamo a Sodoma e Gomorra». Nei 38 gradi che si abbattono sulla città sono una visione inquietante. Il cambiamento in Ungheria avrà bisogno di tempo.
L’importanza di lottare
Arriviamo quindi al parco Horváth-kert, dove la marcia lascia il posto a discorsi e concerti. Come già detto, l’atmosfera è festosa ma i partecipanti restano guardinghi. Un clima di intimidazione che ci spiega Kristina, una cosplayer che accetta di rispondere alle nostre domande dopo tanti rifiuti. «Per me e i miei amici era fondamentale essere qui oggi. Molti di loro sono persone neurodivergenti. Chi non rispetta la diversità sessuale non si fa problemi a non rispettare i neurodivergenti, come i miei colleghi cosplayer», racconta. La sua storia è particolare: «Io ho votato Orbán in buona fede nel 2010, sembrava la persona giusta per l’Ungheria. Una volta salito al potere, ha cominciato a fare il contrario delle sue promesse». Kristina percepisce dei cambiamenti, ma non sono ancora abbastanza: «Vedo come la gente reagisce: credono ancora in idiozie senza basi, messe in giro dai media. Per questo parlo con le persone, per educarle e far capire che gli esponenti della comunità Lgbtqia+ non sono contro di noi. Come donna etero, per me è ancora più importante lottare».
Le fa eco Csongor Körösztös, dj ungherese emigrato a Vienna. «Per me è fondamentale essere qui, anche se non c’è ancora un clima festoso. In questo caso, la marcia è più un momento di testimonianza che non di festeggiamento», dice. «Non dò la colpa alla gente che odia le persone queer ma a chi ha messo in giro queste voci, cioè i media che erano in mano a Fidesz. Siamo stati esposti alla loro propaganda per decenni, soprattutto nei villaggi. E questi sono i risultati».
In mezzo a tante lotte, restano però le parole di Ede Balogh, che ha contribuito all’organizzazione del Pride. «Ci aspettiamo fatti, è vero. Ma quando Orbán è caduto, per me è stato il momento di respirare. Siamo onesti: quando una persona resta al potere per sedici anni, pensi che non possa essere rimossa. Avevo speranze, ma ogni quattro anni diminuivano e credevo che non ce ne saremmo liberati nell’arco della mia vita. La fiducia rimane, ma ora voglio fatti».





