Due delle tre città dove si spreca più risorsa idrica in Italia sono in Abruzzo. Viaggio nella provincia di Chieti, tra chi impara a convivere con l’acqua che manca
Di Cecilia Fasciani
Questa inchiesta è stata realizzata con il sostegno del Journalismfund Europe.

Il quartiere Terravecchia, nel centro di Ortona, rappresenta il nucleo medievale della città: i palazzi, costruiti soprattutto negli anni Sessanta, si affacciano a strapiombo sul mare e sul porto più grande della regione. Ma nel cuore dell’abitato molte famiglie convivono da tempo con un disagio enorme: la mancanza d’acqua. «Non sapendo quando accadrà, appena l’acqua esce dal rubinetto dobbiamo riempire bidoni e bidoncini. Abbiamo quattro catini in bagno, dei tegami sempre pieni per cucinare, le bottiglie per bere», racconta Cristina Colonna, oltre ottant’anni. Con lei abita la figlia, Luisa Orlandi, archeologa. «Qualche anno fa passava una macchina con il megafono per avvisarci della chiusura, ora non più: l’avviso lo fanno solo con dei post online, e a volte neanche quello. Ma non tutti hanno Facebook. Mi accorgo che sta succedendo qualcosa perché il getto si riduce».
«Da circa quattro anni la situazione si è esasperata. Trascorriamo giorni interi senza acqua, e non solo di notte. La siccità può aggravare il problema, ma non ne è la causa: è successo anche durante il Covid-19, quando eravamo in quarantena», prosegue Orlandi. Gli appartamenti, spesso, non permettono di installare le autoclavi. «Qui non viene nessuno, non prevedono autobotti. Ci arrangiamo facendo rifornimento prima».
La gestione dell’acqua pubblica in Abruzzo è divisa in sei sub-ambiti. Quello del Chietino è affidato alla Sasi, la Società abruzzese per il servizio idrico integrato, che comprende 87 comuni. «La riforma della gestione dell’acqua parte da lontano, dal 1994, con la legge Galli», spiega Luigi Di Loreto, presidente dell’Ersi, l’Ente regionale per il servizio idrico integrato. «Lo spirito era eliminare la frammentarietà della gestione, in precedenza in capo ai comuni, creando gestori d’ambito più efficienti: solo per mantenere in funzione un impianto di depurazione occorrono svariati milioni che i comuni non avevano. Tanto che nel Centro-Sud circa il 70 per cento delle infrastrutture idriche fu realizzato grazie alla Cassa del Mezzogiorno».

Il Paese che spreca
L’Italia non è un Paese povero d’acqua, ma ne spreca quantità enormi. Secondo il rapporto Troppa o troppo poco del think-tank Italy for Climate di giugno 2026, è il Paese che ne consuma di più in Europa (36 miliardi di metri cubi prelevati nel 2023), pur avendo una disponibilità pro capite tra le più basse. Buona parte di quell’acqua non arriva mai al rubinetto: se ne disperde in media il 42 per cento lungo reti vecchie e inefficienti, quota che al Sud sale al 51 per cento. Lo spreco ha un prezzo, che la Cgia di Mestre quantifica in 9,8 miliardi di euro all’anno. A rendere tutto più fragile c’è il clima: la temperatura media italiana è cresciuta di 2 gradi in mezzo secolo, e gli eventi estremi si sono quasi triplicati in sei anni, in un’alternanza di siccità estive e bombe d’acqua invernali. È in questo quadro che l’Abruzzo, e in particolare la provincia di Chieti, tocca i suoi record. A livello regionale la Basilicata registra la dispersione più alta (65,5 per cento), seguita da Abruzzo (62,5 per cento) e Molise (53,9 per cento); regioni virtuose come l’Emilia-Romagna restano sotto il 30 per cento. Ma è alla scala urbana che il primato diventa impietoso: dopo Potenza (71 per cento) vengono Chieti (70,4 per cento) e L’Aquila (68,9 per cento). Due delle tre città dove si spreca più acqua nel Paese sono abruzzesi. Secondo l’Ersi il dato è sovrastimato: «Sui dati raccolti dai nostri tecnici, le perdite in Abruzzo sono intorno al 54-55 per cento. È un dato influenzato da molti fattori, come l’acqua delle fontane pubbliche, che non è una perdita di rete ma viene conteggiata come tale», spiega Di Loreto. La stessa Sasi, interpellata, fornisce il proprio numero: per il 2025 ha comunicato all’Arera una perdita idrica del 46,9 per cento, in calo, dice, «grazie alla sostituzione di tratti di rete, alla ricerca perdite e all’ingegnerizzazione della rete». Cifre diverse, ma comunque altissime. «Le perdite fisiologiche in un sistema ben gestito sono il 10-15 per cento. Oltre il 40 per cento siamo in grave malagestione, oltre il 50 per cento siamo al disastro», commenta Augusto De Sanctis, parte del Forum H2O. «Questi dati non derivano da un terremoto, ma da decenni di incuria. Un tubo andrebbe cambiato ogni venti o trent’anni; se non lo cambi per cinquanta o sessanta, le perdite peggiorano sempre. Oggi si secca un corso d’acqua per poi perderla lungo la rete».

