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Il paradosso di Dandora

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A Nairobi, la più grande discarica a cielo aperto dell’Africa orientale garantisce il sostentamento di migliaia di persone e, allo stesso tempo, ne compromette salute, diritti e futuro. Ora la bonifica rischia di aprire un nuovo fronte di emergenza sociale

Nella baraccopoli di Korogocho, se un bambino cammina al mattino senza la divisa scolastica significa che si sta dirigendo verso la discarica di Dandora. A meno di dieci chilometri dal centro di Nairobi, la più grande discarica a cielo aperto dell’Africa orientale continua a rappresentare l’unica fonte di reddito per migliaia di persone e una meta attrattiva anche agli occhi dei più piccoli: sanno che passando la giornata al suo interno potranno guadagnare qualche scellino. In passato, diverse ragazzine sono state convinte a lavorarci in cambio di un semplice mandazi, un piccolo dolce fritto. 

Come nasce un’economia informale

Negli anni Settanta, la Banca Mondiale finanziò il Dandora Housing Project, un piano di edilizia popolare destinato alle fasce più povere della popolazione di Nairobi. Nello stesso periodo, il comune individuò quella stessa area come luogo in cui conferire i rifiuti della città. La discarica, aperta nel 1975 come soluzione temporanea, non venne mai più sostituita, fino a essere dichiarata satura nel 2001. In quei quasi trent’anni di attività sono state diverse le persone che, trasferite dalla campagna a Nairobi con la speranza di trovare lavoro, sono finite ai confini della società e della città, ritrovandosi a vivere nelle baraccopoli nate attorno alla discarica. La criminalità locale ha visto in questa migrazione interna una possibilità di profitto: manodopera a basso costo per rivendere materiale riciclabile. 

L’intera economia informale viene controllata da gruppi criminali che gli stessi abitanti definiscono «la mafia». Qui nulla avviene senza il consenso degli chiefs, i loro referenti locali che controllano le diverse aree della discarica e organizzano lo sfruttamento di migliaia di persone. C’è chi raccoglie plastica, vetro e metalli da destinare al riciclo e chi, invece, passa ore a cercare un singolo componente elettrico o elettronico che possa essere rivenduto. Anche i bambini vengono coinvolti: le loro mani piccole sono essenziali per le ricerche. Per molti di loro la discarica rappresenta il primo contatto con il denaro. Alcuni genitori raccontano di fare il possibile per impedire ai figli di entrarvi, altri ammettono di non riuscirci.

Foto: Paola Viola

Vivere a Korogocho 

A Korogocho, la povertà è la base su cui si regge il sistema di corruzione e ricatto che detta la vita quotidiana degli abitanti. Lungo le strade si susseguono piccoli negozi costruiti in lamiera, quasi tutti protetti da robuste inferriate. Anche le abitazioni sono realizzate con lo stesso materiale: non solo perché costa poco, ma perché può essere smontato in poche ore. Gran parte delle case sorge infatti su terreni occupati informalmente e gli affitti sono gestiti dai gruppi criminali locali: chi non riesce a pagare rischia di perdere la casa nel giro di una giornata. Lo stesso accade con l’elettricità: la corrente arriva attraverso allacci abusivi alla rete pubblica e viene poi rivenduta agli abitanti da chi controlla il quartiere. Anche l’accesso ai servizi essenziali passa attraverso un sistema parallelo, privo di tutele e regolato da rapporti di forza. Come avviene per la discarica, anche la baraccopoli si divide in diverse aree che si differenziano fra di loro per pericolosità e costo della vita, in base ai pochi servizi che possono offrire: più ci si avvicina alla discarica, minori sono i prezzi dell’affitto. Intere famiglie, invece, vivono proprio all’interno di Dandora. 

Dandora, la mano che dà e che toglie 

Per molti, lavorare a Dandora rappresenta l’unica possibilità di sopravvivenza. Ma se da un lato la discarica garantisce un reddito a centinaia di famiglie, allo stesso tempo ne compromette la salute e i diritti basilari. Entrare a Dandora significa camminare sopra decenni di rifiuti compressi. I primi passi affondano nello strato più recente, poi il terreno diventa duro perché costituito dall’immondizia sedimentata nel corso degli anni. La discarica, infatti, cresce in altezza. Le colline di rifiuti dominano l’orizzonte e il fumo degli incendi, che si vede a ogni ora del giorno, rende l’aria pesante già a centinaia di metri di distanza. Ai bambini che vi lavorano capita di respirare attraverso sacchetti di plastica impregnata di benzina, che sniffano un poco alla volta, per mantenere sempre alto lo stordimento e non sentire il richiamo della fame. Nel 2022, l’Alta Corte del Kenya ha ordinato la chiusura graduale di Dandora e la sua bonifica, riconoscendo che le istituzioni avevano violato il diritto dei residenti a poter vivere in un ambiente sano. A distanza di anni, però, nulla sembra essere cambiato, eccetto per una nuova bonifica che riguarda, principalmente, il fiume che la attraversa.

Foto: Paola Viola

Un nuovo paradosso 

Negli ultimi mesi, la situazione attorno a Dandora è entrata in una nuova fase. La bonifica della discarica è stata inserita all’interno del più ampio Nairobi River Basin Regeneration Programme, coordinato dalla Nairobi Rivers Commission, che prevede il risanamento del sito e la riqualificazione delle aree lungo il fiume. Di fatto, per ora, gli interventi sono iniziati solo per la liberazione delle fasce fluviali occupate da abitazioni considerate abusive o situate in aree ad alto rischio idrogeologico. Se dal punto di vista ambientale il progetto rappresenta un passo in avanti nella lotta contro l’inquinamento cronico prodotto dalla discarica, sul piano sociale sta aprendo un nuovo fronte di tensione. Sono diverse le abitazioni sorte vicino al fiume Dandora e sono quindi numerose le famiglie che rischiano di perdere la propria casa senza aver ricevuto una soluzione abitativa alternativa. Diversi residenti denunciano, inoltre, che gli indennizzi promessi non sarebbero arrivati direttamente alle famiglie coinvolte: secondo diverse testimonianze, il denaro sarebbe stato consegnato agli chiefs, alimentando accuse di scarsa trasparenza nella distribuzione dei fondi. Il risultato è un nuovo paradosso: l’intervento per migliorare le condizioni per la comunità avrà in realtà effetti devastanti sulle persone più povere. Tutti coloro che non riuscivano neanche a pagare un affitto nella baraccopoli e che oggi vivono in case di lamiera nei pressi della discarica verranno sfrattati.

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