Il giornalismo freelance non è più una nicchia, da ormai una vita. Nel 2024 erano circa 27mila i contribuenti attivi della Gestione separata dell’Inpgi (Istituto nazionale previdenza giornalisti italiani) tra liberi professionisti e collaboratori coordinati e continuativi. Eppure, non solo per chi comincia, una domanda resta spesso senza risposta: come si scrive a una redazione senza far finire una buona storia nel cestino?
Durante l’estate lo abbiamo chiesto a quattro giornalisti che stanno dall’altra parte della mail: Lorenzo Bagnoli (co-direttore di IrpiMedia), Annalisa Camilli (giornalista di Internazionale), Elisa Teneggi (editor di food e culture di Rolling Stone) ed Enrico Bellavia (vicedirettore de L’Espresso). La brutta notizia è che una bella idea non basta. Vogliono capire se quella storia è adatta alla propria testata, se è davvero nuova, se chi la propone sa come realizzarla e, soprattutto, perché dovrebbe essere raccontata proprio da quella persona.
Qui trovi la parte 1.
Annalisa Camilli – giornalista, Internazionale
Annalisa Camilli non seleziona direttamente i pitch di Internazionale, ma lavora nella redazione da quasi vent’anni, tiene corsi di reportage e conosce da vicino le dinamiche con cui vengono valutate le proposte.
Come vengono valutati i pitch a Internazionale?
«I caporedattori selezionano le proposte interessanti, poi se ne discute in riunione e si decide se approvarle o scartarle».
Che cosa cercate prima di tutto?
«Internazionale è una rivista di approfondimento, quindi per noi è importante avere uno sguardo laterale. Bisogna trovare un taglio per raccontare le cose: può essere un personaggio, un luogo, una vicenda, un dettaglio. Qualcosa che diventa la chiave di accesso alla questione e rende possibile anche un racconto narrativo e originale. Cerchiamo quindi l’originalità della proposta, dell’approccio e delle fonti. Anche storie molto raccontate possono essere interessanti, se si è capaci di raccontarle una seconda volta».
Cosa può far scartare subito un pitch?
«Bisogna rendersi conto che qualsiasi editor o caporedattore riceve ogni giorno decine di mail e di pitch da persone sconosciute. Quindi bisogna presentarsi, dare le proprie credenziali, dire chi si è se non ci si conosce già. Io consiglio sempre ai giovani giornalisti di andare nelle redazioni e incontrare i responsabili, come si faceva un tempo».
Non è un po’ invadente presentarsi di persona?
«No, è importante di tanto in tanto chiedere un appuntamento ai caporedattori, farsi conoscere, portare i propri lavori precedenti e raccontare il proprio percorso. Prima di affidare un lavoro, e soprattutto prima di finanziarlo, è necessario che si costruisca in qualche modo un rapporto di fiducia con la persona che produrrà il pezzo. In ogni caso, ci si può presentare anche con due righe nella mail».
Quanto la redazione guarda chi c’è dietro l’idea?
«Certo. Da chi viene il pitch? È una persona affidabile? La conosciamo? Ha già scritto per noi? Ha già scritto per altri? Che tipo di lavori ha fatto in precedenza? Sono tutte domande che ci facciamo».
Quanto conta la lunghezza del pitch?
«Troppo lungo non va bene, tendiamo a scartarlo. Un buon giornalista sa scrivere in poche battute le cose più importanti. La sintesi è importante anche perché, nel giornalismo contemporaneo, la qualità fa la differenza rispetto alla quantità enorme di informazioni che riceviamo».
Mentre l’accuratezza?
«È fondamentale. Nel pitch non devono esserci refusi e bisogna rileggere. Errori di ortografia, refusi o dati sbagliati danno subito una cattiva impressione. È come presentarsi con una macchia sulla camicia. Se mi mandi un pitch e sbagli un nome o un dato, mi chiedo quanto sarai accurato nella realizzazione di un un reportage».
Come può presentarsi online un giovane freelance che ancora non conosce la redazione?
«Consiglio sempre di farsi una pagina che non siano soltanto i social network. Una pagina online in cui raccogliere il meglio dei propri lavori e le proprie ossessioni o expertise. Quando ci si presenta con una mail, si può rimandare a quei lavori raccolti in una specie di portfolio online».
Quanto pesa il fatto di non aver mai scritto per Internazionale?
«Il fatto che qualcuno non abbia mai scritto per noi è problematico. Difficilmente affidiamo articoli a qualcuno che non conosciamo, perché la reputazione e la credibilità di un giornalista in questo momento sono tutto. Il primo step è proprio costruire una relazione fiduciaria tra freelance e redazione».
Quando si parla di soldi?
«Di solito nelle prime mail. Faccio un esempio. Se il freelance deve andare, non so, in Armenia, magari ha già un budget e ha già pensato a quale impegno economico chiedere a chi lo ingaggia. E si chiarisce subito anche se il lavoro è in esclusiva oppure no. In questo è importante anche la questione dei diritti, perché ormai i freelance lavorano per più testate. Se il lavoro va in esclusiva viene pagato di più, altrimenti viene pagato meno, ma l’autore può utilizzarlo anche per altri mezzi di informazione».
Regole finali per chi comincia?
«Presentarsi, non dare nulla per scontato, fare riferimento ai propri lavori precedenti, costruire una propria credibilità e una propria autorevolezza su alcuni temi e su alcune aree del mondo. E poi scrivere un pitch che sia allo stesso tempo originale, sintetico e accurato».