Vivere senz’acqua
Affacciata sull’Adriatico, la Passeggiata orientale di Ortona confluisce da un lato nel suggestivo Castello aragonese, dall’altro in un palazzo di tre piani dove si trovano anche gli uffici della Sasi. Per quanto centrali, sembrano irraggiungibili: «Diverse volte le persone si sono organizzate per protestare sotto la sede, ma non c’è mai stata una risposta. Anche quando chiami e chiedi di un responsabile, è impossibile parlare con qualcuno», racconta Orlandi. «Non possiamo pagare quello che loro non riescono a gestire. Perché devo pagare l’acqua, quando in casa non ce l’ho?».
Anche altre zone del centro convivono con lo stesso disagio. Patrizio D’Intino, sessantasette anni, abita nel quartiere San Giuseppe: «Anche anni fa mancava l’acqua a orari stabiliti, ma ora è un’altra cosa: da circa quattro anni la chiudono la sera e la mattina, se sei fortunato, torna alle 6:30. Mi faccio la doccia giù al mare, perché so che a casa non la troverò; d’inverno mi arrangio con una pompa attaccata a un bidone, modello campeggio».
Uno dei protagonisti delle proteste è Massimo Tatone, della contrada Villa Torre, nella periferia rurale di Ortona. Qui il problema non era solo il rubinetto a secco, ma la bassa pressione: «Sotto una certa soglia non partono le caldaie. Mia madre, malata, per gran parte dello scorso inverno è rimasta senza riscaldamento: la caldaia era bloccata, usavo una stufa elettrica. E andavo a riempire le taniche in un pozzo pubblico. Così per quattro anni». Per farsi ascoltare è servita una mobilitazione formale: un comitato spontaneo, una raccolta firme, a fine luglio 2026 una diffida a Sasi trasmessa per conoscenza alla Prefettura di Chieti e, a fine agosto, una richiesta formale all’Ersi, che ha dato seguito chiedendo il ripristino del servizio. Sasi, interpellata, conferma di aver risposto alla diffida e di stare «installando delle idrovalvole per risolvere la bassa pressione», spiegata con «la posizione altimetrica della contrada». Solo dopo una lunga battaglia portata avanti dai cittadini, dunque, sono arrivati una risposta e i lavori adeguati, per un disagio che durava da anni.

Con l’aggravarsi della situazione durante l’estate, sono 27 i sindaci che hanno chiesto alla Sasi la convocazione urgente di un’assemblea dei soci. Tra questi c’è Angelo Di Nardo, sindaco di Ortona. «I comuni, non avendo più la gestione diretta del bene, sono rimasti senza strumenti, ma restano il primo punto di riferimento per le lamentele dei cittadini. Se parliamo di un bene essenziale, l’interruzione non dovrebbe esserci senza un piano di continuità con autobotti e servizi a domicilio». La Sasi replica di disporre di quattro autobotti proprie e di convenzioni con quattro ditte del territorio per i periodi di maggiore richiesta, ma nei fatti questo sembra non essere più sufficiente.
La risorsa che si assottiglia
Luisa Orlandi ha collaborato agli scavi del centro storico per la fibra, e racconta di aver visto «tubi degli anni Sessanta che si sgretolano: bastava una leggera collisione con la ruspa e il tubo si squarciava». È la stratificazione a nascondere le perdite: «Ci sono tubi dell’acqua, del gas, di nuovo acqua, fognature, e sotto ancora pozzetti dell’Ottocento in mattoni. Questa complessità impedisce di vedere dove sono le perdite: la geolocalizzazione da sola non basta, e scavando si rompono altre tubature. Il problema è strutturale, ma nessuno l’ha mai affrontato in quanto tale».
«In questi anni nel comune c’è stato un gran lavoro per cercare le perdite e digitalizzare la rete, per 14 milioni di fondi Pnrr», dice Di Nardo. Eppure il Piano non è bastato. Di Loreto ne spiega la logica: «Con il Pnrr non si è finanziata la sostituzione delle tubature, ma un grande piano di distrettualizzazione e digitalizzazione: dividere gli acquedotti in sezioni misurabili, sapere quanta acqua entra e quanta esce, per capire dove intervenire». Il motivo per cui non si è fatto di più sulle reti, ammette, è che le risorse erano assorbite dalla depurazione, per chiudere le procedure di infrazione europee: «Non abbiamo fatto grandi interventi di sostituzione della rete, che oggi per circa il 50 per cento è ormai obsoleta». Per De Sanctis «l’acqua è stata la “Cenerentola del Pnrr”: a livello nazionale al settore idropotabile è andato circa il 2 per cento, un importo residuale quando doveva essere prioritario. Servirebbero dai 30 ai 50 miliardi».

