«Qui ci manca tutto. Non ci serve niente». Quando vai a Rebibbia, a Roma, tutto diventa metafora, lezione di vita. Ci arrivi con la metro B, ultima fermata. Non si va oltre, puoi solo tornare indietro. È tutto alto, a Rebibbia. Ma non ci sono grattacieli, sono le mura della casa circondariale. Non è New York, qui l’America è solo immaginazione. Per andare verso l’entrata si passa vicino a una scuola d’infanzia. È un’altra metafora della vita: i bambini giocano e crescono in piena libertà. Cento metri più avanti, invece, la libertà finisce.
«Sì, la procedura per entrare è un po’ lunga ma poi dentro è tutto tranquillo», dice un agente penitenziario nel gabbiotto con il metal detector. «Incontrerete i detenuti», ci spiega: un’ovvietà. Consegnamo tutto, documenti, zaini, telefoni, smartwatch. Prima di passare i controlli mi lavo le mani nel bagnetto accanto agli armadietti. Il water è verde. Verde muffa, altro che speranza. Entriamo. La strada nel primo grande piazzale interno è come quella fuori, c’è la stessa segnaletica. Andiamo nel padiglione dove c’è la sala teatro. Prima dell’ingresso costeggiamo un giardinetto con delle giostre per bambini. Tutte arrugginite. Sembra Chernobyl. Entriamo ancora, altro metal detector, ma non abbiamo più niente. Ripetiamo il nostro nome. Come a dire, la vostra identità esterna qui dentro cambia.
Siamo ufficialmente dentro al carcere. È buio, ma ogni stanza ha un nome. Ludoteca, sala colloqui. Giriamo poco più avanti a sinistra, dove c’è il cortile per l’ora d’aria. È davvero come nei film o nelle serie tv. C’è la porta da calcio disegnata a muro, due murales sbiaditi, una piccola tettoia dove stare riparati. È tutto alto anche da qui. Le grate, i palazzoni della casa circondariale. Più alzi lo sguardo, più vedi celle. Solo poi, il cielo. Puoi guardare quello, se fai gol giocando a calcio qui in cortile. Chiudi gli occhi, immagini di correre verso i tifosi a esultare. Ti devi immaginare pure che si gonfi la rete, perché qua senti solo il pallone sbattere sul muro.
Finalmente inizia lo spettacolo. Tredici detenuti della sezione maschile protagonisti di una lettura spettacolarizzata del progetto La via di Itaca, realizzato grazie al contributo dell’8×1000 della Chiesa Valdese. Nessunea. L’Odissea degli invisibili. Per la prima volta, con la regia di Emilia Martinelli e Tiziana Scrocca, viene raccontato il viaggio non di Ulisse, ma di chi lo accompagnò. Di chi stava dietro di lui. Di coloro dei quali non s’è mai detto né scritto. Un’altra metafora. A raccontarlo, infatti, sono detenuti. Chi sta dietro le sbarre: dall’altra parte della libertà, dietro al muro.
Secondo le ultime rilevazioni di Antigone, il sovraffollamento nelle carceri italiane è al 139 per cento. A Rebibbia, nuovo complesso, il tasso è del 158 per cento. I suicidi su scala nazionale da inizio anno hanno già superato quota 20, tra detenuti (19) e agenti penitenziari (2). «Un mix esplosivo» di problemi, l’ha definito Gennarino De Fazio, segretario dell’Unione italiana lavoratori pubblica amministrazione della Polizia penitenziaria, ad Avvenire.
«Ce semo pure noi vivi… diciamo… più o meno», dice Marco [questo e i successivi sono nomi di fantasia, ndr]. «E pensare che erano dodici navi, centinaia di soldati come noi. Persone con una famiglia a casa che li aspettava», proseguono Andrea e Aldo. Ogni naufrago racconta il suo viaggio. Tutti nell’incertezza di fare o meno ritorno a casa, ma consapevoli di aver imparato, sofferto, di essere diventati uomini. «Ecco il crepuscolo, sta per dar luce a quelle stelle, chissà se una di queste notti le osserverò dalla terraferma», dice Sergio. È la fine del racconto. Lo sguardo è «in bilico tra ciò che è stato e ciò che diventerà, non è più invisibile, risplendono di umanità i suoi occhi. C’è ancora una possibilità, c’è sempre un’altra possibilità». Per chi si imbatte in un lungo viaggio, per chi sbaglia e finisce dietro le sbarre.
«È davvero difficile uscire da qui», scherza qualcuno mentre recuperiamo zaini e cellulari. Fuori c’è il sole, ma questo lo vede anche chi sta dentro Rebibbia. Dove manca tutto, ma non serve niente.