L’Abruzzo non è una regione povera d’acqua, tutt’altro: è attraversata da uno dei migliori sistemi di stoccaggio di acqua potabile d’Europa. «Parliamo dei massicci che vanno dai monti Sibillini al Gran Sasso, dal Velino alla Maiella: grosse strutture carbonatiche fratturate che ospitano enormi quantità di acqua sotterranea», spiega Marco Petitta, professore al Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza. «Il sottosuolo fa da filtro naturale: è una risorsa di elevatissima qualità, che disseta mezza Italia centrale, con acquedotti lunghissimi verso altre regioni». Le sorgenti danno ancora più acqua di quella che oggi si infiltra. «Lo chiamiamo effetto memoria: le acque ci mettono anni ad arrivare, e questo regala un margine di adattamento che si sta sprecando. Se la sorgente dava cento, a noi ne bastava cinquanta, pazienza se il resto andava perso. Ma il tempo corre più veloce di quanto ci aspettassimo». Il segnale più chiaro è la neve che sparisce dai rilievi: sul Gran Sasso, tra il 2000 e il 2022, la ricarica dovuta al manto nevoso è calata di circa il 50 per cento. «Non sono cambiate le precipitazioni, è cambiata la temperatura. E i fiumi cambieranno regime: molta acqua d’autunno e d’inverno, poca d’estate, perché non ci sarà più lo scioglimento della neve».
La rivolta dei sindaci
A dare voce alla rivolta è Angelo Radica, sindaco di Tollo, paese anch’esso colpito da prolungate chiusure e promotore della richiesta di assemblea. La sua critica principale riguarda il modo in cui il servizio è governato: «Il problema vero è l’organizzazione tecnica, la governance. Le competenze ci sono, ma vengono utilizzate male». Anche se co-proprietari della Sasi, per interloquire con l’azienda i comuni devono passare dallo stesso numero verde di un utente qualsiasi: «Se manca l’acqua, chiamo il numero verde. Il sabato e la domenica chiedo: chi è reperibile? Non si sa». Tra giugno e agosto Radica ha protocollato una raffica di lettere rimaste senza risposta nel merito, ha coinvolto la Prefettura, ha chiesto autobotti mai arrivate. Da lì il documento sottoscritto dai sindaci, che ha costretto la Sasi a convocare i soci.

L’assemblea si è tenuta il 9 settembre 2026. La Sasi ha risposto con un lungo elenco di investimenti in corso – il potabilizzatore della “terza canna”, il cerca-perdite, la digitalizzazione delle reti – e ha annunciato l’assunzione di quattro tecnici. Ma per Radica non è stata una risposta: «Basta con gli annunci di grandi investimenti. Il problema della Sasi è che le piccole cose non funzionano. Ho chiesto di potenziare la reperibilità nei weekend, un controllo da remoto delle pompe, tempi certi per i ripristini stradali: nessuna risposta. L’unica ammissione è che la comunicazione è un disastro, parole loro». Sasi, da parte sua, sostiene di comunicare le sospensioni sul sito istituzionale, sui canali social e via WhatsApp ai sindaci dei comuni interessati, «in linea con quanto previsto dalle delibere Arera», e di essere al lavoro su un canale WhatsApp dedicato anche agli utenti. Ma la stoccata più dura Radica la esprime sulle competenze ai vertici: «È cambiata la governance politica, ma non l’organizzazione. Assumere quattro tecnici ora è la prova che prima ci mancavano».
Giuseppe Masciulli, sindaco di Palmoli e firmatario della richiesta di assemblea, è il volto dell’entroterra vastese, che ha attraversato due crisi in un anno. La prima, la più dura, con le piogge di aprile e maggio: «C’è stato il collasso dell’adduttrice principale della sorgente del Sinello. Siamo rimasti senz’acqua per oltre dieci giorni, serviti dalle autobotti». La seconda è la carenza cronica dell’estate: «Ci hanno abituato a questi disservizi da più di quindici anni. A Palmoli il flusso viene interrotto dopo le 20 e torna alle 6 del mattino». La sua lettura coincide con quella di Radica, ma è riconducibile alla storia materiale delle reti: le grandi adduttrici, quella del Verde e quella del Sinello, «risalgono alla Cassa del Mezzogiorno. Nel tempo, anche per i continui cambi di gestione, la manutenzione non è stata delle migliori: oggi scontiamo non solo la vetustà delle reti, ma anche la mancata manutenzione». Un problema enorme che incide su un territorio già provato dal fenomeno dello spopolamento: «Quando manca l’acqua, manca un servizio essenziale. Con la crisi idrica, le case vacanza e i B&B nati per le bellezze del territorio perdono i clienti, che magari capitano nei due o tre giorni di mancanza assoluta e decidono di non tornare. La mancanza della risorsa idrica non è un bel biglietto da visita». Interpellata, la stessa Sasi conferma che a Palmoli il problema è «essenzialmente strutturale», con «l’asse principale della condotta interessato da una frana che ci ha costretto a realizzare una linea provvisoria, creando di fatto una minor disponibilità»; e che il progetto per risolverlo è «tuttora in attesa di finanziamento».

La riforma e la scadenza europea
In Abruzzo si discute da tempo di una via d’uscita. Negli ultimi mesi la Regione ha approvato una riforma che punta a superare la frammentazione dei sei gestori accorpandoli in due – o uno – sub-ambiti, mantenendo l’affidamento pubblico in house – per cui la gestione viene affidata direttamente a una società a controllo pubblico senza passare per una gara e, pur operando con criteri d’impresa, si evita così la privatizzazione. La posta è alta: cinque gestori su sei scadono nel 2027. Francesco Marrelli, segretario della Cgil dell’Aquila, spiega che senza una soluzione «il rischio è che si vada in gara, e quindi che si privatizzi. L’acqua è un bene comune. Il privato ci vuole fare l’utile, ma c’è un referendum che dice che sull’acqua non ci si può guadagnare». Il Forum H2O è favorevole all’accorpamento, ma con una cautela che ribalta l’intuizione comune: «Il gestore unico non è una garanzia contro la privatizzazione, semmai la rende più facile. Con sei gestioni impadronirsi dell’acqua è lungo e costoso; con la gestione unica è molto più facile farla fallire, e poi prendersela», avverte Di Nicola, portavoce del gruppo. Per l’Ersi, invece, i due sub-ambiti sono un percorso graduale verso l’obiettivo di fondo, la sostituzione delle reti: «Da fare ciclicamente come nel Nord Europa, dove ne sostituiscono l’1-2 per cento l’anno, da trent’anni. L’Abruzzo partirebbe dall’1 per cento», spiega Di Loreto.
Intanto una scadenza si avvicina. La direttiva europea 2020/2184 – i cui nuovi standard di qualità sono in vigore dal 12 gennaio 2026 – obbliga gli Stati a misurare le perdite; e dal 2028 la Commissione fisserà una soglia oltre la quale sarà obbligatorio presentare un piano d’azione per ridurle, con l’obiettivo di aumentare gli investimenti nel rinnovo delle reti. Per l’Italia, con il suo 42 per cento di dispersione – e l’Abruzzo ben oltre – superare quella soglia è quasi certo: entro pochi anni il Paese sarà tenuto, per legge europea, a fare ciò che finora è mancato.
Sul territorio, però, la fiducia è un’altra cosa. Massimo Tatone, che a Villa Torre l’acqua ha imparato a raccoglierla nelle taniche, guarda la riforma con il sospetto di chi ha già visto troppe promesse: «Devono mettercelo nero su bianco che non ci sarà una privatizzazione. Ma nessuno lo farà». Nel frattempo, nel cuore medievale di Ortona, i piatti si incrostano nei lavandini e nelle poche ore in cui l’acqua torna le famiglie riempiono le taniche per potersi lavare più tardi: «Invecchiano le tubature e nel frattempo si aggrava la crisi climatica», osserva Luisa Orlandi. «Il sistema è del tutto impreparato». In Abruzzo l’acqua per adesso c’è, ed è tra le migliori d’Europa. Ma i cittadini restano a secco per giorni, e tempi più difficili devono ancora venire.





